Primo piano di uno scimpanzé che osserva in silenzio, richiamando la natura della violenza umana Primo piano di uno scimpanzé che osserva in silenzio, richiamando la natura della violenza umana

Il Nobel per la pace datelo agli scimpanzé

Il testamento di Nobel non parla di bontà: chiede eserciti ridotti e distanza percorsa. Con quel criterio il candidato più forte non siamo noi.

Il premio Nobel per la pace non premia la bontà. Il testamento che lo istituisce, firmato da Alfred Nobel il 27 novembre 1895, elenca tre operazioni precise: il lavoro per la fratellanza fra le nazioni, l’abolizione o la riduzione degli eserciti permanenti, l’organizzazione e la diffusione dei congressi di pace. Sono tutte e tre tecniche, e nessuna parla della natura della violenza umana.

Ridurre un esercito presuppone un esercito. Il criterio non chiede quanto qualcuno sia pacifico: chiede di quanto si sia mosso, e da dove. È una misura di distanza percorsa, non di stato raggiunto — e presuppone che si sappia da dove ciascuno è partito.

Della vita di Nobel si racconta sempre lo stesso episodio. Nell’aprile del 1888 muore a Cannes suo fratello Ludvig, un giornale francese scambia i due e pubblica il necrologio di Alfred con un titolo che è rimasto: il mercante di morte è morto, l’uomo che si è arricchito trovando il modo di uccidere il maggior numero di persone nel modo più rapido possibile.

La storia prosegue con Nobel che legge, si spaventa della propria memoria postuma e riscrive il lascito. Le fonti serie però si fermano prima: che quel necrologio sia esistito è documentato, che sia stato la causa del lascito resta un’ipotesi, la più plausibile fra quelle disponibili. Nessuno ha una prova che l’abbia letto.

L’episodio conta comunque, perché è già la stessa operazione. Una vita che contiene una contraddizione ingombrante viene raccontata come conversione, e la conversione richiede un momento. Sette anni dopo, quell’uomo scrive un criterio che di momenti non ne prevede nessuno: solo lavoro, misurato ogni anno.

Un premio che sa dichiarare vuoto l’anno

Il primo premio, nel 1901, viene diviso fra due uomini che facevano cose incompatibili. Henri Dunant lo riceve per gli sforzi umanitari a favore dei soldati feriti, quarant’anni dopo aver fondato la Croce Rossa; Frédéric Passy per una vita passata su conferenze internazionali, diplomazia e arbitrato. Uno lavorava sugli effetti, l’altro sulle cause. Dall’anno uno il premio oscilla fra i due lavori senza scegliere.

Nel 1906 va a Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti in carica, per aver mediato la fine della guerra fra Giappone e Russia. Un capo di Stato con un esercito a disposizione riceve il riconoscimento previsto da un testamento che chiedeva di ridurre gli eserciti. La contraddizione non è stata risolta, e nemmeno nascosta: è stata assorbita, come tutte quelle arrivate dopo.

Poi c’è il 1966, e qui il premio dice qualcosa di sé. Quell’anno il comitato norvegese non lo assegna a nessuno, motivando che nessuna delle candidature raggiungeva quanto il lascito richiedeva. Il denaro va nei fondi e l’anno resta vuoto.

È una cosa che con la virtù non si fa. Nessuno dichiara che quest’anno non c’è stata abbastanza bontà: la bontà non ha una soglia, non si contesta, non produce annate vuote. Una soglia che può non essere raggiunta è una soglia tecnica, e conferma quello che il documento del 1895 dice per scritto — il premio misura un’opera, non riconosce una qualità.

Resta però la domanda che il comitato deve risolvere ogni volta, e che il lascito non risolve per lui: una soglia rispetto a cosa. Ridurre un esercito si misura da dove si parte, ma da dove parte una persona, o un paese, non lo stabilisce Nobel. Lo stabiliscono cinque persone elette dal parlamento di un singolo Stato, che ogni dodici mesi decidono cosa conti come pace nel mondo — e nel decidere il criterio decidono anche di essere loro a poterlo fissare, che è la mossa di chiunque annunci l’esistenza di un problema di cui si trova a essere l’esperto.

Che il premio si rimetta in discussione ogni anno, comunque, è più di quanto facciano le regole scritte sulla stessa materia. Nel prezzo del carbonio alla frontiera, l’esenzione per le merci a destinazione militare non ha scadenza e non distingue fra guerra e pace: vale anche negli anni in cui non si combatte, e non chiede a nessuno di riconfermarla. Il premio ha una soglia e nel 1966 l’ha usata; la deroga non ha nemmeno una data.

La natura della violenza umana la leggiamo al contrario

I due modelli che usiamo per parlarne sono sempre gli stessi. Lo scimpanzé che tende imboscate e stermina i maschi del gruppo rivale, il bonobo che scioglie i conflitti con il contatto e non uccide nessuno. Due rami della stessa famiglia, due eredità disponibili, e il compito di scegliere quale assomigli di più a noi.

Nel 2024 quattro ricercatori hanno misurato quanto spesso i maschi delle due specie si aggrediscono davvero. Maud Mouginot, Michael Wilson, Nisarg Desai e Martin Surbeck hanno seguito individui singoli dall’alba al tramonto per oltre novemila ore, in tre comunità di bonobo nella riserva di Kokolopori in Congo e in due comunità di scimpanzé a Gombe, e hanno contato gli episodi.

I maschi bonobo risultano 2,8 volte più propensi degli scimpanzé a compiere un atto aggressivo, e tre volte più propensi all’aggressione fisica: inseguimenti, spinte, morsi, colpi. Il primate che citiamo come prova che la pace è possibile litiga il triplo dell’altro.

Il dato non ribalta tutto, e gli autori lo dicono subito: nei bonobo non è mai stata osservata l’uccisione di un conspecifico, negli scimpanzé sì, e la violenza letale fra comunità resta un fenomeno solo loro. Le due specie non differiscono per quanta aggressione producono, differiscono per come finisce.

La spiegazione che gli autori propongono è la parte che conta. Gli scimpanzé formano coalizioni maschili, i bonobo non le formano. Dove esistono coalizioni, aggredire qualcuno significa rischiare la risposta di più individui insieme; dove non esistono, non succede niente. L’aggressione bonobo è frequente perché è a buon mercato.

Il che rovescia le due figure che avevamo. Il bonobo non è pacifico: è privo di un meccanismo che renda costoso il conflitto, e infatti ne fa di continuo, solo che finisce in niente. Lo scimpanzé non è violento e basta: è l’unico dei due che ha costruito un sistema capace di presentare il conto. La differenza fra le due specie non sta in quanta violenza portino dentro, sta in quanto costa usarla — e questo sposta la domanda dalla biologia all’organizzazione, ed è dove porta il confronto fra questi stessi due animali.

Il quadro lungo di quella storia — Goodall a Gombe, de Waal ad Arnhem, cosa hanno demolito e in che ordine — l’ho raccontato altrove, e va letto sapendo che sui bonobo la ricerca è arrivata dopo a correggere una parte del ritratto.

Quanto costa fermarsi

La coalizione non è un’astrazione. Frans de Waal ha raccontato un episodio che la mostra in funzione: il maschio alfa Jimoh inseguiva un giovane che si era accoppiato con una femmina del suo gruppo, una scena di dominio come se ne vedevano tante. Quella volta una femmina di alto rango emise un verso di disapprovazione. Le altre si unirono, una dopo l’altra, finché il coro non divenne assordante. Jimoh si fermò.

Cosa gli sia passato per la testa non lo sa nessuno, e non serve saperlo. Quello che si vede è che la scena è cambiata quando è cambiato il numero: da un inseguimento fra due a un gruppo schierato contro uno. È la condizione che secondo i ricercatori distingue le due specie — dove esistono coalizioni, l’aggressione ha un prezzo, e il prezzo lo fissano i presenti mentre la cosa accade.

Lo studio del 2024 dice quanto vale, quel conto. In entrambe le specie i maschi più aggressivi ottengono più successo riproduttivo, e fra i bonobo di Kokolopori l’ottanta per cento dei piccoli attribuiti ai maschi osservati risulta figlio dei due con i tassi più alti di aggressione fisica. Se la correlazione tiene, un maschio che si trattiene non rinuncia a una soddisfazione simbolica: rinuncia a discendenza.

Qui la formula del lascito smette di essere ottocentesca. Ridurre un esercito significa disarmare una capacità che si possiede davvero e che rende. Lo scimpanzé che si ferma quando arriva il coro fa esattamente quello: ha la capacità, la capacità paga, e la sospende perché il gruppo gliela fa pagare più cara. È un’opera compiuta contro una tendenza, con un costo misurabile — la definizione scritta nel 1895.

Il confronto va fatto sul punto di partenza, come chiede il criterio, e su quello noi partiamo avvantaggiati due volte. Non abbiamo la capacità letale sempre pronta di un maschio alfa, e abbiamo istituzioni costruite apposta per rendere costosa l’aggressione — tribunali, polizia, contratti, sanzioni. Un uomo che non aggredisce un estraneo non sta compiendo un’opera: sta usando un’infrastruttura che ha ereditato e che qualcun altro paga per lui.

E dove quell’infrastruttura non arriva, si vede subito. La violenza dentro il gruppo, quella che gli scimpanzé contengono con il coro e la disapprovazione immediata, noi non la conteniamo affatto: la organizziamo, la moltiplichiamo, e le diamo una struttura di comando. Un limite funziona quando arriva la sera stessa e da chi ha visto, e non è chi lo esercita a poter stabilire se sia stato legittimo.

Le intenzioni non sono mai state un requisito

La prima obiezione è che un premio non serve a descrivere il mondo, serve a spostarlo. Nessuno assegna il Nobel per stabilire chi sia il più meritevole in senso assoluto: lo si assegna per dirigere attenzione, denaro e legittimità verso un tipo di lavoro, e in oltre un secolo qualcosa ha spostato davvero. Chi obietta può elencare trattati firmati con un occhio a Oslo, negoziatori protetti dalla visibilità, organizzazioni diventate difficili da smantellare una volta premiate. Misurare il premio con il metro della giustizia distributiva è un errore di categoria: è uno strumento, e gli strumenti si giudicano da cosa producono.

Regge, e la risposta non la nega. Ma uno strumento che seleziona male produce meno di quanto potrebbe, e la regola scritta nel 1895 è più precisa di quella che usiamo: non chi ha fatto del bene, ma chi ha ridotto una capacità di fare la guerra. La differenza si vede quando si guarda chi resta fuori. Un funzionario che per trent’anni tiene in piedi un sistema di verifica degli armamenti fa esattamente quello che Nobel chiedeva, e non riceverà mai niente, perché il suo lavoro non produce un momento fotografabile.

La seconda obiezione è più dura, ed è che il confronto con gli animali non regge. Uno scimpanzé che si ferma davanti a un coro di femmine non compie una scelta morale: risponde a una pressione sociale immediata, senza deliberazione e senza principio. Premiare quello significa confondere l’inibizione con la virtù.

Ma non è il lascito a chiedere la virtù. I tre criteri del 1895 parlano di lavoro compiuto, di eserciti ridotti, di congressi organizzati: nessuna delle tre richiede una motivazione pura, e il comitato non ha mai verificato le intenzioni dei premiati. Roosevelt ha mediato per ragioni sue e ha preso il premio lo stesso. Se il criterio è l’opera e non l’animo, l’obiezione si rivolta: quello che gli animali non hanno è la deliberazione, e la deliberazione non è nel testamento.

Resta una differenza vera, e non è quella morale. Il coro delle femmine arriva mentre la cosa accade, e questo nessuna delle nostre istituzioni riesce a farlo.

Il premio è giusto, siamo noi a non meritarlo

Il coro arriva mentre la cosa accade. È questa la differenza, e non è una differenza morale: è una questione di tempi. Un limite che si presenta durante, da chi sta guardando, cambia il conto di chi lo sta subendo. Un limite che arriva anni dopo, per via giudiziaria o storiografica, fa un lavoro diverso: accerta, e accerta per chi verrà.

Il lascito chiedeva di ridurre eserciti esistenti, cioè di intervenire su una capacità mentre è in piedi e mentre rende. Noi abbiamo costruito il contrario: istituzioni lente, che intervengono quando la capacità ha già prodotto quello che doveva produrre, e un premio annuale che riconosce il risultato quando è visibile da fuori. Ogni pezzo, preso da solo, ha le sue ragioni. Insieme fanno un sistema che arriva sempre dopo.

Per questo il candidato più forte non siamo noi. Non perché gli animali siano migliori — l’idea che lo siano è la stessa favola consolatoria, girata al contrario. Ma se la regola è quella scritta nel 1895, e chiede opera compiuta, tendenza contrastata, costo sostenuto, allora un maschio che rinuncia a discendenza perché il gruppo gliela fa pagare cara ha un dossier più solido del nostro. Noi il conto lo abbiamo esternalizzato, e quello che ci resta da fare è vivere dentro un’infrastruttura che qualcun altro mantiene.

Il che è un risultato, e uno dei più grandi. Solo che è un risultato ereditato, e le eredità non si premiano: si amministrano.

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