L’Europa ha deciso di non contare l’impatto ambientale della guerra, e l’ha messo per iscritto.
Dal primo gennaio 2026 chi importa acciaio, alluminio, cemento o fertilizzanti da fuori dell’Unione paga alla frontiera un prezzo per il carbonio incorporato in quelle merci, calcolato per avvicinarlo a quello che i produttori europei sostengono già sul mercato delle quote. Il meccanismo si chiama CBAM e nasce dal regolamento (UE) 2023/956, approvato da Parlamento e Consiglio nel maggio di quell’anno. All’articolo 2 una riga stabilisce che il regolamento non si applica alle merci destinate a essere trasportate o utilizzate nell’ambito di attività militari.
La stessa tonnellata di acciaio, uscita dallo stesso stabilimento e sbarcata nello stesso porto, paga o non paga a seconda dell’uso che viene dichiarato all’arrivo.
Le altre esclusioni previste dal meccanismo dipendono da dove la merce è stata prodotta o da quanta ne arriva. Quella militare è l’unica che dipende da cosa la merce andrà a fare. Nell’ottobre 2025, quando l’Unione ha riscritto quell’articolo per semplificarlo, le voci minori sono state sostituite da una soglia di quantità e la riga sulle attività militari è rimasta al suo posto.
L’esenzione militare vale anche contro l’industria europea
Il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere nasce da un problema che l’Unione si è creata da sola. Se fabbricare dentro i confini costa di più perché le emissioni si pagano, conviene comprare da fuori: la Commissione chiama quel rischio rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, e il CBAM serve a chiuderlo allineando il prezzo pagato all’arrivo a quello che i produttori europei sostengono già sul mercato delle quote. Senza quel pareggio, ogni obbligo imposto all’industria interna si trasforma in un vantaggio per gli stabilimenti fuori dall’Unione.
L’acciaio, però, è anche il materiale dei mezzi corazzati, delle infrastrutture militari e delle munizioni, e l’alluminio quello degli aerei. Su questo la deroga produce un effetto preciso: il sistema europeo di scambio delle quote colpisce gli impianti, non l’uso finale del prodotto, quindi l’acciaieria europea che rifornisce un esercito paga le proprie emissioni come tutte le altre. L’importatore che dichiara quella merce destinata ad attività militari non paga niente.
Il risultato è che nell’unico settore interamente esentato il meccanismo ricrea la distanza che era stato costruito per eliminare, e la ricrea a favore di chi fabbrica fuori dall’Unione. Il fornitore europeo delle forze armate resta l’unico a sostenere un costo che i suoi concorrenti non hanno. È il Conflict and Environment Observatory a segnalarlo, in un’analisi dedicata agli effetti della deroga sulla decarbonizzazione delle forze armate.
C’è poi un dettaglio procedurale che conta più di quanto sembri. La deroga non condona un’emissione già misurata: le merci escono dal meccanismo prima del conteggio, senza dichiarazione CBAM annuale e senza certificati. Di quell’acciaio non resta un numero da nessuna parte.
L’impatto ambientale della guerra non entra nel conteggio
Anche dove qualcuno prova a contare le emissioni militari, finiscono in una casella costruita per non farsi leggere. Le linee guida prevedono due caselle in cui il consumo di combustibile delle forze armate può finire: la 1.A.5, intitolata «altro, non specificato altrove», che raccoglie insieme il carburante dei mezzi e il riscaldamento degli edifici militari, e la 1.A.3.d.i. Comunicare quel dato alle Nazioni Unite è volontario, e le linee guida consentono di aggregare le voci per proteggere l’informazione militare: chi dichiara può consegnare un totale unico da cui nessuno riesce a distinguere una flotta aerea da una caldaia.
Il risultato si vede quando qualcuno prova a fare il confronto. Hannah Huibregtsen ha esaminato gli inventari nazionali trasmessi alle Nazioni Unite dai ventitré paesi dell’Unione che appartengono alla NATO: per il 2021 avevano dichiarato 6,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalente in quelle categorie. Ricalcolando a partire dai dati di spesa per la difesa comunicati all’Alleanza, la sua analisi arriva a circa 39 milioni, e presenta lo scarto dell’82% come soglia minima.
Su scala mondiale le attività militari valgono una stima del 5,5% delle emissioni di gas serra: se fossero un paese sarebbero il quarto emettitore del pianeta. È una cifra ottenuta estrapolando dai pochi Stati che pubblicano dati, quindi fragile per costruzione, e comprende soltanto l’attività ordinaria, basi, mezzi, addestramento, forniture.
Le guerre combattute stanno fuori anche da lì. I primi quindici mesi di conflitto a Gaza sono stati stimati da Neimark e colleghi in 32 milioni di tonnellate; la ricostruzione dell’Ucraina, calcolata da Kobayakawa con un modello che conta anche il cemento e l’acciaio importati per rimetterla in piedi, arriva a 741 milioni su dieci anni, 4,1 volte le emissioni annue del paese prima dell’invasione, con l’avvertenza, sua, che si tratta dello scenario peggiore. Nessuna delle due cifre ha una categoria in cui essere dichiarata.
E il conteggio riguarda solo il clima. Quello che una guerra lascia nei suoli e nelle falde, metalli pesanti, residui di esplosivi, ciò che esce da un impianto industriale colpito, viene documentato da anni, dura decenni e non entra in nessun inventario, perché non esiste un inventario che lo preveda.
Nel novembre 2023 il Parlamento europeo ha chiesto all’Alto rappresentante, alla Commissione e al Consiglio di elaborare una proposta per una contabilità trasparente delle emissioni militari, dentro la risoluzione annuale che precede la conferenza sul clima. Le risoluzioni non vincolano nessuno, e le regole con cui quei numeri si dichiarano non sono cambiate.
Mentre la transizione ecologica stringeva le regole per i cittadini
Negli stessi anni in cui quella riga restava dov’era, la parte civile della transizione ha smesso di essere un annuncio. Il divieto sulle motorizzazioni che si potranno vendere, i requisiti sugli edifici che gli Stati devono recepire, gli incentivi che decidono chi riesce ad adeguarsi e chi resta indietro: strumenti diversi, tutti rivolti a persone che non hanno modo di sottrarsi. Sugli edifici l’Italia ha maturato quasi centoventotto miliardi di detrazioni senza che nessun obbligo europeo lo imponesse, e sono andate in prevalenza a chi era già in condizione di fare i lavori. Sull’automobile la stessa asimmetria si è vista sul lato delle infrastrutture: la rete di ricarica è cresciuta dove serviva a chi un garage ce l’aveva già.
Il meccanismo alla frontiera segue la traiettoria opposta. Nel maggio 2023 nasce con la deroga militare già dentro, insieme a due esenzioni minori per le spedizioni di poco valore e i bagagli dei viaggiatori. Nell’ottobre 2025 l’Unione lo semplifica: le due esenzioni minori spariscono, sostituite da una soglia di cinquanta tonnellate annue per importatore, e la riga sulle attività militari resta. Dal gennaio 2026 il prezzo alla frontiera si paga davvero, e a quel punto la destinazione militare è l’unico motivo per cui una merce può non passare affatto dal conteggio.
Non è un caso isolato. Nel giugno 2025 la Commissione ha presentato il pacchetto per la prontezza alla difesa: autorizzazioni più rapide per i progetti del settore, un invito agli Stati membri a usare le deroghe ambientali già previste per interesse pubblico prevalente e pubblica sicurezza, un allargamento delle esenzioni contenute nelle norme sulle sostanze chimiche.
Parlamento e Consiglio hanno chiuso il negoziato il 10 giugno di quest’anno e il testo attende l’adozione formale; la Commissione riassume il risultato dicendo che i permessi arriveranno entro un massimo di cento giorni, contro i fino a quattro anni che possono servire oggi. Riguardano autorizzazioni e sostanze chimiche, non emissioni, quindi non aggiungono niente al conto del carbonio. Dicono però in che direzione si è mosso il perimetro nel periodo in cui l’articolo 2 veniva ripulito.
Il conto si può fare anche su una guerra necessaria
La deroga non è nata per una guerra in particolare: vale per qualunque merce dichiarata a destinazione militare. È però la guerra a renderla indiscutibile, perché fornisce la ragione per cui nessuno chiede di rivederla.
L’obiezione, a questo punto, è seria e va detta per intero. Mettere in una tabella sola le emissioni di chi aggredisce e quelle di chi si difende significa trattare le due cose come equivalenti, e chi reclama la contabilità mentre qualcuno è sotto attacco fa un esercizio di igiene morale che pagano altri. Aggiungi che nessun inventario ha mai fermato una colonna di mezzi corazzati, ed è vero.
Ma è per questo che l’obiezione non regge: un inventario non ferma niente, e non è fatto per farlo. Nessuna delle regole di cui abbiamo parlato impedisce di fabbricare un mezzo corazzato o di importare l’acciaio per costruirlo. Impediscono di ignorare quanto è costato. Il meccanismo alla frontiera non vieta l’importazione, le mette un prezzo; l’esenzione non serve a permettere quell’acquisto, che sarebbe permesso comunque, serve a non farlo comparire.
E un’esenzione non è una sospensione. Sospendere un obbligo è una decisione con una data, che si può revocare quando la ragione viene meno; l’esenzione non ha scadenza, non distingue la guerra dalla pace e continuerà ad applicarsi negli anni in cui non si combatte. Chi la difende in nome dell’emergenza sta difendendo una norma che dell’emergenza non parla.
Dietro c’è una convinzione più antica, che raramente viene formulata: che la guerra appartenga al fondo naturale delle cose e la pace sia la parentesi ordinata in cui si tengono i registri. È l’idea che la guerra sia inevitabile, ed è quella a rendere accettabile un’eccezione senza scadenza dentro un regolamento sul carbonio. Non si è dovuto nasconderla, perché nessuno si aspettava che quel conto venisse chiesto.
A chi erano indirizzate le regole
Un’esenzione dice più di una violazione. Chi viola una regola la riconosce e la aggira; chi si esenta stabilisce in anticipo che quella regola, per una certa categoria di casi, non doveva applicarsi. Nel meccanismo alla frontiera la categoria non è definita da una quantità né da un’origine, ma da una destinazione dichiarata all’arrivo, e non ha bisogno di essere giustificata caso per caso.
Questo spiega perché la deroga non abbia mai fatto discutere. Non è passata di nascosto: è stata votata da Parlamento e Consiglio, pubblicata, e due anni dopo riconfermata mentre l’articolo che la contiene veniva ripulito da tutto il resto. Nessuno ha avuto bisogno di difenderla, perché nessuno l’ha attaccata. Quando la sicurezza diventa la grammatica in cui si parla di tutto, gli altri criteri non vengono sconfitti: smettono di essere pertinenti, e chi li invoca sembra fuori tema.
Le regole climatiche europee, allora, non sono deboli. Funzionano molto bene su chi non ha come sottrarsi: chi deve sostituire una caldaia, cambiare un’auto, dichiarare quanto ha importato. Su chi ha un argomento per non rientrarci non funzionano affatto, e la differenza non sta nel peso ambientale delle due categorie, quello della seconda non è nemmeno noto.
È il motivo per cui l’impatto ambientale della guerra non entra nel dibattito: non è controverso, è fuori dal registro. E finché resta fuori dal registro, non c’è niente su cui discutere.

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