Lavorare nella cooperazione internazionale: un uomo fermo davanti a una porta aperta, in un’illustrazione lineare in bianco e nero che suggerisce esitazione e scelta. Lavorare nella cooperazione internazionale: un uomo fermo davanti a una porta aperta, in un’illustrazione lineare in bianco e nero che suggerisce esitazione e scelta.

Perché ho scelto di non lavorare nella cooperazione

Chi lascia un lavoro che tutti considerano giusto deve spiegare perché, e la spiegazione deve essere all’altezza. Quasi sempre le ragioni vere sono molto più piccole.

Un mestiere che arriva già dalla parte giusta è l’unico a cui non viene chiesto di dimostrare che funziona. Agli altri si domanda quanto pagano, dove portano, se sono fatti bene. Chi dichiara di voler lavorare nella cooperazione internazionale ha già risposto prima che la domanda arrivi, e di solito nessuno gliene fa altre.

Il biglietto, però, si paga lo stesso. Jae Yun Kim, Troy Campbell, Steven Shepherd e Aaron Kay hanno sottoposto a più di duemila persone la stessa richiesta rivolta a due lavoratori identici, uno considerato appassionato e uno no: ore in più senza compenso, mansioni umilianti fuori dal mansionario, tempo tolto al sonno e alla famiglia. Con l’appassionato la richiesta risultava più legittima.

I due meccanismi che producono quel risultato sono stati misurati separatamente: si dà per scontato che l’appassionato quel lavoro l’avrebbe fatto gratis comunque, e che per lui il lavoro sia già la ricompensa. Il processo funziona anche al rovescio: a chi viene trattato peggio si finisce per attribuire più passione.

Un mestiere morale porta quel meccanismo al grado massimo, perché non chiede soltanto di lavorare. Chiede di essere d’accordo. E chi si lamenta delle condizioni sembra lamentarsi del fine, che è la ragione per cui in certi ambienti le condizioni si discutono meno che altrove, non di più.

Vale anche fuori dai mestieri buoni, dove la stessa richiesta arriva senza la cornice morale: il lavoro non deve più soltanto mantenere chi lo fa, deve anche giustificarlo.

Il settore non è il punto

Le obiezioni serie alla cooperazione internazionale esistono e non riguardano le intenzioni di chi ci lavora: l’aiuto amministrato tende a produrre la dipendenza che dovrebbe ridurre, e il bene che scorre in una direzione sola diventa una forma di potere. A monte ce n’è una terza, organizzativa: consigli e donatori hanno premiato per anni la nascita e la crescita di organizzazioni longeve, con staff e budget sempre più grandi. Un’organizzazione che deve durare ha bisogno che duri anche il problema.

Nessuna di queste tre, però, spiega perché una persona non ci vada a lavorare. Dicono com’è fatto l’apparato. Il passaggio da «l’apparato funziona male» a «io lì dentro non ci vado» è un salto, e lo compie chi decide.

Il biglietto d’uscita: quando si smette di voler lavorare nella cooperazione internazionale

Le ragioni per cui una persona lascia perdere un mestiere sono quasi sempre piccole. Un ambiente che non piace. Un’ora di lezione tenuta male da qualcuno che quel lavoro lo faceva. Una voce sentita in giro e mai verificata, creduta sul momento perché confermava un sospetto.

Le mie erano di quel tipo. Di quel mondo ho visto due mesi soltanto, metà in una sede e metà sul campo, dentro un’organizzazione che con la cooperazione internazionale c’entrava fino a un certo punto; il resto l’ho guardato da fuori, mentre mi preparavo a entrarci.

A farmi cambiare idea non è stato niente di strutturale: è stato un gruppo di studenti che si preparava a quello stesso mestiere e parlava soprattutto delle carriere che avrebbe fatto. Di loro mi è rimasta una scena.

Uno raccontava agli altri, ancora offeso, che un ragazzo del giro gli aveva chiesto se conoscesse un posto dove dormire dalle sue parti, dopo un problema con l’albergo, e che lui aveva risposto di no: nessuno doveva farsi l’idea di passare una notte gratis a casa sua.

Da qualunque altro lavoro si esce dicendo cose così, e nessuno chiede di più: pagava poco, gli orari erano impossibili, i colleghi insopportabili. Da un mestiere morale no. Chi se ne va deve produrre una ragione all’altezza del fine dichiarato, perché l’uscita da un lavoro giusto viene letta come una posizione sul giusto.

Così la ragione si costruisce dopo. La mia l’ho raccontata per anni e stava in piedi benissimo: l’ideale che resta, l’apparato che non convince, la coerenza che porta altrove. Non era falsa mentre la dicevo. Era arrivata seconda.

E il settore ci guadagna più che da qualunque difesa. Le critiche che riceve sono tutte di principio, e le questioni di principio si discutono per anni senza spostare niente. Le ragioni piccole, che sono quelle per cui le persone se ne vanno davvero, non gli arrivano mai.

Cosa costa tenersi l’idea

Lasciare il mestiere e tenersi il valore è lo scambio più conveniente che ci sia. Resta la parte giusta e se ne va la parte scomoda: le riunioni, i bandi da inseguire, le rendicontazioni, le persone che nessuno avrebbe scelto. Per questo la formula «l’ideale resta, l’apparato no» suona bene a chiunque la pronunci, me compreso.

Il problema è che da lì in poi non c’è più niente da controllare. Chi ci crede davvero e chi lo dice e basta pronunciano le stesse frasi, e le frasi si pronunciano gratis. L’unica differenza che si vede da fuori è quanto uno spende: ore, soldi, rogne.

E conta solo se le spende in un posto dove nessuno gli dice bravo per averlo fatto.

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