Una folla osserva una massa scura e caotica che prende forma, simbolo del complottismo e del bisogno di dare un volto al caos. Una folla osserva una massa scura e caotica che prende forma, simbolo del complottismo e del bisogno di dare un volto al caos.

Nessuno crede a un complotto da solo

Le spiegazioni oneste hanno un difetto: non incolpano nessuno. Ed è per questo che, quasi sempre, perdono contro quelle che incolpano qualcuno.

Ogni volta che qualcosa non torna, arriva la stessa frase: guarda a chi conviene.

Non basta dire che una decisione è stata confusa, o che un sistema ha funzionato male. Prima o poi vogliamo sapere chi l’ha voluta. Chi ci guadagna. Chi ha mosso i fili.

È una domanda comprensibile. Il caos puro è quasi impossibile da sopportare, e una realtà senza responsabili è una realtà a cui non si può nemmeno chiedere conto.

Il complottismo si prende quel vuoto e ci mette un nome.

Quella frase, però, non si pensa e basta: si dice. Anch’io, le volte che l’ho pensata, l’ho detta subito a qualcuno — e ho aspettato che annuisse.

Complottismo: una volontà si può accusare

Il complotto non nasce sempre dal desiderio di sapere di più. A volte nasce dal bisogno di non arrendersi a qualcosa che non si lascia afferrare.

Una crisi economica o una guerra hanno cause stratificate e a tratti contraddittorie: interessi reali e calcoli sbagliati, più una lunga scia di conseguenze che nessuno aveva previsto. È la spiegazione più vicina al vero ed è quella che lascia più insoddisfatti, perché non incolpa nessuno contro cui rivolgere la rabbia.

Il complottismo non si limita a dire che le cose sono collegate. Dice che qualcuno le ha collegate apposta. E lo fa perché una volontà si può accusare, mentre l’incompetenza al massimo si constata.

Il mondo si riduce a una scena processuale. Il sospetto di partenza può essere legittimo — verso i poteri economici, verso le informazioni incomplete — ma presto non cerca più distinzioni: cerca conferme. Ogni zona d’ombra è una prova, ogni smentita una copertura.

Karl Popper aveva dato un nome a questa mossa già nel 1945, nella Società aperta e i suoi nemici: la chiamava teoria cospirativa della società, cioè la convinzione che tutto ciò che accade — soprattutto le cose che non piacciono — sia il risultato voluto da qualcuno. La considerava una superstizione religiosa secolarizzata, e le opponeva un’obiezione semplice: nella vita sociale quasi niente riesce come qualcuno l’aveva progettato.

Una teoria del complotto funziona così come una religione povera, capace di offrire una trama dove la realtà non sembra averne. Ma la trama, da sola, non basterebbe. Quello che il complotto aggiunge è un imputato.

Lo stesso gesto lo facciamo con il passato quando ci sembra troppo sporco per essere tenuto com’è: cancellare, purificare, assolvere. Lì però serve a rimettere ordine in quello che è già successo. Nel complottismo serve a costruire qualcuno abbastanza solido da reggere tutto il peso della confusione.

Se il mondo è governato da meccanismi economici e istituzioni fragili, resta difficile capire dove mettere la rabbia. Se c’è un nemico nascosto, la rabbia ha un indirizzo. Non fa meno male, ma è più ordinata.

Il bisogno di controllo preferisce una mappa sbagliata

Capire non significa sempre chiudere. Si possono confrontare versioni diverse e restare comunque davanti a una spiegazione incompleta — non perché qualcuno stia nascondendo qualcosa, ma perché molte verità arrivano così, provvisorie e con un margine d’errore dichiarato.

Per chi ha bisogno di controllo quella provvisorietà è quasi intollerabile, e il bisogno di sentirsi al sicuro pesa più della disponibilità a guardare. Succede anche lontano dai complotti: quando chiediamo una garanzia vogliamo sapere di chi sarà la colpa prima ancora di sapere come andrà.

Il complottismo offre l’uscita più semplice. Non chiede di restare nel dubbio: lo sostituisce. E anche quando è falsa, quella certezza tiene insieme i pezzi e permette di dire che finalmente tutto torna.

Non viene vissuta come una difesa. Chi ci crede non si percepisce come qualcuno che sta semplificando, ma come qualcuno che ha avuto il coraggio di guardare dove gli altri non guardano. Se tutto è parte di un piano, il mondo non è fuori controllo: è controllato da altri. Perfino sentirsi manipolati rassicura più dell’idea di vivere dentro processi che nessuno governa davvero.

La psicologia che se ne occupa dice più o meno la stessa cosa: davanti a una realtà troppo grande per essere compresa, una spiegazione totale funziona da riparo. Non elimina la paura, le dà una forma. Non restituisce potere, dà l’impressione di avere una mappa.

E una mappa sbagliata, a chi ha paura di perdersi, sembra meglio di nessuna mappa.

Più quella certezza è necessaria, meno spazio resta per correggerla: ogni dato contrario è un inganno, ogni esitazione un’ingenuità. Orientarsi era lo scopo, e a un certo punto non lo è più.

Un senso di appartenenza in cambio di una spiegazione

Le fake news non sono soltanto contenuti sbagliati. Quando incontrano il complottismo funzionano come segnali: non dicono solo che cosa pensare, dicono da che parte stare.

Da lì in avanti la smentita fa poca strada. Non perché correggere non serva — di solito serve, e le persone spostano le proprie convinzioni più di quanto si racconti. Ma chi ha costruito un’appartenenza su una credenza non riceve la correzione come informazione: la riceve come un giudizio su di sé. E in quel caso la smentita non toglie un errore. Toglie l’unica forma che qualcuno è riuscito a dare alla propria impotenza.

Il complotto separa chi vede da chi dorme, e l’appartenenza a quella parte conta più di qualsiasi notizia singola.

È la stessa conversione che avviene altrove, quando una condizione qualunque arriva a definire una persona e da lì tornare indietro costa più di quanto sembri.

Trattare ogni complottista come uno stupido è comodo e non spiega niente. Dietro certe credenze c’è ignoranza, certo, ma c’è anche una vulnerabilità prima che un’irrazionalità: la paura di non contare niente dentro processi troppo grandi per essere governati.

Niente di tutto questo rende vere quelle teorie, e alcune fanno danni reali.

E non vale solo per i complotti. Succede ogni volta che un problema complesso viene ridotto a una colpa morale semplice — come quando la transizione ecologica arriva come una morale rivolta a chi ha meno margine per scegliere. La colpa semplice alleggerisce: dà un bersaglio e permette di sentirsi dalla parte giusta senza attraversare il problema.

Chi ha trasformato una credenza in identità non sta difendendo una spiegazione. Sta difendendo il posto che quella spiegazione gli ha dato nel mondo.

Non ogni caos ha un volto

Il contrario del complottismo non è credere a tutto quello che dicono istituzioni ed esperti. Sarebbe la stessa semplificazione rovesciata, con un padrone diverso.

Con il passato facciamo un lavoro simile e più innocuo: lo ripuliamo fino a farne un’età dell’oro, perché una storia ordinata è più abitabile di una storia vera. Lì ci si limita a consolarsi. Nel complottismo la stessa operazione ha bisogno di qualcuno da incolpare.

Smontare una teoria non basta, se resta in piedi il bisogno che la rendeva desiderabile. Chi ci crede non cerca soltanto una spiegazione alternativa: cerca un nemico riconoscibile e qualcuno con cui condividerlo. E quella compagnia, invece di liberare dal caos, chiude dentro una certezza fragile.

Molte ingiustizie non nascono da un piano, molti errori collettivi non hanno un regista. Il mondo, il più delle volte, non è segreto: è solo più disordinato di quanto vorremmo.

Accettarlo costa più di quanto sembri, e per una ragione precisa: un colpevole si condivide, l’incertezza no.

Non inventarne uno vuol dire restare soli davanti a quello che non si capisce. È l’unica cosa, in questa faccenda, che nessuno può fare in compagnia.

Gli articoli ti parlano?

Iscriviti alla Newsletter, ogni sabato mattina invio un pensiero che non trovi altrove.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *