Ci sono parole che descrivono bene un problema e non aiutano a risolverlo. Mascolinità tossica è la più riuscita del gruppo: nomina una cosa vera — la forza che diventa dominio, il disprezzo per chi si mostra fragile — e la nomina meglio di quello che usavamo prima, quando dicevamo carattere, temperamento, è fatto così.
Quello che manca è la voce accanto. Una mascolinità che tossica non è l’hanno descritta in molti, e non da poco: ci sono linee guida, corsi nelle scuole, campagne. Nessuno di quei tentativi ha però prodotto un termine che si usi. Da una parte un aggettivo che sanno tutti, dall’altra dei documenti che non cita nessuno.
Una controparte, però, all’inizio c’era. Chi ha coniato l’espressione negli anni Ottanta la usava per separare una parte del maschile dal resto, non per coprirlo tutto. Il modo in cui quella distinzione si è persa dice più sulla parola che su chi la pronuncia oggi.
Mascolinità tossica: il significato che aveva all’inizio
L’espressione non arriva dagli studi sul maschile e nemmeno dal femminismo accademico. Nasce negli anni Ottanta dentro il movimento mitopoietico americano — seminari per soli uomini, riti di iniziazione nei boschi — e viene attribuita a Shepherd Bliss, che la usava per descrivere il padre autoritario e militarizzato.
Quel movimento aveva idee che oggi si difendono a fatica: che esista un maschile profondo da riportare alla luce, guerriero e protettivo, e che a rovinarlo sia una società colpevole di ammorbidire i ragazzi. L’origine non decide l’uso di adesso, e chi la pronuncia oggi non risponde di chi l’ha inventata. Ma il compito per cui la parola era stata costruita si vede ancora nella forma: teneva insieme due cose, il maschile da salvare e la parte da cui salvarlo.
Serviva a dividere dentro, e per dividere è la parola sbagliata. Viene da tòxikon, che in greco è l’aggettivo dell’arco, e diventa veleno per abbreviazione di toxikon pharmakon, il veleno che si metteva sulle punte delle frecce. Della coppia sopravvive l’aggettivo e cade pharmakon, che è poi la sostanza capace, a seconda della dose, di curare o di uccidere.
Distinguere si può, ma con termini che una scala ce l’hanno. Fermezza, durezza, limite, dominio dicono a che punto si è, e permettono di stabilire che la durezza non è violenza senza dover assolvere nessuno. Tossico quel punto non lo dice: è un verdetto travestito da descrizione.
Nel 2018 «tossico» è stata la parola dell’anno
Nel 2018 Oxford Dictionaries ha eletto toxic parola dell’anno: le consultazioni erano cresciute del 45 per cento in dodici mesi. Insieme al titolo è uscita la lista dei termini che le comparivano accanto più spesso. Al primo posto chemical. Al secondo masculinity. Poi sostanze, gas, ambienti, relazioni, culture, rifiuti, alghe, aria.
Non era diventata falsa. Aveva smesso di selezionare. Un aggettivo che vale per una sostanza, un maschile, una storia d’amore e un ufficio non sta più descrivendo l’oggetto: sta segnalando la distanza di chi lo nomina.
Sulle relazioni è arrivata negli stessi anni e ha fatto lo stesso lavoro — una diagnosi che nessuno ci ha rilasciato, che dà peso a quello che è successo e risparmia la domanda su cosa sia successo davvero.
Il costo si vede su chi la riceve. Non esiste una soglia sotto la quale uno smette di essere tossico, né un esame che si possa passare: la parola non indica un comportamento da correggere, indica una qualità che uno ha addosso. E le qualità non si emendano. Si nascondono.
Mascolinità sana: chi ci prova sbaglia, chi non ci prova no
Un aggettivo che nomina la malattia e per la salute non ha un corrispettivo funziona lo stesso, ma non come descrizione. Chi lo usa non deve dire dove finisce il tossico e comincia il resto: gli basta pronunciarlo per risultare dalla parte che non lo è. Il costo di quella posizione è zero, e non gli si chiede nient’altro.
L’obiezione seria arriva da chi il tema lo studia. Il sociologo Manolo Farci sostiene che cercare una mascolinità sana sia l’errore: insegnarla ai ragazzi vuol dire consegnargli un secondo elenco al posto del primo, sensibili invece che duri, aperti invece che chiusi, e comunque un elenco.
Ha ragione, e lo so perché ci ho provato. In un articolo uscito lo scorso dicembre ho difeso l’aggressività maschile come funzione e non come difetto, e volevo togliere una colpa. Quello che ne è uscito era di nuovo un elenco, con dentro una separazione obbligatoria dalla madre e un’identità che si conquista tagliando.
Il difetto sta nella domanda. «Come dev’essere un uomo» produce compiti qualunque sia la risposta, e la mia non fa eccezione. Ma chi quella domanda non se la fa resta con la diagnosi e senza obblighi: non deve scrivere niente, quindi non sbaglia mai. È l’unica posizione del dibattito che non si possa contestare, ed è per questo che ci stanno tutti.
Alla forza si insegna dove fermarsi
C’è una domanda che si può fare al posto dell’altra, e non riguarda che uomo essere. Riguarda cosa fare della forza che uno si ritrova addosso: quando alzare la voce, dove fermarsi, che cosa si sta difendendo e che cosa si sta occupando.
È una domanda più piccola, e si risponde con dei fatti invece che con delle qualità. Un comportamento si corregge; un’identità, al massimo, si confessa. Davanti a un ragazzo che torna a casa furioso la differenza si vede subito, ed è la ragione per cui l’energia maschile senza forma resta un problema di educazione e non di carattere.
La controparte che manca, allora, non è un altro aggettivo da mettere accanto a tossico. È un elenco di cose da fare, e quello si può scrivere.

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