Volto in bianco e nero attraversato da fili e connessioni simboliche, immagine dedicata al tema sul perché crediamo ai complotti. Volto in bianco e nero attraversato da fili e connessioni simboliche, immagine dedicata al tema sul perché crediamo ai complotti.

Prima di credere a un complotto si smette di credere a qualcun altro

Il complottismo viene spiegato con la mente che rifiuta il caso. I dati dicono che chi ci crede aveva smesso di fidarsi molto prima.

Chi spiega perché crediamo ai complotti parte quasi sempre da un’immagine sbagliata: quella di persone travolte da troppa informazione, sommerse da un flusso che non riescono a governare. In Italia quel flusso non travolge quasi nessuno, perché in pochi ci stanno ancora dentro. Il Digital News Report Italia 2026 misura che gli italiani molto o estremamente interessati all’informazione sono il 34%: dieci anni prima erano il 74%. L’interesse per la politica si ferma al 16%, ultimo posto su quarantotto paesi.

Non è un’astensione totale, però. Le stesse persone che dichiarano di non interessarsene guardano continuamente: il 57% consulta le notizie più volte al giorno, secondo dato più alto fra i paesi confrontati dopo la Finlandia.

Sono due dati che di solito vengono citati separati, uno per dire che ci disinteressiamo e l’altro per dire che siamo iperconnessi. Presi insieme dicono una cosa più scomoda: il consumo di notizie è rimasto altissimo mentre il credito che concediamo a quelle notizie è crollato. Non stiamo affogando in un eccesso di spiegazioni: passiamo molte ore dentro un sistema informativo di cui diciamo di non fidarci, e nessuno ne esce.

Se il punto di partenza è questo, la domanda su perché nascono le teorie del complotto cambia forma. Non è più come faccia una mente a orientarsi in mezzo a troppe voci. È cosa succede quando la fiducia smette di essere la ragione per cui si sceglie dove informarsi.

Ci informiamo dove diciamo di fidarci di meno

Il luogo dove gli italiani incontrano le notizie si è spostato, e in fretta. Contando tutte le fonti consultate in una settimana, i canali online sono ormai davanti alla televisione, 69% contro 62%. Ma alla domanda su quale sia la fonte principale la TV resta prima, al 48% contro il 45% dell’online: insieme alla Francia siamo l’ultimo mercato del confronto in cui il televisore tiene ancora il primo posto. Intanto i social salgono al 45% di uso settimanale, la carta stampata è all’11% e nel 2017 era al 40%, e fra chi si informa online solo il 20% arriva direttamente al sito o all’app di una testata.

Accanto a questi numeri il rapporto ne mette altri, che di solito vengono letti in un capitolo diverso. La fiducia complessiva nelle notizie è al 32%, in calo di quattro punti in un anno. Ma la fiducia nelle notizie incontrate sui social si ferma al 15%, e quella nelle risposte dei chatbot al 16%. Il 59% degli italiani si dichiara preoccupato per la disinformazione.

Mettendo insieme le due serie viene fuori qualcosa che nessuna delle due dice da sola: il pubblico si è trasferito in massa proprio nei luoghi che giudica meno affidabili, e continua ad andarci ogni giorno. Non è che quelle persone credano a quello che leggono. Dichiarano di non crederci e restano. Il giudizio sull’affidabilità di una fonte ha smesso di essere la ragione per cui la si sceglie: sopravvive come opinione e non produce più nessuna conseguenza pratica.

Sarebbe comodo chiudere qui dicendo che è colpa nostra, di un paese che si informa male. Il rapporto internazionale rende difficile questa strada: il 2026 è il primo anno in cui social e piattaforme video superano ogni altra fonte in trenta mercati su quarantotto.

Lo spostamento è strutturale e riguarda quasi tutti, perché le piattaforme sono le stesse ovunque. Ma allora una spiegazione tecnologica non può bastare a spiegare l’Italia, perché resta fuori il dato che ci distingue davvero: l’interesse per la politica al 16%, ultimo posto su quarantotto paesi. Da noi la disaffezione non riguarda solo il modo in cui le notizie arrivano, riguarda l’oggetto stesso di cui parlano. E non è nemmeno un fatto generazionale, come si ripete: fra i 18 e i 24 anni la quota di chi si dichiara molto interessato alla politica sale al 28%, quasi il doppio della media nazionale.

La spiegazione comoda di perché crediamo ai complotti

Il modo più diffuso di rispondere a questa domanda passa dalla testa di chi ci crede. La mente umana non tollera il caso, cerca un disegno, preferisce un colpevole all’incidente. È una spiegazione elegante e ha un vantaggio decisivo: vale sempre, in ogni epoca e sotto ogni regime, e proprio per questo non chiede conto a nessuno. Se il complottismo nasce da come siamo fatti, nessuna istituzione ha sbagliato niente.

Il problema è che le ricerche più citate a sostegno di questa idea non la sostengono. Lo studio di Leman e Cinnirella sul bisogno di chiusura cognitiva, il desiderio di arrivare in fretta a una risposta stabile e chiudere il dubbio, non trova nessuna relazione fra quel bisogno e la credenza nelle teorie del complotto. La meta-analisi di Bowes, Tasimi e Costello, che riunisce centosettanta studi e oltre 158.000 partecipanti, arriva a una conclusione simile: il bisogno di chiudere il dubbio e quello di riprendere il controllo non sono i motivi più forti. Le ragioni che pesano davvero, in quella rassegna, sono altre e riguardano il rapporto con gli altri più che il rapporto con l’incertezza.

Non è che le persone non cerchino ordine: lo cercano. È che quel bisogno non distingue chi finisce nel complottismo da chi non ci finisce, perché ce l’hanno tutti, in misura simile. Una caratteristica che condividiamo tutti non può spiegare un comportamento che riguarda alcuni. E se il bisogno di senso è costante mentre i complotti aumentano, la variabile che è cambiata sta da un’altra parte: non nella domanda di spiegazioni, ma in chi le spiegazioni dovrebbe fornirle.

Su Dissipatio ho sostenuto che il complottista è un credente del senso più che un nemico del vero, e che l’errore vero sarebbe pensare di poter fare a meno di quel bisogno. Continuo a pensare che sia giusto come descrizione. Ma è anche una descrizione che, arrivata alla fine, lascia in piedi tutto: se il bisogno è antropologico, non resta niente da correggere se non le teste sbagliate. La stessa cosa vale per l’idea che manchi ormai una bussola condivisa: descrive bene l’assenza e tace su chi ha smesso di tenerla. È una diagnosi che non ha mai dovuto rispondere di sé.

Quello che invece prevede chi ci crederà

Se il bisogno di senso non distingue nessuno da nessuno, resta da capire cosa lo faccia. Uno studio di Jedinger e Masch pubblicato nel 2025 ha misurato entrambe le cose sulle stesse persone: un campione rappresentativo della popolazione tedesca, quasi tremila individui seguiti nel tempo. Il bisogno di chiusura cognitiva risulta collegato alle credenze complottiste in modo debole. La fiducia nelle istituzioni politiche risulta collegata in modo forte, e in negativo: meno fiducia, più credenze.

C’è una cosa in quello studio che vale più dei coefficienti. La fiducia nelle istituzioni era stata misurata fra il 2018 e l’inizio del 2019. Le domande sulle teorie del complotto legate al coronavirus sono arrivate nell’autunno del 2020. Le persone che avrebbero creduto a quelle teorie avevano smesso di fidarsi due anni prima che ci fosse qualcosa in cui credere.

Questo ribalta l’ordine con cui di solito si racconta la storia. Il racconto abituale dice che una crisi arriva, semina panico e confusione, e in quella confusione germogliano i complotti. Nei dati tedeschi la sequenza è invertita: la crisi arriva su un terreno preparato da anni, e quello che sembra il suo effetto era già misurabile nel 2018.

Jedinger e Masch misurano la Germania, e la fiducia che conta lì potrebbe non essere la stessa che conta qui. Ma sul cosa esattamente gli italiani ritengano compromesso nell’informazione un dato nostro c’è, ed è netto.

Fra chi giudica negativamente il ruolo informativo del servizio pubblico, il 72% indica come limite principale il fatto che sia influenzato da interessi politici o di altro tipo. È una critica che attraversa lo spettro: la fanno l’81% di chi si colloca a sinistra e l’83% nel centro-sinistra, ma anche il 69% nel centro-destra e il 66% a destra. Sulla copertura delle notizie in generale il quadro è coerente: il 69% considera membri del governo e politici molto o abbastanza influenti, il 66% dice lo stesso dei proprietari dei mezzi di informazione.

Lo studio tedesco, va detto, ha confini precisi che gli autori dichiarano. È una ricerca correlazionale, quindi mostra un legame e non una catena di cause. Riguarda la Germania e riguarda il COVID. E gli autori stessi scrivono che in paesi con un sistema dei media più commerciale e polarizzato del tedesco il peso dei fattori psicologici potrebbe risultare maggiore, un’ipotesi che non hanno testato e che vale la pena tenere presente prima di applicare i loro numeri all’Italia. Ma il punto che regge la traslazione non è la misura esatta, è l’ordine temporale: la fiducia era stata rilevata due anni prima delle credenze, e questo un sondaggio scattato tutto in una volta non può mostrarlo.

Un ultimo dato dello stesso studio conviene tenerlo a mente, perché ridimensiona il panico che accompagna questi discorsi. Alla domanda su quelle teorie, il 52,5% degli intervistati le riteneva molto improbabili. Il 6,7% molto probabili.

Le smentite arrivano sempre in ritardo

Da questo discende una cosa scomoda per chiunque faccia informazione, e per chi scrive queste righe come per chiunque altro. Il fact-checking, le rettifiche, i grafici che mostrano come stanno davvero le cose lavorano tutti sul contenuto di un’affermazione. Ma se la partita si è chiusa prima, e si è chiusa su chi parla, allora quel lavoro interviene su una questione che per il destinatario era già archiviata.

C’è un dato del rapporto italiano che lo mostra in modo diretto. Quando le persone cliccano su un link per raggiungere la fonte originale di una notizia incontrata su un motore di ricerca, sui social o su un chatbot, lo fanno soprattutto perché vogliono saperne di più, non perché vogliono verificare che la notizia sia corretta. Vale per tutti e tre i canali. Il controllo delle informazioni non è ancora una pratica sistematica: il click serve ad approfondire una cosa che si è già decisa di prendere sul serio.

Non è che le smentite siano inutili. È che arrivano dopo, per costruzione, e non per pigrizia di chi le scrive. Chi ha smesso di dare credito a un mittente non ha bisogno di esaminare la sua correzione: ha già deciso al livello precedente, quello in cui si stabilisce di chi ci si fida. Quel livello si costruisce lentamente, con le promesse mantenute e quelle no, e i dati che arrivano dopo lo trovano già assestato.

Ne ho scritto a proposito delle foibe, dove ogni testo disponibile arriva schierato e chi legge sceglie in base a quello che pensa già. Lì il problema non era la scarsità di fatti accertati, che ci sono da vent’anni. Era che nessuno arrivava senza un’insegna addosso.

Chiedersi perché crediamo ai complotti, allora, è una domanda che punta nella direzione sbagliata. Andrebbe girata verso chi negli anni ha speso male la propria credibilità, e verso quanto costa ricostruirla, sapendo che i due anni misurati in Germania sono il tempo in cui si perde, non quello in cui si ripara.

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