Gli articoli sono divisi in quattro percorsi. Ognuno prende una parte diversa della stessa materia: le persone, e le strutture che le formano. Non c’è un ordine da rispettare e nessuno dei quattro presuppone gli altri: si entra da quello che interessa.
Perché quattro percorsi, e cosa c’entra Tillich
All’inizio erano tre. Una raccoglieva le storie personali e le scelte, una si occupava di giustizia, e una teneva insieme amore e potere — perché la mia idea era, ed è rimasta, che nelle relazioni le due cose non stiano mai davvero separate: si entra in un legame anche per pesare su qualcuno, e quasi nessun rapporto si regge a costo zero.
Poi ho letto un libro del 1954, Amore, potere e giustizia di Paul Tillich — nato da un ciclo di conferenze tenute in Inghilterra e ripreso negli anni successivi. Tillich parte dallo stesso punto: dice che amore e potere vengono di solito contrapposti, come se amare significasse rinunciare a contare qualcosa, e che quella contrapposizione è un errore. Ma invece di limitarsi a dirlo, dà a ciascuno dei tre termini una definizione che sta in piedi da sola. Il potere è la forza con cui una cosa riesce a esistere e ad affermarsi. L’amore è la spinta a ricongiungere ciò che è separato. La giustizia è la forma che prende l’incontro fra due poteri.
Con tre strumenti distinti si può dire molto di più che con uno. Non solo che in un rapporto ci siano forze in gioco, ma dove stanno, quanto pesano, e a che punto diventano un problema — cioè quando la misura salta e uno dei due comincia a sparire dentro l’altro. Da lì le categorie sono diventate quattro: non perché amore e potere si siano separati, ma perché adesso posso guardarli uno alla volta.
Con una differenza che conta. Tillich, alla fine, riporta i tre concetti a un fondamento comune, e quel fondamento per lui è Dio: sono le ultime pagine del libro. Io lì non lo seguo, e la quarta categoria è rimasta dov’era. Esperienza — il corpo, la memoria, la vergogna, la vita concreta prima che diventi concetto. Il punto in cui i tre si tengono non è sopra di loro, è sotto.

Amore
Relazioni, desideri, legami, appartenenze, e la linea sottile dove la cura può diventare presa. Qui guardo l’intimità nel punto in cui due persone provano a incontrarsi senza sparire una dentro l’altra: la distanza che tiene vivo un legame, il momento in cui tenere a qualcuno comincia a somigliare al controllarlo.

Potere
Le forze che si impongono e imparano a farsi passare per natura: una mascolinità, una cultura della prestazione, uno standard estetico, una tecnica che si installa e detta il tono. Qui smonto le narrazioni di massa, le idee «ovvie» e i discorsi pronti, politicamente corretti o no. Non cerco consenso, cerco lucidità. Per chi vuole pensare con la propria testa invece che con quella del gruppo.

Giustizia
Il limite che fa incontrare due forze senza che una schiacci l’altra: equità, misura, conflitto che resta dicibile, memoria che non si lascia ripulire. Qui la domanda torna quasi sempre nello stesso modo — chi paga, chi resta protetto, quale grammatica tiene insieme un gruppo quando comincia a perderla. È la giustizia come domanda pubblica, prima ancora che come conto personale.

Esperienza
Quello che si è vissuto prima che diventi una tesi: scelte, cambi di rotta, errori, e ciò che educa senza avere l’aria di educare. Parto da lì e provo ad arrivare a qualcosa che riguardi anche chi legge, senza restare nell’astratto e senza tirarne una morale.
I quattro percorsi si sovrappongono, ed è inevitabile: un articolo sulla famiglia può parlare di legami, di chi comanda e di chi paga il conto. Ogni pezzo però ne ha uno solo, e a decidere non è l’argomento ma la domanda a cui prova a rispondere. Lo stesso tema, con una domanda diversa, finisce altrove.
Questa ricerca è arrivata anche in tre libri, uno pubblicato e due in cerca di editore: stanno nei Progetti. Le regole con cui sono scritti gli articoli stanno invece nel Manifesto.
