Illustrazione di un libro con le pagine strappate al centro, simbolo di come cancellare il passato crei un vuoto nella memoria storica. Illustrazione di un libro con le pagine strappate al centro, simbolo di come cancellare il passato crei un vuoto nella memoria storica.

Ogni pagina sulle foibe arriva con un mittente

Quello che sappiamo sulle foibe è stabile. Quello che leggiamo dipende da chi lo ha scritto, e quasi mai ce ne accorgiamo.

Sul confine orientale italiano i fatti principali sono fissati da vent’anni. Il problema della memoria storica non è più quello che sappiamo: è che ogni testo disponibile è schierato, e lo dichiara prima di esporre i fatti.

Chi vuole capire cosa siano state le foibe fra il 1943 e il 1945 trova materiale in abbondanza: saggi, schede scolastiche, ricostruzioni pubblicate ogni 10 febbraio da quando la legge del 2004 ha istituito il Giorno del Ricordo. Nessuno di quei testi è anonimo. Dietro ciascuno c’è un istituto storico, un’associazione di esuli, un sito che si presenta come laboratorio di controinformazione, un consigliere comunale che ha proposto una targa.

I fatti reggono. È la posizione di chi legge a essere già decisa quando comincia.

Sulla memoria storica esiste un documento che nessuno ha usato

Nel settembre 1990 il consiglio comunale di Trieste votò all’unanimità una mozione che chiedeva una commissione bilaterale di storici sulle foibe. Era stata scartata l’ipotesi alternativa, sostenuta dall’estrema destra: una commissione parlamentare d’inchiesta che, a mezzo secolo di distanza, individuasse i responsabili. Passò l’idea che un problema di storia lo risolvano gli storici.

Il governo avviò le trattative, la Jugoslavia si dissolse nel frattempo e nell’ottobre 1993 nacquero due commissioni miste. Quella italo-croata non si riunì mai, senza per questo essere mai sciolta: sull’Istria e sulla Dalmazia, cioè dove l’esodo fu più grande, il testo condiviso non esiste. Quella italo-slovena lavorò sette anni e nell’estate del 2000 i suoi quattordici membri adottarono all’unanimità un rapporto sulle relazioni italo-slovene dal 1880 al 1956.

Sono una ventina di pagine che non risparmiano nessuno. Il fascismo di confine vi compare come programma di distruzione integrale dell’identità nazionale slovena e croata; le violenze del 1945, con centinaia di esecuzioni sommarie, come frutto in larga misura di un progetto politico preordinato.

Poi non successe niente. I due copresidenti avevano indicato tre misure: una presentazione pubblica in sede universitaria, la stampa degli studi che stavano dietro al rapporto, la distribuzione nelle scuole secondarie. Nessuna delle tre fu accolta. L’unica edizione in volume la fece una casa editrice di Lubiana. Nella ricostruzione che OBC Transeuropa fa a partire dal libro di Raoul Pupo, che sedeva in commissione, i committenti istituzionali speravano forse in un congelamento della questione.

Il vuoto si è riempito, ma non con quel documento

Che le foibe siano un capitolo rimosso è la premessa di quasi tutto quello che si scrive sull’argomento, compresa la prima versione di questo articolo. È scaduta da vent’anni. Sulla rivista dell’Istituto Parri, Daniele Boschi riprende da Luigi Cajani una periodizzazione dei manuali in tre fasi: silenzio fino agli anni Novanta, poi una decina d’anni di pagine sbrigative, e dal 2004 una presenza ormai costante e più equilibrata. Nelle due quinte liceali in cui ha portato l’argomento in classe, l’interesse degli studenti è stato inferiore a quello per la guerra fredda.

Quattro anni prima di quella legge il rapporto era già pronto. Il Giorno del Ricordo è arrivato senza usarlo. Eric Gobetti, che sulle foibe ha una posizione precisa e la difende, fa notare che è il contrario di quanto avvenuto con il Giorno della Memoria, istituito quando sulla Shoah esisteva un impianto storiografico condiviso. Prima l’accordo, poi la data. Qui la data è arrivata da sola.

Uno spazio pubblico che si libera non resta libero a lungo: lo occupa chi ci arriva per primo con una storia intera. Può occuparlo anche una cerimonia impeccabile, che chiude una domanda invece di aprirla.

Chi dice che nessuna fonte è pulita di solito ne ha già una

Sostenere che dietro ogni testo c’è un mittente è la mossa preferita di chi non vuole decidere niente: se tutto è di parte, nessuno deve più leggere nulla fino in fondo. E non è vero che tutto si equivalga. Quattordici storici incaricati da due governi, che lavorano sette anni e firmano lo stesso testo, non sono un volantino distribuito davanti a una scuola.

Io però nella prima versione di questo articolo ho citato, come se fosse una ricognizione sulla didattica, un sito che si presenta apertamente come laboratorio di controinformazione. E gli ho fatto dire una cosa che non dice: che nelle scuole il tema diventa rito invece che studio. Quel pezzo sostiene qualcos’altro, cioè che in classe si preferisce spesso non parlarne per non trovarsi allineati a un discorso pubblico che non si condivide.

Non ho controllato chi parlava perché quello che leggevo confermava una cosa che pensavo già. Il passato smette così di essere una domanda e diventa la conferma di un ordine morale che si possiede in anticipo, e funziona anche quando uno crede di stare verificando.

C’è dell’altro, ed è più imbarazzante. Una strada che percorro da vent’anni si chiama via Martiri delle Foibe. L’hanno intitolata quando ero ragazzo. Non ho mai letto quel nome come una frase: era un’indicazione stradale, una cosa che si dice per spiegare dove svoltare.

Su un muro di quella strada, all’epoca, comparvero due scritte. Una diceva meno internet, più cabernet. L’altra diceva che a votare si sceglie il colore delle proprie catene. Sono state cancellate nel giro di pochi mesi e me le ricordo entrambe a memoria, compresa quella sul vino. Si vedeva che le aveva scritte qualcuno.

Le cose che ho smesso di leggere come opinioni

Il cartello all’inizio di quella strada è rimasto lì, e le due scritte no. Non perché convincesse di più: un nome su una targa sembra anagrafe, non opinione. Una scritta su un muro dichiara di essere di qualcuno, e per questo si può cancellare.

Quel nome però qualcuno l’ha proposto e qualcun altro l’ha votato. Le strade si intitolano per delibera, e una delibera ha dei firmatari: anche il rapporto del 2000 porta quattordici nomi. Solo che il secondo va cercato, e il primo sta su un incrocio senza chiedere niente.

Quindi la domanda utile non è di quali fonti fidarsi. È quali cose ho smesso da tempo di riconoscere come dette da qualcuno.

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