Che i legami si stiano assottigliando è la premessa da cui parte quasi tutto quello che si scrive sull’argomento, e quasi nessuno la verifica. La crisi delle relazioni viene data per acquisita, e si discute solo delle cause: gli schermi, il lavoro, la fretta, il narcisismo.
L’ISTAT quella rete la misura da dieci anni. Nel 2014 l’81,8% delle persone dai quattordici anni in su dichiarava di avere parenti non conviventi, amici o vicini su cui contare in caso di bisogno. Nel 2024, l’82,1%.
Nello stesso decennio l’altro indicatore si muove poco, e resta su un livello molto più basso: il 22,5% pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia. Poco più di due persone su dieci.
I due dati non si contraddicono. Insieme dicono che non ci stiamo slegando: qualcuno su cui contare ce l’hanno più di otto persone su dieci, e quel qualcuno finisce esattamente dove finisce la cerchia di chi si conosce già.
La crisi delle relazioni è un problema di carico
L’82% che può contare su parenti, amici o vicini sembra un dato tranquillizzante finché non si guarda che cosa deve reggere quella cerchia. Sono cose che a uno sconosciuto non si chiedono, e che quindi ricadono sempre sulle stesse persone: un genitore che smette di essere autosufficiente, una scuola chiusa in un pomeriggio feriale, un trasloco, la settimana in cui i soldi finiscono prima del mese.
Quello che sta in mezzo, invece, si è ristretto davvero. Le associazioni, il volontariato, le parrocchie, i circoli: gli indicatori che li contano stanno tutti sotto i livelli del 2014, anche dopo il recupero degli ultimi anni. Chi svolge attività gratuita per un’associazione è passato dal 10,1% all’8,4%, chi ne finanzia una dal 14,5% all’11,6%.
Era lo strato che assorbiva la parte di carico che una famiglia non regge da sola. Quando si assottiglia, quello che eccede non sparisce: viene delegato al mercato, agli uffici, alla terapia, servizi che hanno un prezzo, una lista d’attesa e un orario di apertura.
Da qui si legge anche la crisi demografica, che ridotta a bonus e a graduatorie non si capisce. Prima di un incentivo, un figlio chiede di sapere chi ci sarà nei pomeriggi dei dieci anni successivi.
Che nel frattempo anche l’amore sia diventato più rischioso da praticare è un problema diverso, con ragioni sue.
Il tessuto sociale è fatto di persone che non si conoscono
Il 22,5% non riguarda quanto ci vogliamo bene. Riguarda la disponibilità ad accordare fiducia a qualcuno che non si è mai visto, e l’ISTAT lo scrive in chiaro: la diffidenza è verso gli sconosciuti e verso chi si trova fuori dalle cerchie familiari e amicali. Oltre quel confine, la buona fede va guadagnata ogni volta da capo.
Non è la solitudine il problema: si può avere la cerchia in ordine, l’agenda piena, e non fidarsi comunque di chi sta fuori. La solitudine non è un difetto, e non è nemmeno la diagnosi giusta per un paese in cui la cerchia stretta è quasi sempre al suo posto.
La disponibilità a fidarsi, però, non è distribuita in modo uniforme. Il 35,9% dei laureati pensa che gran parte della gente sia degna di fiducia, contro il 16,4% di chi ha al massimo la terza media. E lo stesso scarto torna sulla cerchia: 87,9% contro 76,2%. Sul territorio la forbice va dal 35,3% del Trentino-Alto Adige al 15,7% della Sicilia.
Chi ha più rete, insomma, ha anche più mondo fuori dalla rete. I due vantaggi viaggiano insieme.
Le reti che rimpiangiamo tenevano perché andarsene costava
Chiedere più appartenenza sembra una domanda di calore, e invece è una domanda di confine. L’appartenenza non si produce, si delimita: dire chi è dei nostri è la stessa operazione che dice chi non lo è, guardata dal lato comodo.
Non tutti i «noi» sono tribù, e chi vuole più fiducia reciproca non sta chiedendo altri confini: sta chiedendo di poterne fare a meno. Chi si tiene le chiavi di casa a vicenda non ha selezionato nessuno, abita sullo stesso pianerottolo, e chi ci trasloca il mese prossimo sarà incluso dal fatto di essere arrivato.
Solo che la fiducia dentro la cerchia costa poco proprio perché è piccola e uscirne era difficile. Il calore era il sottoprodotto: il prodotto era l’impossibilità di sfilarsi. Quelle reti dense reggevano su obblighi, vicinanza forzata, dipendenza economica, e su quanto costava farsi vedere venir meno.
E il confine non protegge soltanto. Quando i valori smettono di essere universali e diventano segnali di appartenenza, dicono anche chi può essere ignorato: non per cattiveria, ma perché fuori dal perimetro le richieste smettono proprio di arrivare.
Per questo «crisi delle relazioni» è un nome che sposta lo sguardo. Di appartenenza ne abbiamo, e funziona molto bene entro il suo raggio.
Il perimetro si sposta una volta alla volta
A una società non si può chiedere di produrre affetto. Le si può chiedere di rendere meno costoso fidarsi di chi non si conosce, e questa è una faccenda di occasioni più che di sentimenti: ogni volta che la buona fede verso un estraneo non viene punita, quella dopo costa un po’ meno.
Funziona come l’affidabilità dentro un rapporto: non esiste in versione breve, e l’unica prova che ne abbiamo è la ripetizione. Un ufficio che risponde, un vicino nuovo che ricambia il saluto, un portafoglio che torna indietro: niente di tutto questo fa notizia, e insieme spostano il perimetro di qualche metro.
È un lavoro lento e per niente commovente. Ma una società non si misura da quanti legami produce: si misura da quanto lontano arrivano.

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