Figura umana di fronte a una bussola frammentata, simbolo della crisi culturale e della perdita di orientamento nel mondo contemporaneo Figura umana di fronte a una bussola frammentata, simbolo della crisi culturale e della perdita di orientamento nel mondo contemporaneo

Chi annuncia una crisi culturale sta parlando del proprio mestiere

La convinzione che le cose peggiorino compare in sessanta paesi e dura da settant’anni. I giudizi che le persone danno sui contemporanei, però, non sono mai scesi.

Cambiano gli imputati: la stampa popolare, la televisione, il consumo, i social, adesso l’intelligenza artificiale. Di crisi culturale si parla da così tanto tempo, e con parole così simili, che la formula non distingue più un’epoca dall’altra. Resta identica la struttura della frase: abbiamo gli strumenti e abbiamo perso i criteri, sappiamo fare tutto e non sappiamo più perché.

Una versione vicina di questa diagnosi è stata misurata sul serio, e riguarda la morale. Nel 2023 Nature ha pubblicato uno studio costruito su quasi dodici milioni e mezzo di risposte, raccolte in almeno sessanta paesi: dappertutto la convinzione che la moralità stia peggiorando, e dura da settant’anni senza interruzioni.

Che tutti lo dicano da sempre non basta a stabilire che sia falso, perché anche un peggioramento reale produrrebbe lo stesso coro. Quello che regge sta in un’altra parte dello studio: il giudizio che le persone danno sui propri contemporanei, misurato decennio per decennio, resta fermo.

La crisi culturale ha un parente misurato, e si chiama declino morale

Mastroianni e Gilbert hanno messo insieme sondaggi d’archivio e studi propri per capire quanto sia diffusa questa convinzione e da quando dura. Le persone la attribuiscono a due cause insieme: gli individui che invecchiano male e le generazioni che arrivano peggiori. Poi gli autori hanno guardato come ogni decennio giudicava i propri contemporanei, quanto li riteneva onesti, gentili, corretti, e quella serie non scende. Ogni epoca dichiara di stare peggio della precedente e valuta i suoi contemporanei più o meno come li valutava quella prima di lei.

Il meccanismo che produce lo scarto ha due pezzi, e nessuno dei due è un difetto di intelligenza. Il primo è quello che ci arriva: le notizie sui contemporanei sono sproporzionatamente cattive, perché è quello il materiale che circola. Il secondo è quello che resta: i fatti negativi perdono carica emotiva mentre invecchiano, e il passato si alleggerisce da solo. Il presente lo riceviamo al lordo, il passato ce lo ricordiamo al netto.

La prova sta in due condizioni in cui l’illusione si spegne, ricavate dal meccanismo prima di essere verificate: se la spiegazione è quella, lì l’effetto deve venire meno. Sparisce quando si chiede delle persone che si conoscono davvero, invece che della gente in generale. E sparisce quando si chiede di epoche precedenti alla propria nascita, dove il ricordo alleggerito non c’è. Nel 2024 un gruppo indipendente ha rifatto uno degli esperimenti e ha ritrovato lo stesso schema.

Tutto questo misura la moralità percepita, non i criteri di una cultura: quel passaggio lo faccio io, non gli autori. Ma su terreni vicini il controllo si può fare, e in Italia è già stato fatto sui legami, dove i dati ISTAT dicono il contrario di quello che i discorsi sul declino danno per scontato.

Perché la formula non ha mai avuto bisogno di prove

La parola aiuta più di quanto sembri. Crisi nasce nel lessico medico e indica un momento preciso: la fase acuta in cui la malattia si decide, in un senso o nell’altro. Nella lingua moderna quel momento si dilata fino a diventare una condizione, e la voce che Koselleck dedica alla parola mostra come sia diventata una delle parole d’ordine dell’epoca. Una crisi medica finisce per definizione. Una crisi culturale può durare un secolo senza che nessuno debba spiegare perché non si è ancora risolta.

Poi ci sono le prove che portiamo, e almeno una è falsa. La più ripetuta è il passo in cui Socrate si lamenta dei ragazzi che amano il lusso, non rispettano gli anziani e chiacchierano invece di allenarsi: compare nei giornali dagli anni Venti e circola ancora oggi. Socrate non l’ha mai detto. L’ha scritto Freeman nel 1907, in una tesi discussa a Cambridge. Riassumeva con parole proprie le accuse rivolte ai giovani nell’antichità, e il virgolettato l’hanno aggiunto quelli che l’hanno ripreso; il dizionario di citazioni del servizio studi del Congresso americano la registra da decenni come attribuzione infondata.

Quel passo lo cita quasi sempre chi vuole tranquillizzare, e per smontare l’annuncio del declino usa una prova che nessuno ha mai aperto. L’errore sta da tutte e due le parti: ci si è sempre lamentati, quindi non sta succedendo niente.

Sono due modi di chiudere la questione senza pagare pegno, e ne esistono di più recenti. Che una cultura della protezione abbia reso fragili i ragazzi è una diagnosi con una data e una firma, ripetuta da undici anni, che nessuno ha mai controllato. E quando si evoca il tempo in cui questo non succedeva, si sta parlando del presente.

Chi vede il declino lo vede nel proprio mestiere

Chiudere ogni diagnosi dicendo che è un bias è la scorciatoia speculare a quella che denuncia: costa altrettanto poco, e permette a chi la usa di non verificarne una sola. Nessuno di questi studi sostiene che non peggiori mai niente: misurano quanto le persone dichiarano di percepire, non lo stato del mondo. E il fatto che una lamentela sia antica non prova niente sui fatti, perché anche un peggioramento vero produrrebbe una lamentela costante.

Nel 2019 Protzko e Schooler hanno preregistrato cinque esperimenti su tremilaquattrocento adulti, e hanno trovato che il declino che vediamo nei ragazzi è legato a dove stiamo noi. Chi è più autoritario li vede irrispettosi, chi legge molto li vede lontani dai libri, chi si considera intelligente li vede meno intelligenti, e la corrispondenza non vale per i tratti che non ci riguardano. Ognuno registra il crollo nella disciplina in cui si è attrezzato.

La prima versione di questo articolo, pubblicata nel giugno 2025, è quel caso senza attenuanti. Sosteneva che l’epoca ha gli strumenti e ha perso i criteri, e l’aveva scritta qualcuno il cui mestiere è occuparsi di criteri. Il difetto diagnosticato al mondo era la specialità della casa.

E non è finita quando me ne sono accorto, che sarebbe la conclusione comoda. Quel testo è rimasto per più di un anno il fondamento a cui altri articoli rimandano, e ogni volta che ci ho appoggiato un ragionamento ho usato una diagnosi che non avevo verificato, in un modo che non chiedeva conto a nessuno — men che meno a me.

La domanda da fare a chi annuncia la fine di un’epoca

Davanti a chi sostiene che una cultura ha perso qualcosa, c’è una domanda che viene prima di quella sul merito: su quale terreno chi parla si considera sopra la media. Quasi sempre è lo stesso in cui vede il crollo: chi insegna lo vede nella scuola, chi scrive nella lingua.

Il vantaggio è che si verifica in fretta, e non richiede di sapere niente sull’epoca: basta guardare che mestiere fa chi firma. Con la diagnosi in sé non si può fare altrettanto, perché non offre un punto in cui possa risultare sbagliata, mentre un dato ha almeno qualcuno che l’ha raccolto e che risponde del modo in cui l’ha fatto.

Vale anche per chi ha scritto queste righe, e in modo particolarmente scomodo: un articolo sulla crisi culturale è già la risposta.

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