Illustrazione concettuale in bianco e nero sulla crisi della mascolinità: figura maschile divisa, metà definita e metà in dissoluzione. Illustrazione concettuale in bianco e nero sulla crisi della mascolinità: figura maschile divisa, metà definita e metà in dissoluzione.

La profezia che Valerie Solanas non voleva fare

Il Manifesto minacciava lo sterminio e non è successo niente. Ha funzionato una nota di due frasi, che non progettava niente.

Nel 1967 Valerie Solanas si stampò da sola lo SCUM Manifesto al ciclostile: duemila copie, messe in vendita per strada a Greenwich Village a un dollaro per le donne e due per gli uomini. Chiedeva l’eliminazione del sesso maschile, e chi discute oggi di crisi della mascolinità cita quello. Di tutto il programma, però, si è avverata soltanto una nota a piè di pagina.

Il Manifesto è ricordato per le sue pagine più feroci, e a ragione. Il testo stabilisce quali uomini vanno uccisi e quali si salvano, e per i secondi prevede una seduta in cui ciascuno si alza in piedi, dichiara di essere un escremento ed elenca i motivi. In fondo, dopo l’ultima invettiva, ci sono invece due frasi in nota che descrivono una tecnologia allora inesistente: la possibilità per un uomo di sintonizzarsi su una donna scelta da lui e di seguirne ogni movimento, con il consenso di lei.

È la parte del Manifesto di cui non si parla, ed è l’unica che ha funzionato.

Cambia la domanda che conviene fare. Non quale minaccia venisse da Solanas, perché quella non è arrivata, ma a quali condizioni lasciava vivere gli uomini che non voleva uccidere. Quelle condizioni le abbiamo, e non ce le ha imposte una legge.

Nel Manifesto la salvezza aveva due condizioni

Solanas non chiede l’eliminazione di tutti gli uomini: chiede l’eliminazione di quelli che restano fuori da un elenco, e l’elenco lo compila lei. Si chiama Ausiliare Maschile, sta nel tratto finale del testo insieme alle istruzioni operative, e il criterio d’ammissione è dichiarato: ci entra chi lavora con impegno alla propria eliminazione, chi fa del bene a prescindere dal movente, chi sta al gioco.

Poi vengono gli esempi. Uomini che uccidono altri uomini. Biologi impegnati in programmi costruttivi invece che in armi batteriologiche. Uomini che regalano di continuo denaro, oggetti, servizi. Chi produce e promuove libri e film pornografici. Spacciatori.

Non è un elenco di uomini mansueti. È gente che agisce, e in un caso agisce ammazzando. All’uomo ammesso il Manifesto non chiede di ritrarsi, gli chiede di rendersi utile — e l’esenzione dalla condanna la ottiene chi rende, come succede quando a qualcuno conviene non riprendere nessuno.

L’elenco è più lungo, e due voci stanno altrove: sono le due che hanno retto meglio. Nella prima ci sono giornalisti, scrittori, editori e produttori che diffondono idee utili agli obiettivi di SCUM: non uomini che si eliminano, uomini che tengono il microfono e lo usano contro la propria parte. La seconda riguarda gli omosessuali, che secondo Solanas con il loro esempio spingono altri uomini a smascolinizzarsi e a rendersi così, scrive lei, relativamente inoffensivi.

Quella riga vale più di tutte le minacce del testo. Descrive un meccanismo che non passa per la forza: si rende innocuo un uomo mostrandogli un modello, e lui ci arriva da solo. La parola con cui Solanas lo dice non è sconfitto, non è punito, non è rieducato. È inoffensivo, e con l’avverbio davanti: relativamente, cioè abbastanza e non del tutto.

L’autodenuncia c’è, ed è dentro una delle categorie. Per gli uomini che dicono le cose come stanno, il Manifesto prevede sedute in cui ogni maschio presente pronuncia un discorso che si apre dichiarandosi un escremento e prosegue elencando in quali modi lo è. Il compenso è specificato: un’ora intera di socializzazione con le SCUM presenti. Pubblica, tariffata, con l’orario — ma resta una prestazione fra le altre, non è la porta d’ingresso.

La porta d’ingresso, però, non basta. Stare nell’Ausiliare, scrive Solanas, è condizione necessaria ma non sufficiente: per salvarsi non basta fare del bene, bisogna anche evitare il male. Segue il secondo elenco. Ci sono gli stupratori e i politici, e insieme a loro i cantanti scadenti, i presidenti dei consigli di amministrazione, i padroni di casa, i proprietari di ristoranti con la musica di sottofondo, i disc jockey, gli agenti immobiliari, chi parla senza avere niente da dire, chi sta seduto per strada e deturpa il paesaggio, chi butta cartacce. Per chi ricade in tutte e due le liste è prevista una valutazione soggettiva complessiva.

Le due condizioni non sono della stessa specie. La prima si guadagna con una prestazione che si può esibire, e chi l’ha soddisfatta lo sa. La seconda non si guadagna: la emette qualcun altro, su una lista che nessuno ha promesso di chiudere, e la formula finale la consegna a una valutazione dichiaratamente soggettiva. Chi è dentro non sa mai di esserlo abbastanza.

Gli uomini che si godono lo spettacolo

Il Manifesto ha altre figure maschili, e la più importante non somiglia all’Ausiliare. Compaiono tutte nella scena finale, quando SCUM arriva.

Gli uomini malati e irrazionali, quelli che tentano di difendersi quando vedono arrivare SCUM, si aggrapperanno terrorizzati a Big Mama, e Big Mama sarà a sua volta aggrappata a Big Daddy, che nel frattempo se ne sta in un angolo a farsela addosso dentro i suoi pantaloni da uomo forte e dinamico. Sono i resistenti, e la prosa li tratta come ridicoli. Non sono loro.

Poi arriva l’altra categoria, ed è quella che qui interessa. Gli uomini razionali non scalciano, non si dibattono, non fanno storie: si siedono, si rilassano, si godono lo spettacolo e cavalcano l’onda fino alla propria fine. Nella stessa pagina Solanas scrive anche cosa vogliono davvero — essere schiacciati, calpestati, trattati come i cani e la sporcizia che sono, e vedersi confermata la propria ripugnanza.

Non è la rieducazione, ed è più radicale. All’uomo razionale non viene chiesto di dimostrare niente: gli viene chiesto di non opporsi, e in cambio ottiene di stare seduto. La differenza con l’Ausiliare è netta. Chi entra nell’elenco deve rendersi utile e resta esposto alla seconda lista; l’uomo razionale non rende niente e non è esposto a niente, perché ha già accettato l’esito. Non è ammesso: è congedato con garbo.

Nella pagina a fianco c’è la nota. Solanas elenca cosa possono farne dei loro giorni miseri i pochi uomini rimasti — drogarsi, andare in giro travestiti, riprodursi al pascolo, oppure presentarsi al più vicino centro suicidi amichevole, dove verranno gassati in silenzio, in fretta e senza dolore. In mezzo a quelle opzioni ne mette una quinta: guardare passivamente la donna in azione, realizzandosi come spettatori, vite vissute per interposta persona. È su questa espressione che cade l’asterisco.

La nota dice che per lui sarà elettronicamente possibile sintonizzarsi su una donna specifica, quella che vuole, e seguirne in dettaglio ogni movimento. E aggiunge il motivo per cui lei accetterà: perché non le costerà nulla, ed è un modo meravigliosamente gentile e umano di trattare quegli sfortunati handicappati.

Nel 1967 la televisione trasmetteva, non si sintonizzava su nessuno. Quella nota contiene la selezione individuale, la continuità, e il consenso di chi viene guardata — con la motivazione economica scritta accanto. Nella stessa pagina, un capoverso più su, il testo aveva appena finito di elencare i centri suicidi.

La crisi della mascolinità e il desiderio dato in appalto

Nel 2024 il Guardian ha raccolto la testimonianza di un ventiduenne che aveva incontrato la pornografia in quarta elementare, cercando la parola «sesso» sul computer di casa. Quando anni dopo è arrivato al sesso con una persona reale, ha scoperto di non riuscirci: la cosa vera non lo eccitava abbastanza, la stimolazione non era quella giusta. Racconta che ancora oggi, se passa un periodo a guardare porno, tenere gli occhi chiusi durante il sesso peggiora le cose — gli serve lo stimolo visivo.

Non è la storia di un dipendente. È la storia di un canale che ha imparato a funzionare da solo. Samuel Shpall, che insegna filosofia del sesso a Sydney, chiama questo processo l’appalto del desiderio, e cita la filosofa Amia Srinivasan per spiegare come funziona: algoritmi che imparano le preferenze di chi guarda e poi le formano, insegnandogli a pensare il sesso per categorie già stabilite. Il ragazzo lo descrive come un filtro che si sovrappone a quello che ha davanti — non guardi la persona, la vedi attraverso.

Sono quasi sessant’anni dopo la nota, ed è la nota. Lo spettatore c’è. La continuità c’è. La selezione individuale è arrivata dopo, con le piattaforme dove non si comprano contenuti ma l’accesso a una persona scelta, che acconsente perché per lei è un’attività economica. La motivazione che Solanas immaginava era la pietà; quella vera è migliore, perché conviene a entrambi e non chiede a nessuno di sentirsi in debito.

È qui che la crisi della mascolinità smette di funzionare come descrizione. Sotto la stessa formula finiscono l’uomo che si scusa in pubblico e l’uomo che paga per guardare, che non hanno lo stesso problema e non stanno nella stessa condizione. Il primo ha ancora qualcosa da negoziare. Il secondo ha smesso di negoziare, e non se n’è accorto perché quello che gli è stato tolto gli viene consegnato ogni sera.

E non serve che qualcuno lo abbia deciso. Il codice che un uomo si trova addosso non nasce da una sua inclinazione: glielo consegna il contesto, che decide in anticipo cosa in lui è leggibile e cosa no. Solanas immaginava una lista di uomini ammessi. Quello che è arrivato al posto della lista non ammette e non esclude nessuno: distribuisce, e chi riceve a sufficienza non chiede più di entrare in nessun elenco.

L’obiezione, e cosa ci ho messo di mio

C’è un’obiezione seria a tutto questo, e va fatta prima che la faccia qualcun altro. Molti di quelli che hanno lavorato sul Manifesto lo leggono come una parodia dei trattati filosofici del patriarcato, e già nel 1968 una recensione sul Village Voice lo accostava alla satira di Swift, quella del pamphlet in cui si propone di risolvere la carestia irlandese vendendo i bambini poveri come carne da tavola. Solanas stessa, nel 1977, lo definì un espediente letterario. Nel 1968, però, a chi le chiedeva se facesse sul serio aveva risposto di sì.

Se è satira, prenderla per profezia è già una forzatura. Nessuno prevede il futuro mentre scrive una caricatura.

Solo che è esattamente il contrario. Una previsione fatta apposta è un’ipotesi, e chi la formula sceglie con cura cosa mettere e cosa lasciare fuori. La nota non è nemmeno un’ipotesi: è un dettaglio buttato lì per completezza, sotto un filetto, con un refuso che nessuno ha corretto. Non doveva reggere niente, e per questo dice quello che a Solanas sembrava ovvio senza che ci pensasse — che un uomo, potendo, guarderebbe; e che una donna, potendo, lascerebbe guardare, a patto che non le costi. Sono le due premesse su cui oggi gira un settore economico.

E poi c’è la mia parte. Ho scritto un articolo su questo argomento un anno fa, e la figura centrale era l’Ausiliare Maschile: l’uomo ammesso a patto di farsi piccolo, di dichiararsi colpevole, di non disturbare. Nel Manifesto quella figura non c’è. La docilità che le attribuivo è degli uomini razionali della scena finale, trenta righe più avanti; l’Ausiliare è un elenco di gente che agisce, e in un caso ammazza. Avevo letto il testo prendendo appunti sulle pagine che mi servivano, e le pagine che mi servivano erano quelle che confermavano la tesi con cui ero arrivato.

Una condanna che non fa più male

Il Manifesto ha fallito su tutto quello che aveva progettato. Il governo è al suo posto, il denaro pure, gli uomini anche. Ha funzionato una nota di due frasi, che non progettava niente.

Ma quella nota si è avverata cambiando segno. Solanas metteva lo spettatore in fondo alla sua lista, accanto ai drogati e al centro suicidi: era l’ultimo stadio, la vita ridotta a guardarne un’altra. Quello che ha preso quella forma non è una fine, è un abbonamento. Nessuno ci è stato costretto, nessuno ci ha perso la dignità, e nessuno lo racconta come una disfatta.

È la differenza fra una condanna e un servizio: la prima si riconosce, e finché si riconosce si può discutere. Il secondo si rinnova.

Il che rende inutile la domanda con cui si discute di solito, cioè chi abbia deciso cosa un uomo può essere. Non è una decisione. Si finisce per assomigliare a quello che si guarda a lungo, e quello che gli uomini guardano di più adesso è un’immagine che risponde e non chiede niente in cambio.

Solanas pensava che per liberarsi degli uomini bisognasse ucciderli. Bastava molto meno: bastava dargli qualcosa da guardare.

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