Chi paga e chi riceve, nella cooperazione internazionale, non sono la stessa persona. Il donatore sta in un paese ricco, il beneficiario in uno povero, e il giudizio sul risultato lo formula il primo, sulla base di quello che gli racconta l’organizzazione che ha speso i soldi. Il beneficiario, che sarebbe l’unico in grado di dire se qualcosa è cambiato, non ha voce in capitolo e non ha un fornitore alternativo a cui rivolgersi.
Nel 2016 il settore si è dato da solo un obiettivo: entro il 2020 un quarto dei finanziamenti umanitari doveva arrivare alle organizzazioni locali e nazionali dei paesi assistiti. Un rapporto ODI del maggio 2026 misura dove siamo arrivati. Nel 2024 la quota è stata di poco inferiore al 10 per cento contando anche i passaggi intermedi, e del 3,8 per cento per via diretta. Il resto è rimasto agli intermediari internazionali, cioè a chi scrive le relazioni.
Cosa prometteva l’università
Ho studiato cooperazione internazionale, e dentro le aule quella struttura non si vedeva. La materia arrivava come una strada morale già tracciata: le ONG, la partenza, la differenza da fare. E la promessa non riguardava solo il bene fatto agli altri, ma la persona che ne sarebbe uscita. Un doppio capitale, morale e identitario, che a vent’anni non si rifiuta.
Ce n’era una seconda, meno detta: a un lavoro che parte dalla parte giusta nessuno chiede di dimostrare che funziona. Bastava accennare un dubbio per incontrare il fastidio dei colleghi, non una controreplica, un fastidio. Su come sia finita ho scritto altrove: ho scelto di non lavorare nella cooperazione.
Quando la crepa è arrivata da fuori
Un anno dopo la laurea incontrai per caso una ex compagna di corso, appena rientrata da un progetto sul campo. Mi raccontò che i soldi raccolti in Italia non arrivavano dove avrebbero dovuto, e che il programma, nato per sostenere minori in difficoltà, le era sembrato più una vetrina per attirare fondi e volontari che un intervento vero.
Le dissi che forse era capitata nel posto sbagliato. Non era una consolazione: era la risposta più economica che avessi a disposizione, perché l’alternativa era mettere in discussione la cosa in cui avevo appena investito tre anni. Un caso storto si può isolare, un modello storto no.
Qualche giorno dopo mi mandò un articolo del Guardian sugli orfanotrofi nepalesi. Quello che lei aveva visto restava una testimonianza, la sua; dopo averlo letto non potevo più chiamarla eccezione, perché l’inchiesta portava nomi, cifre e arresti e mostrava lo stesso meccanismo replicato su scala.
Quando la cooperazione internazionale diventa assistenzialismo
Un’organizzazione che vive di donazioni ha un problema che le imprese non hanno: deve dimostrare che il bisogno esiste ancora, ogni anno, per continuare a esistere. Il bisogno non è il problema da eliminare, è la condizione per raccogliere.
Da lì in avanti la deformazione non ha bisogno di malafede per prodursi. L’aiuto non insegue il bisogno più grave, insegue quello che il donatore riconosce, e un orfano si riconosce meglio di un bambino povero che ha ancora la madre. UNICEF Nepal calcolava che negli orfanotrofi del paese, prima del terremoto del 2015, vivessero circa sedicimila bambini, e stimava che fino all’85 per cento di loro avesse almeno un genitore vivo.
In alcuni casi, scriveva, i bambini vengono separati deliberatamente dalle famiglie e collocati in istituto proprio perché servono ad attirare volontari paganti e donatori. Quando la madre torna a riprenderselo e il bambino viene nascosto, la crudeltà non è un eccesso di qualcuno: è il funzionamento normale di una struttura in cui quel bambino è la fonte di reddito.
Il Nepal è la versione criminale del meccanismo. La versione legale gira ovunque e non richiede nessun reato: richiede solo che nessuno abbia interesse a chiudere. Un progetto che funziona davvero dovrebbe preparare la propria fine, e la fine di un progetto significa fondi che non arrivano più, sedi che chiudono, persone che perdono il lavoro. Nessuno firma quel documento. Così si continua, e la conclusione dichiarata è sempre che serve ancora tempo, mentre si misura quello che si può misurare senza chiudere: i pasti distribuiti, i bambini iscritti, i corsi erogati, i beneficiari raggiunti.
È qui che l’aiuto smette di essere aiuto e diventa assistenzialismo: tampona, consola, fotografa risultati parziali, e lascia intatte le condizioni che lo rendono necessario. La stessa cosa succede tra due persone quando chi accoglie resta indispensabile e la porta aperta non cambia niente della casa.
E qui va detta la cosa che dovrebbe assolvere e invece aggrava. Quasi nessuno, dentro, agisce in malafede: la maggior parte delle persone che ho conosciuto credeva in quello che faceva. Ma un sistema che ha bisogno del bisogno non funziona nonostante la loro buona fede, funziona grazie a quella. È la convinzione sincera a rendere presentabile il bilancio, e nessuna macchina si conserva meglio che attraverso gente onesta.
L’aiuto che si può interrompere
Che si possa fare diversamente non è una speranza, è una cosa misurata. Il Graduation approach, nato all’ONG bangladese BRAC, dura ventiquattro mesi e poi finisce: trasferisce un bene produttivo, spesso animali da reddito, insieme a formazione, accompagnamento e un sostegno temporaneo ai consumi, e alla scadenza si ritira. È stato testato con sei esperimenti controllati in Etiopia, Ghana, Honduras, India, Pakistan e Perù, su oltre ventimila persone. I risultati, pubblicati su Science nel 2015, mostrano che l’aumento dei consumi raggiunto alla fine del programma era ancora lì un anno dopo, con benefici superiori ai costi in cinque siti su sei.
Vale la pena notare cosa lo rende diverso, perché non è la generosità. È che la data di fine c’è fin dall’inizio, quindi il successo si misura su cosa resta quando l’intervento non c’è più, non sul numero di persone servite mentre c’è.
Lo stesso vale per il rovescio del caso nepalese. Organizzazioni come Next Generation Nepal lavorano per riportare i bambini alle loro famiglie, e la loro riuscita si conta in istituti che si svuotano. È il contrario esatto di un modello che ha bisogno di bambini in istituto per raccogliere: qui il risultato è la sparizione del proprio oggetto di lavoro.
Chi decide quando è finita
Resta una domanda che nel settore non si fa quasi mai: chi ha l’autorità di dichiarare concluso un intervento. Oggi la risposta è chi lo eroga, eventualmente insieme a chi lo finanzia. Chi lo riceve non ha voce nel merito e non ha nessuno strumento per dire che gli basta così.
Finché la valutazione resta tutta da quella parte, l’aiuto è una voce di bilancio prima di essere una relazione tra persone, e non c’è dichiarazione d’intenti che possa correggerlo. Il criterio, se ne serve uno, non è quanta autonomia lasci dietro di te. È se qualcun altro può interrompere l’intervento senza chiedere il tuo permesso.
Fuori dalla cooperazione lo schema è lo stesso. La libertà di scegliere è più stretta di come si presenta quando le opzioni le ha compilate qualcun altro: si sceglie dentro l’elenco, non se ne discute il perimetro. Un aiuto che non contempla la propria fine fa lo stesso: offre molte scelte al beneficiario, mai quella di uscire.

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