Nel febbraio del 1905 i ferrovieri italiani fermarono i treni senza incrociare le braccia: applicarono i regolamenti alla lettera, e il servizio si paralizzò da solo. Cinque giorni dopo Giolitti lasciò la presidenza del Consiglio e la questione ferroviaria passò al suo successore.
La ricerca di certezze parte dall’idea opposta: che una procedura scritta bene tenga in piedi le cose. Il 1905 dice il contrario. Le ferrovie stavano in piedi perché qualcuno, ogni giorno, decideva quale prescrizione saltare e ne rispondeva di persona. Il regolamento non faceva funzionare niente.
Copriva chi lo seguiva. Ed è questo, non la protezione, quello che compriamo ogni volta che chiediamo una garanzia.
La ricerca di certezze compra un’esenzione
Nel 2017 il Parlamento italiano ha messo per iscritto quello che una procedura promette davvero. La legge Gelli-Bianco ha introdotto nel codice penale l’articolo 590-sexies: quando un paziente muore o resta danneggiato per imperizia, la punibilità del sanitario è esclusa se sono state rispettate le raccomandazioni delle linee guida, purché adeguate al caso concreto.
La norma non promette che seguire la linea guida migliori l’esito. Stabilisce che l’esito, comunque sia andato, non ricada su chi la stava seguendo. La salute non c’entra. La norma stabilisce chi risponde.
Ha funzionato anche troppo. È servita una sentenza delle Sezioni Unite penali per restringerne l’ambito, perché letta alla lettera l’esenzione avrebbe coperto anche l’errore grave, purché riconducibile a una raccomandazione accreditata. Oggi vale per la colpa lieve, e solo quando le linee guida erano state individuate correttamente.
Fuori dagli ospedali cambia l’etichetta e non il meccanismo. La liberatoria che si firma prima di un’escursione guidata non rende la montagna meno ripida. La mail mandata in copia a chi non c’entra non fa arrivare il progetto in tempo. Nessuna delle due riduce il rischio: stabiliscono chi ne risponderà.
Il lavoro che nessun regolamento prescrive
I ferrovieri del 1905 non sabotarono niente. Fecero quello che il regolamento chiedeva, nell’ordine in cui lo chiedeva, e i treni si fermarono. Smisero soltanto di fare il lavoro che nessuna norma prescriveva: decidere quale controllo si poteva rimandare, quale firma raccogliere dopo, quando la situazione davanti non era quella descritta nel manuale.
Quel lavoro non lascia traccia se va bene. Lascia un nome se va male.
Per questo l’ostruzionismo funziona come arma e non come dispetto. All’azienda torna indietro esattamente il servizio che i suoi regolamenti prescrivono: ogni verifica al suo posto, ogni firma prima del passaggio successivo, e i treni fermi in stazione.
Dove una procedura copre chi la applica, quelle decisioni sono le prime a sparire. Nessuno smette di prenderle per pigrizia: smette perché in un sistema che protegge chi si attiene, discostarsi è l’unica cosa di cui qualcuno dovrà rispondere con il proprio nome.
Che poi tutto questo ci abbia resi più fragili è un’altra faccenda, e resta una diagnosi mai verificata.
Vogliamo il medico che deroga e il diritto di denunciarlo
Nessuno vuole essere curato secondo il manuale. Vogliamo quello che guarda noi e non la casistica, che si accorge quando il nostro caso non rientra, che si fida di quello che vede. E nello stesso momento vogliamo poterlo portare in tribunale se quel giudizio si rivela sbagliato.
Le due richieste non stanno insieme, e da un pezzo ha vinto la seconda. In un’indagine Agenas su millecinquecento medici ospedalieri di quattro regioni, il 58% dichiara di praticare medicina difensiva. Fra le cause indicate, le pressioni dirette dei pazienti pesano solo per il 14% — ma le prime due, la legislazione e il rischio di finire in giudizio, sono la stessa cosa vista da lontano: la possibilità che il paziente faccia causa.
Nella maggior parte dei casi si traduce in esami e visite in più, che costano soldi e tempo. In una quota minore, il 6%, si traduce in cure non date: trattamenti che potevano funzionare, scartati perché rischiavano di complicarsi.
Sono cure che qualcuno non ha ricevuto. Non gliele ha tolte un contabile: gliele ha tolte la stessa richiesta di garanzia che a noi sembra soltanto buon senso.
La sola cosa che non si assicura
Firmare una garanzia non abbassa la probabilità che vada male: decide in partenza dove cadrà, e di solito cade su chi aveva meno potere di dire di no. È quello che fa un ospedale quando compra una polizza — il rischio clinico resta identico, cambia solo chi paga se succede.
È per questo che firmare calma più che prepararsi. Prepararsi lascia aperta la possibilità di sbagliare lo stesso; firmare la chiude subito, e sposta il problema dal futuro alla colpa. Non chiediamo di sapere come andrà. Chiediamo di sapere in anticipo che non sarà stata responsabilità nostra.
È l’unica cosa che nessun documento può davvero garantire, perché il documento stabilisce a chi la colpa verrà attribuita, e non chi l’aveva. Quella resta dov’era, che qualcuno la voglia o no.

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