Penna su fogli scritti in bianco e nero, immagine simbolica dello scrivere online e della responsabilità delle parole pubblicate. Penna su fogli scritti in bianco e nero, immagine simbolica dello scrivere online e della responsabilità delle parole pubblicate.

Scrivere non mi ha reso più puro, mi ha reso più responsabile

Ho scritto un libro e non è cambiato niente di quello che pensavo sarebbe cambiato. Quello che pesa comincia dopo, e riguarda cosa si è disposti a firmare.

A volte mi capita di sentirmi dire: “Ah, quindi anche tu hai scritto un libro?”. Di solito la frase è innocua, magari persino gentile, e proprio per questo mi mette in difficoltà. Non è che mi vergogni di averlo fatto, né che voglia fingere distacco da qualcosa che in fondo ho cercato. Mi mette in difficoltà perché dentro quella domanda sento una piccola promozione. Come se aver scritto un libro spostasse chi lo ha scritto fra le persone che hanno qualcosa da dire.

Io non sono sicuro che funzioni così.

Più passa il tempo, più mi sembra che scrivere online o pubblicare un libro non renda nessuno più intelligente né più profondo. Rende semmai più visibili certe ambiguità che prima restavano private: la voglia di essere letti, il bisogno di dare una veste nobile a ciò che si pensa, il desiderio abbastanza umano di non passare inosservati.

È per questo che la parola “autore” mi è sempre sembrata sproporzionata quando arriva troppo in fretta. Non serve un tribunale letterario per stabilire chi abbia diritto di parlare. Ma oggi pubblicare è abbastanza facile da permettere a molti di sentirsi autori prima ancora di chiedersi se quel testo meritasse di esistere.

Scrivere online è una posa più lenta

Scrivere online porta con sé un equivoco comodo: che esporsi attraverso le parole significhi essere più sinceri. Se pubblico qualcosa che penso e ci metto il mio nome, allora sto mostrando qualcosa di vero. In parte funziona così, perché scrivere costringe almeno a scegliere: non si può dire tutto insieme, e non si può lasciare un pensiero nello stato confuso in cui è nato.

Scrivere online è anche il modo più elegante di costruirsi un’immagine. Non quella rapida dei social, fatta di reazioni immediate e piccole prove quotidiane di esistenza, ma una più lenta e più facile da giustificare. Chi scrive sembra più autentico solo perché non sta ballando davanti a una telecamera.

E un articolo, proprio perché appare ragionato, è il posto migliore dove mettersi in posa.

Si può lasciare un luogo rumoroso e portarsi dietro la stessa tentazione in una stanza più silenziosa. Cambia il ritmo, cambia il tipo di riconoscimento che si cerca; non è detto che cambi il rapporto con quello che si pubblica.

Non mi convince l’idea romantica secondo cui scrivere sarebbe sempre un gesto di verità. A volte lo è. Altre volte è solo una forma più ordinata di raccontarsi meglio di come si vive: la pagina mette a fuoco, ma può anche rendere presentabile una confusione che resta lì sotto, intatta.

Pubblicare online non basta a diventare autori

Per molto tempo pubblicare significava passare da un editore, qualcuno che decideva se un testo dovesse arrivare ai lettori o no. Quel filtro non era neutro: aveva i suoi automatismi e le sue esclusioni arbitrarie, e l’editoria che lo gestiva rischia molto meno di quanto racconti. Però dava alla pubblicazione un peso.

Oggi quella mediazione si aggira. Non è una perdita, ed è la ragione per cui ho pubblicato anch’io: si può stampare un libro senza chiedere permesso e senza aspettare mesi una risposta.

Solo che mettere un testo in vendita non basta a renderlo necessario, e nemmeno a renderlo più vero. Il fatto che una piattaforma permetta di caricare un file e venderlo non fa di quel gesto un evento culturale. Quello che si allarga è l’accesso, e insieme all’accesso si allarga la confusione fra una possibilità tecnica e una necessità interiore.

Non è più una faccenda di cinquanta copie stampate per i parenti: autopubblicare è una modalità riconoscibile del mercato editoriale, con i suoi generi e i suoi lettori. E se pubblicare è facile, la fatica di arrivarci non prova più niente sul valore di quello che abbiamo scritto.

Diventare autori non coincide con l’accesso a una piattaforma o con un codice ISBN. Comincia dopo, quando ci si accorge che quel libro esiste davvero, che può leggerlo qualcuno che non ci deve niente, e che non basterà dire “l’ho pubblicato” per farlo reggere.

Firmare un testo scritto con una macchina

Con l’intelligenza artificiale la tentazione è dividere il campo in due: da una parte chi scrive davvero, dall’altra chi si fa aiutare da una macchina. È una distinzione comoda, e regge poco. Non basta scrivere tutto da soli per essere autentici, e non basta usare uno strumento per diventare falsi.

Come si scrive con l’intelligenza artificiale senza perdere la propria voce è una domanda sul processo. Questa è una domanda sulla firma.

Un testo può nascere senza IA e restare impersonale, pieno di frasi ricevute e di idee mai elaborate. E un testo nato con uno strumento appartiene a chi ci mette il nome, ma solo se lo corregge e accetta di risponderne.

Uno studio del 2024 ha provato a misurarlo. Le persone che avevano generato un testo con l’IA non si consideravano né proprietarie né autrici di quel testo, e insieme evitavano di dichiarare che dietro c’era una macchina: non era loro, e non lo attribuivano a nessun altro. Ma più intervenivano su quelle righe, più le sentivano proprie.

Questo articolo è nato così, e non l’ho mai nascosto.

La domanda, allora, non è chi abbia materialmente scritto una frase. È quanto chi la firma sia disposto ad assumerla.

Si può appropriarsi di un testo anche senza ricalcarlo parola per parola: prendere da altri un tono, una postura, e mettere insieme una pagina formalmente corretta senza averci messo niente di proprio. In quel caso la macchina non c’entra. C’entra la distanza fra quello che firmiamo e quello che siamo disposti a riconoscere come nostro.

“Anche tu hai scritto un libro”

Si può sbagliare anche nella direzione opposta, e scrivere pagine irreprensibili. Tutte le fonti al posto giusto, niente da contestare, e sotto nessuna necessità: una piccola burocrazia della conoscenza in cui il testo non porta il peso di nessuno.

A quel punto conta poco se le frasi sono nate da solo, con un editor o con un algoritmo. Conta se chi firma può ancora dire che quel testo lo riguarda, e non soltanto perché c’è il suo nome sotto.

Quello che ha fatto, semmai, è togliermi una scusa comoda: che basti avere qualcosa dentro per avere qualcosa da dire. Una volta pubblicato, un testo non è più protetto dal desiderio che lo ha fatto nascere, e deve reggere lo sguardo di chi non sa niente delle intenzioni con cui l’ho scritto.

Così, la prossima volta che me lo chiedono, la risposta resta sì. Solo che non mi sposta da nessuna parte.

“Autore” non è una promozione. È qualcosa a cui rispondere.

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