La distinzione fra durezza e violenza non è un’intuizione da coltivare: esiste già scritta, e a deciderla è sempre qualcuno che non stava colpendo. Quello che chiamiamo confini sani funziona al rovescio.
Nel regolamento del football americano c’è un fallo che si chiama unnecessary roughness, durezza non necessaria. Lo fischia un arbitro, in base a un elenco compilato prima della partita, e costa quindici iarde. Al giocatore che ha colpito non viene chiesto niente: né che intenzioni avesse, né se in quel momento gli fosse sembrato necessario.
Nei rapporti quella valutazione la lasciamo esattamente a lui. Chi mette un limite stabilisce anche se sta chiarendo o sta colpendo, e nessuno gli domanda in base a cosa.
Confini sani: quello che il regolamento non ha bisogno di vietare
Qualche tempo fa abbiamo invitato un ragazzo a fare due lanci con noi. Gioca a rugby, e ha risposto che il football americano è lo sport più stupido che esista, perché ha un fallo che si chiama violenza non necessaria: come se esistesse una violenza necessaria. Siamo andati a giocare senza di lui.
La traduzione la sapevo. Roughness è ruvidezza, asprezza, e il fallo si chiama durezza non necessaria — che è un’altra cosa, perché quella necessaria esiste eccome, ed è metà del gioco. Sulla forma della regola però il ragazzo aveva ragione: un aggettivo come «non necessaria» ammette che il caso necessario ci sia.
Quello che non aveva letto è il resto. Chi inizia il contatto contro un avversario indifeso è responsabile di evitare l’atto illecito, e la responsabilità è oggettiva: vale anche se l’altro si è abbassato o raggomitolato un attimo prima. Le posizioni che contano come indifese sono dodici, elencate prima della partita. Quindici iarde, primo down automatico, ed espulsione se l’arbitro giudica l’azione flagrante.
In tutto questo la parola violenza non compare mai. Il regolamento non separa due sostanze, la forza buona e quella cattiva: gradua un comportamento — necessario o no, evitabile o no, flagrante o no — e stabilisce chi ne risponde. La durezza che serve al gioco non ha bisogno di essere nominata da nessuna parte. È tutto il resto della partita.
Il criterio funziona solo per chi lo applica a sé
Una cultura che legge ogni fermezza come un atto ostile esiste davvero, e scambia il confronto per un’aggressione. La parte scomoda però riguarda l’altro lato, cioè chi il limite lo mette.
Il criterio che usiamo è questo: la violenza invade, la durezza chiarisce. Regge, e ha un difetto solo. È applicabile da una posizione sola, quella di chi sta usando la forza — che è anche l’unica persona al mondo sicura di stare chiarendo.
Stillwell e Baumeister hanno chiesto ad alcuni partecipanti di raccontare lo stesso episodio mettendosi nei panni di chi aveva fatto il torto o di chi l’aveva subito: chi aveva agito gonfiava le circostanze attenuanti e le proprie azioni benevole, e ometteva i fatti che riguardavano la gravità e la responsabilità. Non è uno studio su conflitti veri, ed è un limite. Ma in uno dei tre esperimenti ai partecipanti era stato chiesto esplicitamente di raccontare nel modo più accurato possibile, e la distorsione è rimasta lo stesso.
Non serve la malafede. Basta stare da quella parte. Ed è anche il motivo per cui discutere di quanta forza uno si porti dentro mette d’accordo tutti: di una forza che non si è scelta non si rende conto a nessuno.
Quello che mi ha fermato non era un criterio
L’obiezione è che togliendo il giudizio a chi usa la forza lo si consegna a chi la riceve, e allora ogni fermezza torna a essere un’aggressione a discrezione di chi si è sentito urtato.
L’arbitro però non chiede a nessuno dei due come si è sentito. Guarda che gesto è stato fatto e in quale posizione stava l’avversario, e quelle posizioni erano scritte da prima. Al giocatore colpito non domanda se ha avuto male, e all’altro non domanda se in quel momento gli fosse sembrato necessario.
Nei rapporti un elenco così non esiste, e chiederlo sarebbe una richiesta ambigua: le procedure rassicurano più di quanto preparino, e una regola scritta è anche il modo più comodo di non rispondere di niente.
Quel giorno, comunque, di risposte ne avevo due, e non ho usato né l’una né l’altra. Una era il vocabolario. L’altra era una battuta che tirava in mezzo la sua ragazza: gratuita, fuori dall’azione, contro qualcuno che non era nemmeno lì — durezza non necessaria in senso tecnico.
A fermarmi non è stato un criterio. Era grosso. Mi sono trattenuto dove la battuta poteva costarmi. Dove non costa niente non mi sono mai accorto di doverlo fare, e un limite che non ha mai avuto un prezzo somiglia molto a un no che non mi era mai costato niente.
Le condizioni si dicono prima, o non sono condizioni
Un arbitro nei rapporti non c’è, e la scorciatoia è non arrivare mai al punto in cui servirebbe: chi evita ogni attrito scopre dopo anni cosa si era accumulato.
Del regolamento però non serve copiare la sanzione. Serve l’unica cosa che lo rende diverso da una scusa: le posizioni in cui non si colpisce sono scritte prima della partita, e valgono anche per chi le ha scritte.
Dire a qualcuno dove finisce il proprio spazio è facile. Dirgli in anticipo come reagiremo quando quel confine viene passato, e accettare che gliene risponderemo, è molto più raro — e il vantaggio di non dichiararlo è precisamente quello di poter chiamare chiarezza qualunque cosa venga dopo.

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