Figura che emerge da un guscio crepato, simbolo della sicurezza come nascita e forza interiore. Figura che emerge da un guscio crepato, simbolo della sicurezza come nascita e forza interiore.

Che la sicurezza emotiva ci abbia resi fragili non l’ha misurato nessuno

Avevo comprato una diagnosi d’epoca perché diceva quello che pensavo già. Quando qualcuno l’ha misurata, non ha trovato niente.

L’idea che siamo diventati fragili a forza di proteggerci è nata su una rivista americana nel 2015, e da allora nessuno l’ha verificata. Si intitolava The Coddling of the American Mind, la firmavano Greg Lukianoff e Jonathan Haidt, e usciva sull’Atlantic nel numero di settembre.

Parlava dei campus: avvisi sui contenuti prima delle lezioni, oratori contestati fino a farli rinunciare. Dieci anni dopo la stessa diagnosi vale per una riunione di lavoro, per un gruppo di amici, per due persone che stanno insieme. Chi chiede sicurezza emotiva passa per il prodotto di quella cultura, e l’oggetto di cui si parlava non c’è più in nessuna delle tre scene.

La sicurezza emotiva misurata invece che discussa

Nel 2023 tre ricercatori hanno raccolto tutti gli esperimenti fatti fino a quel momento sugli avvisi che precedono un contenuto, i trigger warning, e ne hanno calcolato l’effetto complessivo. Dodici studi, centoquarantaquattro misure. Victoria Bridgland, Payton Jones e Benjamin Bellet hanno pubblicato il risultato su Clinical Psychological Sciencead accesso libero.

L’avviso non cambia niente di quello che si prova davanti al contenuto: l’effetto è praticamente zero, e l’intervallo attorno a quello zero è così stretto da rendere molto improbabile che ci sia qualcosa in una direzione o nell’altra. Non fa evitare il materiale, e dove si può scegliere fra due versioni dello stesso testo quella con l’avviso tende a essere scelta più spesso. Non peggiora e non migliora la comprensione di quello che si sta studiando.

Una cosa sola regge, e nella direzione opposta a quella che l’avviso promette: fra il momento in cui si legge e il momento in cui si guarda, chi è stato avvertito sta peggio.

Gli autori le due posizioni le nominano tutte e due. Da una parte chi sostiene che l’avviso aiuta a prepararsi; dall’altra i critici, che nella bibliografia sono Lukianoff e Haidt 2015 e sostengono che alimenta una cultura dell’evitamento. Non c’è uno studio, fra quelli raccolti, che concluda a favore dell’avviso. E i due schieramenti ne escono a mani vuote tutti e due: lo strumento su cui si litiga da dieci anni non protegge e non rammollisce.

Un comportamento si vede, un’epoca va misurata

Questa pagina, nella versione rimasta online da marzo, quella diagnosi l’aveva comprata. Citava l’Atlantic come se fosse un referto e ne ricavava che una cultura intera si era rammollita, con l’attenuante di non avere mai controllato niente. L’avevo presa per buona perché diceva quello che pensavo già, al punto che di quell’articolo avevo attribuito la firma a uno solo dei due che l’avevano scritto.

Quello che resta in piedi è più piccolo e più utile. Che qualcuno chieda di non essere contraddetto succede, e si vede: c’è chi scambia il confronto per un’aggressione, chi riceve un’obiezione e risponde parlando di come si è sentito. Sono cose che si osservano una alla volta, in una stanza, e per riconoscerle non serve nessuna teoria sul secolo.

Il salto arriva dopo. Da «quella persona reagisce così» a «siamo diventati fragili» c’è di mezzo tutto il resto delle persone, e un’affermazione di quella taglia si regge solo su misure. Le uniche che esistono riguardano lo strumento simbolo della faccenda, e dicono che non fa niente.

Diverso è chiedere di non essere umiliati: quella richiesta resta legittima, e con la fragilità non c’entra.

Chi non viene scosso spesso non ha imparato niente

La parola funziona anche al contrario, e lì fa meno rumore. Chiamiamo sicurezza emotiva il non essere mai scossi, e a quel punto chi non si scompone diventa il più maturo dei due.

Di solito non si scompone perché ha meno da perdere: è la posizione a non scuoterlo, e la posizione non è un carattere. Ha la giornata piena, un’altra faccenda che gli interessa di più, l’impressione che quel discorso si possa rimandare.

Il merito però lo prende comunque, e senza fare niente per averlo: chi resta calmo non deve dimostrare nulla, mentre chi si è agitato deve spiegare perché. Nel frattempo la calma dell’uno diventa il metro con cui si giudica l’altro, e nessuno chiede all’uno in base a cosa. È il modo più comune di scambiare una dotazione per una conquista.

Le due letture si assomigliano più di quanto sembri. Là una condizione diventa una debolezza, qui diventa una virtù, e tutte e due le volte a nessuno viene in mente di chiedere in base a cosa.

Quello che costa non è il disagio, è il preavviso

Il solo effetto che regge, in quegli esperimenti, sta tutto nell’intervallo fra l’avviso e il contenuto annunciato: lì chi è stato avvertito sta peggio degli altri, e quando il contenuto arriva le due reazioni tornano identiche.

L’esperimento riguarda avvisi scritti davanti a un testo o a un video, non le persone che si parlano, e il passaggio da uno all’altra lo faccio io. Ma la forma è la stessa: qualcuno annuncia un contenuto difficile perché crede di attutirlo, e l’unica cosa che aggiunge è l’attesa. «Dobbiamo parlare» mandato di mattina per una conversazione che si farà la sera funziona così: la sera va come sarebbe andata comunque, e in mezzo ci sono otto ore.

Vale anche per le premesse lunghe, quelle che partono da quanto teniamo alla persona e arrivano al punto tre capoversi dopo. Chi le fa pensa di ammorbidire, e intanto tiene l’altro fermo davanti a una frase che non ha ancora sentito.

È il motivo per cui un’obiezione detta mentre succede costa meno di un chiarimento rimandato: non perché il momento sia più comodo, ma perché non ne aggiunge un secondo.

Nessuno ha controllato, e a nessuno è sembrato strano

Restano da dire i limiti di quello che ho usato per smontare gli altri. Gli esperimenti sugli avvisi durano una seduta sola, e i partecipanti vengono tutti da paesi occidentali e ricchi, con i vizi di campionamento che questo comporta. Quello che provano è più stretto: gli avvisi, gli unici a essere stati guardati da vicino, non facevano niente. Di un decennio passato così non dicono niente, perché misurano un pomeriggio.

Il che è già molto, perché nel frattempo il litigio non si è fermato mai. Da una parte si sono messi avvisi in cima ai testi per anni senza chiedersi se servissero; dall’altra si è scritto che quegli avvisi stavano crescendo una generazione fragile, senza controllare se fosse successo. Le prime misure sono arrivate nel 2018, e per cinque anni ognuno ha citato quella che gli serviva. La somma è del 2023.

E la parte più scoperta è la premessa che nessuno pronuncia. Una diagnosi generazionale dice che prima si stava meglio. Di ansia e depressione qualche serie storica c’è; di quanto le persone reggessero, niente. Nessuno l’ha mai raccolto, né allora né adesso.

Chi protegge qualcuno, intanto, resta l’unico a stabilire se quello che fa serva: non tocca a chi mette il limite dire se era necessario. Prima di chiedersi se una cultura protegga troppo, c’è una domanda che costa meno e che quasi nessuno si fa: quello che sto facendo per proteggere qualcuno, protegge qualcuno?

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