Illustrazione line art in bianco e nero di tre figure che attraversano un cancello: simbolo della transizione giusta Illustrazione line art in bianco e nero di tre figure che attraversano un cancello: simbolo della transizione giusta

La transizione giusta ha una definizione, e va bene a tutti

La formula la cita anche chi dovrebbe esserne il bersaglio, e non sta nemmeno mentendo. Il criterio è fatto in modo che possa dirla chiunque.

Il vocabolario del clima è quasi tutto elastico. Sostenibile, green, neutralità, impatto: parole che ciascuno riempie come gli conviene e su cui si può discutere per anni senza che nessuno risulti formalmente in torto. Transizione giusta fa eccezione. Nel 2015 è stata messa per iscritto: esiste un testo, adottato insieme da governi, rappresentanti dei datori di lavoro e sindacati, che stabilisce cosa deve contenere una transizione perché la si possa chiamare così.

Quel testo parla di lavoratori: posti che si perdono quando un impianto chiude, riqualificazione, ammortizzatori, sindacati seduti al tavolo mentre si decide. Noi quella formula la usiamo quasi sempre per parlare d’altro — bollette, caldaie, case da mettere a norma.

Nessuno, che io ricordi, è mai stato costretto a dire rispetto a quale criterio la sua transizione sarebbe giusta. La domanda non si fa, e la formula regge benissimo lo stesso.

Transizione giusta: una definizione che esiste già

Le linee guida sono state adottate nel 2015 dall’Organizzazione internazionale del lavoro, l’ILO. Il testo (in inglese) parte da lì: la parola decisiva è quella che sta nel nome, lavoro. Chiede di prevedere in anticipo l’impatto sull’occupazione e di tenere il dialogo sociale dentro le decisioni, con il diritto di organizzarsi e di contrattare. Nove capitoli, dalla macroeconomia alla salute sul lavoro.

Una transizione è giusta, per le linee guida, se chi ci rimette per primo non ci rimette da solo, ed è seduto al tavolo mentre si decide quanto in fretta andare.

Le famiglie compaiono una volta sola, al paragrafo 28: si invita a considerare una compensazione per i nuclei a basso reddito che spendono in energia una quota alta di quello che guadagnano. C’è, quindi. Ma è una voce facoltativa dentro il capitolo sulla protezione sociale, non il centro del discorso.

Il testo non è vincolante: nessuno può essere sanzionato per averlo ignorato. Non serve a obbligare; serve a stabilire se una frase è vera.

Greenwashing: la formula la cita anche chi ne è il bersaglio

Sul sito di Eni c’è una pagina intitolata Una transizione giusta è equa e sostenibile per tutti. Si richiama all’Accordo di Parigi e proprio alle linee guida ILO, elenca i gruppi verso cui l’impegno è rivolto — lavoratori, fornitori, comunità, clienti — e riporta l’amministratore delegato sulla necessità di ripartire i costi «senza gravare sulle comunità vulnerabili».

Non c’è niente di irregolare, e non serve chiamarlo greenwashing. L’accusa presupporrebbe una menzogna, e qui non ce n’è bisogno: richiamare quelle linee guida è un diritto di chiunque. E quelle voci la pagina le contiene davvero.

Un criterio che si soddisfa elencandone le voci non seleziona nessuno. Una società che estrae idrocarburi può sottoscriverlo senza contraddirsi, perché lì si chiede di prevedere l’impatto sull’occupazione, non di estrarre di meno.

È la stessa asimmetria per cui il discorso ambientale sa essere preciso e severo sui consumi domestici e diventa prudente appena incontra industria, sicurezza e geopolitica. Le regole arrivano dove qualcuno le può applicare senza rimetterci.

Just transition: la parte giusta è la prima a saltare

Chi in Europa emette CO2 deve comprare il permesso di farlo. Le industrie che ne emettono di più, però, una parte di quei permessi la ricevono gratis: se pagassero tutto, andrebbero a produrre dove non si paga. L’argomento è serio e non lo liquido. Nelle linee guida gli aiuti alle imprese ci sono, e sono legati al cambiare: incentivi a chi riconverte, sostegno a chi il cambiamento lo subisce. Un permesso gratuito non chiede di cambiare niente.

Poi c’è il prezzo della CO2 su carburanti e riscaldamento. Doveva partire nel 2027; a dicembre 2025 Parlamento e Consiglio hanno concordato di spostarlo al 2028, per evitare un rincaro troppo brusco.

Presa da sola è una misura che protegge esattamente chi il criterio dice di proteggere. Solo che quel prezzo finanzia il Fondo sociale per il clima, cioè lo strumento pensato per accompagnare quelle stesse famiglie. Rinviarlo significa meno risorse per il fondo, tanto che la Banca europea per gli investimenti ha messo in campo tre miliardi di anticipo per il periodo in cui il sistema non incassa ancora.

Nessuna delle due decisioni, da sola, è irragionevole. Messe in fila mostrano una regolarità: quando si è trattato di rallentare, ha rallentato il prezzo, e con il prezzo il fondo che doveva accompagnare le famiglie. I permessi gratuiti sono rimasti dov’erano. Resta aperta la domanda di chi dovrebbe sostenerlo davvero, quel costo.

Un criterio che non esclude nessuno

Quel testo l’hanno firmato insieme governi, datori di lavoro e sindacati. Perché tre parti con interessi diversi firmino insieme, quello che firmano deve risultare accettabile a tutte e tre. È il modo in cui funzionano gli accordi tripartiti, e non è un segreto. Ne escono linee guida ampie e non vincolanti, che nominano tutti quelli che vanno nominati e non obbligano nessuno a uscire dalla stanza.

Da lì in poi la formula circola senza incontrare resistenza. La usa un governo che rinvia il prezzo della CO2, la usa un sindacato che difende gli occupati di un impianto, la usa un’azienda che estrae idrocarburi.

Nessuno dei tre sta mentendo: la parola è fatta in modo che tutti e tre possano dirla. Chi però la pronuncia senza dire rispetto a quale criterio non sta chiedendo giustizia. Sta comprando il diritto di non essere contestato, che costa molto meno.

Non è un’accusa che posso fare stando fuori. Un lessico che si autogiustifica l’avevo già guardato da vicino nel settore in cui davo per scontato che avrei lavorato, e lì me n’ero accorto. Qui no: questa espressione l’ho usata per anni come la usano tutti, senza che mi venisse in mente di controllare se ci fosse un testo dietro.

Il criterio c’è, ed è pubblico. Chiederlo a chi usa la formula costa una domanda sola.

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