Quando si parla di maschi e di violenza circola anche una spiegazione consolatoria, e non è quella dei dibattiti televisivi. Dice che l’aggressività maschile non è un difetto ma un’energia neutra, che il contesto trasforma in forza oppure lascia marcire fino a farne una minaccia.
Non è una posizione di nicchia: su Il Gazzettino, Alessandra Graziottin parte dall’etimo di ad-gradus, andare verso, per ricordare che quella spinta contiene entrambe le direzioni — e nello stesso articolo spiega alle donne come riconoscere in tempo l’uomo aggressivo, impulsivo e geloso. I canali, quando vengono nominati, sono sempre gli stessi: i no motivati, le regole, lo sport. E quando saltano, saltano sempre per distrazione — genitori che confondono la spontaneità con lo spontaneismo, adulti che non ci sono. Che qualcuno possa avere un interesse a lasciarli saltare non è previsto.
Che cosa è stato misurato dell’aggressività maschile
Da trent’anni un filone della ricerca sull’aggressione sessuale non misura quanto un uomo sia aggressivo: misura che cosa ritiene vero, e lo fa con un questionario. Quanto è d’accordo sul fatto che il sesso sia una forma di dominio. Quanto è ostile verso le donne. Quanto crede che fra i sessi si giochi una partita fra avversari. Quanto dà credito ai luoghi comuni sullo stupro, che le denunce siano quasi sempre false o che certi no vadano interpretati. Quanto considera accettabile ottenere qualcosa con la forza. Queste cinque convinzioni insieme hanno un nome, hostile masculinity.
Nel 2021 Travis Ray e Michele Parkhill hanno messo in fila novantacinque studi condotti fra il 1990 e il 2020 per vedere se quei punteggi predicessero qualcosa. Lo fanno: chi sta in alto su quelle scale si trova più spesso fra gli uomini che hanno commesso aggressioni sessuali. I campioni sono statunitensi, gli autori avvertono che una definizione condivisa del costrutto ancora non c’è, e un’associazione non è una causa.
Nessuna delle cinque componenti riguarda la quantità di energia di cui un uomo dispone. E la strada che gli autori indicano è modificare quelle convinzioni, soprattutto negli ambienti che le confermano.
Che la violenza non sia iscritta nella biologia è un’altra questione, e l’ho affrontata partendo da scimpanzé e bonobo.
Una spiegazione che mette d’accordo tutti
L’idea dell’aggressività maschile come energia da orientare ha un vantaggio preciso: cambia l’unità di misura. Non si discute più di cosa un uomo pensi delle donne, ma di quanta forza si porti dentro — e quella forza non se l’è scelta, quindi non deve renderne conto a nessuno. Funziona su entrambi i fronti: chi accusa la mascolinità chiede agli uomini di contenere quella forza, chi la difende chiede di incanalarla, e la grandezza in questione è la stessa. Ne esce un uomo ammesso a patto che si ritragga, oppure un uomo da mandare in palestra. Nessuno dei due schieramenti gli domanda che cosa ritiene vero.
Lo si vede anche nelle parole che usiamo: «mascolinità tossica» viene da un ambiente maschile che cercava il maschio autentico, e ci è arrivata addosso trentacinque anni dopo, con il segno rovesciato. Una convinzione la si contraddice, e chi la sostiene deve difenderla. Una quantità di energia no: si contiene o si libera, e su quanta ce ne sia si litiga all’infinito.
Quello che è mancato a me non era un adulto
Si può obiettare che quelle convinzioni non nascono dal niente, e che attecchiscono dove i ragazzi crescono senza nessuno che li riprenda. Quasi sempre è vero. Nel posto dove ho passato dieci estati non lo era.
Per buona parte di quelle stagioni sono stato io quello che trattava male i colleghi. Adulti ce n’erano. Chi gestiva il locale mi teneva in grande considerazione: lavoravo per quattro, ed era la ragione per cui non mi riprendeva mai. Il limite non è mancato, è stato sospeso — una specie di premio. Me ne rendevo conto, ho provato ad andarmene più volte, e ogni volta la risposta era uno stipendio più alto e un orario più corto. Quando alla fine sono uscito, nei posti nuovi nessuno mi ha fatto discorsi sul rispetto: valevano le regole che valevano per tutti, e io non ero più l’eccezione. È bastato quello, perché un limite chiarisce invece di aggredire.
Un’esenzione non è l’assenza di una regola: è una regola diversa, e insegna qualcosa di preciso. Che le regole valgano in proporzione a quanto uno rende, e che chi rende abbastanza le veda sospese. Nessuno me lo ha detto, ma per anni ho avuto la prova ogni sera. Non è nessuna delle cinque componenti misurate dalla rassegna, ma è della stessa famiglia: una convinzione su cosa mi fosse dovuto, non una quantità di energia rimasta senza canale.
Chi spiega per mancanza — mancano i padri, mancano i modelli, mancano i luoghi — cerca vuoti, e trova solo posti in cui manca qualcosa. Un locale dove un ragazzo viene apprezzato, pagato bene e mai corretto non ha vuoti da mostrare: ha un’aggiunta. E infatti nessuno lo guarda.
Chi ci guadagna a non riprendere qualcuno
Un’esenzione la paga sempre qualcuno, e non è chi ne gode. In quelle stagioni il conto l’hanno pagato i colleghi che lavoravano accanto a me, e io me ne sono accorto quando non ero più in condizione di farglielo pagare.
Chi me la concedeva non stava sbagliando: stava calcolando. Un dipendente che rende il doppio e che, se corretto, potrebbe andarsene vale più della quiete degli altri, e il calcolo torna finché lui resta.
Il rendimento però è solo il modo più visibile di diventare insostituibile. In una famiglia non serve rendere niente: un figlio è insostituibile in partenza, e riprenderlo costa una scenata stasera, il silenzio per una settimana, il rischio che a vent’anni chiami sempre meno. Non riprenderlo, oggi, non costa niente. Il conto arriva più tardi e lo presenta qualcun altro — un collega, una fidanzata, un’aula.
Per questo la domanda utile non è come si educano i ragazzi, ma chi ha interesse a non riprenderli. La prima non ha un destinatario. La seconda ce l’ha: chiunque abbia più da perdere nel correggere qualcuno che nel lasciarlo fare.

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