Bilancia minimalista con una piccola casa su un piatto e un blocco scuro più pesante sull’altro: un’illustrazione simbolica che rappresenta la domanda chi paga la transizione ecologica? e il tema della redistribuzione dei costi ambientali. Bilancia minimalista con una piccola casa su un piatto e un blocco scuro più pesante sull’altro: un’illustrazione simbolica che rappresenta la domanda chi paga la transizione ecologica? e il tema della redistribuzione dei costi ambientali.

Chi paga la transizione ecologica? L’abbiamo già deciso

Nessuna direttiva europea ci obbliga a ristrutturare. Eppure centoventotto miliardi sono già stati spesi, e verso chi poteva permetterselo. La risposta esiste: nessuno l’ha votata.

Chi paga la transizione ecologica? La risposta che darebbero quasi tutti è: noi, perché ce lo impone l’Europa. Ed è sbagliata.

La direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici, quella che i giornali hanno battezzato «case green», non obbliga nessun proprietario a rifare il cappotto entro una data. L’obbligo di portare ogni abitazione in classe E entro il 2030 e in classe D entro il 2033 esisteva nella proposta del 2021, ed è stato tolto dal testo approvato. La direttiva 2024/1275, in vigore dal 29 maggio 2024, fissa obiettivi sulla media nazionale: meno 16% di energia primaria consumata dagli edifici residenziali entro il 2030, meno 20-22% entro il 2035, con almeno il 55% della riduzione da ottenere sugli immobili peggiori. Il conto lo tiene lo Stato sull’intero parco edilizio. Non il singolo cittadino sulla propria casa.

C’è dell’altro. L’Italia avrebbe dovuto recepire quella direttiva entro il 29 maggio 2026 e non l’ha fatto: la Commissione ha aperto una procedura d’infrazione. Al momento in cui scrivo, la norma che dovrebbe costringerci a ristrutturare non è nemmeno entrata nell’ordinamento italiano.

Nel frattempo, però, lo Stato italiano ha speso centoventotto miliardi di euro per efficientare mezzo milione di edifici. Senza nessun obbligo europeo alle spalle, e con la misura più costosa della storia repubblicana recente. Il che suggerisce che la domanda vada girata: non chi paga la transizione ecologica, ma con quale strumento lo Stato si sta comprando il risultato che deve consegnare. Perché lo strumento decide chi paga davvero, e decide anche chi incassa.

Lo Stato non obbliga, compra

Il meccanismo è questo. Bruxelles fissa un risultato aggregato e lo consegna agli Stati. Lo Stato, però, non ha il potere di obbligare tredici milioni di proprietari a mettere mano al portafoglio: sarebbe politicamente insostenibile e probabilmente incostituzionale. Gli resta un solo strumento. Comprare i lavori.

Il Superbonus è la forma pura di questa scelta. Al 31 ottobre 2025 aveva riguardato 501.348 edifici, per 124,7 miliardi di euro di lavori e 127,9 miliardi di detrazioni maturate a carico dello Stato. Meno del quattro per cento del parco residenziale italiano. Non c’era alcun obbligo: chi ha fatto i lavori li ha fatti perché ha voluto, e lo Stato ha pagato il 110% del conto.

Lo stesso vale per la mobilità, dove gli incentivi hanno funzionato per chi aveva già il capitale, il box e la colonnina: la transizione elettrica ha premiato chi poteva già farcela.

E vale, su scala molto più grande, per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Anche lì lo Stato non impone: finanzia. Sposta risorse, apre cantieri, sostiene filiere, e lo fa con denaro preso a debito europeo che ripagheremo tutti. Il PNRR non tocca in nessun punto la struttura della ricchezza privata, perché non è quello il suo mestiere.

Messe in fila, queste misure raccontano una scelta mai enunciata: la transizione ecologica italiana si finanzia comprando i comportamenti virtuosi invece che imponendoli. È una scelta legittima, ed è anche l’unica praticabile per un governo che intenda essere rieletto. Ma non è neutra. Perché nel momento in cui compri un comportamento, stai anche decidendo da chi lo compri.

L’incentivo è una patrimoniale al contrario

Ogni detrazione fiscale è una redistribuzione. Lo si dimentica perché la parola «bonus» suona come un regalo che non toglie niente a nessuno, ma un credito d’imposta è denaro pubblico che non entra nelle casse dello Stato e che quindi qualcun altro dovrà versare, oggi o fra vent’anni sotto forma di debito. La domanda non è se ci sia una redistribuzione. È in quale direzione va.

E va nell’unica direzione che il meccanismo consente. Per accedere a un incentivo edilizio bisogna possedere un immobile, avere la liquidità per anticipare almeno una porzione della spesa o l’accesso al credito per farsela prestare, saper leggere una normativa riscritta in continuazione e trovare un’impresa disposta a lavorarci. Nessuna di queste condizioni è distribuita a caso: sono tutte più facili da soddisfare se hai già qualcosa da parte. Chi le soddisfa riceve; chi ne manca una resta fuori e paga comunque, perché il costo di quella misura sta nel debito pubblico di tutti.

I numeri di Banca d’Italia dicono quanta gente resta fuori. Alla fine del 2025 il dieci per cento più ricco delle famiglie italiane deteneva il 60,6% della ricchezza netta del Paese, la metà meno abbiente il 7,2%. Ma il dato che conta qui è un altro, ed è di che cosa è fatta quella ricchezza. Per le famiglie della metà più povera, quasi tutto il patrimonio sta in due voci sole: l’abitazione, che pesa per il 73,6%, e i soldi sul conto, il 17,5%. Nel decimo più ricco la casa vale meno di un terzo del totale, e più di un terzo sono azioni, partecipazioni e fondi.

Detto altrimenti: metà del Paese ha il proprio patrimonio murato dentro casa e quasi niente di liquido. È il profilo di chi non può anticipare quarantamila euro di cappotto, aspettare anni di detrazioni e nel frattempo campare — e di chi, per quella spesa come per tutto il resto, non ha nessuno a cui chiedere fuori dalla cerchia più stretta. Il decimo più ricco, che ha un portafoglio diversificato e liquidabile, quelle condizioni le soddisfa senza accorgersene.

Questa non è una distorsione della misura, è la misura. Un incentivo premia chi era già in condizione di agire, e più è generoso più il premio è grande. È una patrimoniale rovesciata: invece di prelevare in proporzione al patrimonio, lo premia.

E una volta costruita, una macchina del genere non si spegne da sola. Le imprese, i tecnici, i general contractor, gli sportelli e i consulenti che vivono di quella misura hanno tutti lo stesso interesse: che non finisca. E siccome i bonus edilizi hanno una scadenza, ogni legge di bilancio diventa il momento in cui si decide se rinnovarli, con tutte le pressioni che questo comporta. Vale qui la stessa cosa che vale per gli apparati costruiti attorno a un flusso di denaro pubblico: nessuno di essi ha mai preparato la propria fine.

Tutto questo non significa che il Superbonus sia stato inutile. Al 31 ottobre 2025 il 96% degli interventi risultava concluso: mezzo milione di edifici oggi consuma meno di prima. Una quota consistente di quei lavori, però, si sarebbe fatta comunque. Banca d’Italia ha stimato che circa un quarto della spesa sussidiata, oltre quarantacinque miliardi, sarebbe stata sostenuta anche senza incentivi: la stima riguarda il Superbonus insieme al Bonus facciate e non tiene conto dei benefici ambientali, ma basta a dire che una fetta di quel denaro ha rimborsato cantieri che ci sarebbero stati lo stesso.

Il punto è che è costata centoventotto miliardi per arrivare a meno del quattro per cento del patrimonio edilizio, e che non aveva né un tetto di reddito né una priorità sugli edifici peggiori. Chi è arrivato prima ha preso, e chi era attrezzato per arrivare prima lo sappiamo già.

Aggiungo la parte che mi riguarda, perché il calcolo che sto per descrivere l’ho fatto anch’io. Vivo nella casa dei miei genitori, che prima o poi andrà divisa in due appartamenti. Le due spese non stanno insieme: dividere in due appartamenti significa muri, pratiche e impianti nuovi, e quei soldi sono gli stessi che servirebbero per il cappotto e per gli infissi. Se si fa una cosa, l’altra salta, e quella che salta è sempre la parte energetica, perché la suddivisione risolve un problema di adesso mentre l’efficientamento risolve una bolletta futura.

Non è una scelta ideologica. È aritmetica di chi ha un budget solo. Chi ne ha due fa entrambe le cose, e se c’è un incentivo si prende pure quello. È il motivo per cui mi ritrovo, come milioni di persone, ad aspettare che un governo decida di rifare un bonus edilizio: non per convinzione politica, ma perché senza quello una parte dei lavori non la farò. Uno che ha smesso di votare e continua ad aspettare le decisioni di un governo dovrebbe almeno chiedersi che rapporto è rimasto, tra lui e la politica, se passa da una detrazione.

Chi paga la transizione ecologica se a pagarla è il patrimonio

A questo punto la domanda si può girare del tutto. Non chi paga la transizione, ma cosa succederebbe se a pagarla fosse il patrimonio invece del reddito. E soprattutto: cosa ci si comprerebbe.

Partiamo da quanto costa tenere in piedi una casa efficiente, perché è un numero che nessuno mette mai sul tavolo. Un cappotto dura più di quarant’anni, gli infissi trenta o quaranta, mentre caldaia e pompa di calore vanno sostituite ogni quindici o venti. Sommando tutto e dividendo per la vita utile, mantenere efficiente un’abitazione costa tra i milletrecento e i duemiladuecento euro l’anno. Non è una spesa che si può evitare: è iscritta nel destino di qualsiasi edificio, come il tetto che prima o poi va rifatto. La sola scelta disponibile è se affrontarla in ordine sparso, quando qualcosa si rompe, o metterla a sistema.

Ora il prelievo. Mezzo punto percentuale all’anno sul patrimonio, senza esenzioni: immobili, aziende, attività finanziarie. Su una casa da duecentocinquantamila euro vale milleduecentocinquanta euro l’anno, grosso modo quello che oggi paga di IMU chi possiede una seconda casa, applicato però a tutti. La ricchezza netta delle famiglie italiane a fine 2025 vale dodicimilatrecento miliardi, a cui vanno aggiunti gli immobili d’impresa: mezzo punto su quella base rende oltre sessanta miliardi l’anno.

Ventotto vanno all’edilizia. Con quei soldi non si paga il 110% di niente, e va benissimo così: coprire l’intero costo dei lavori aveva eliminato ogni ragione per contrattare il prezzo, chi non paga nulla non chiede preventivi, e i costi dell’edilizia sono esplosi. Se la copertura pubblica scende a una media del 55%, con un tetto ai due terzi per chi ha l’ISEE più basso, il proprietario torna ad avere interesse a spuntare un prezzo. Ventotto miliardi al 55% attivano una cinquantina di miliardi di lavori l’anno: ai costi rilevati da Enea sul Superbonus, circa duecentocinquantamila euro a edificio, sono duecentomila edifici all’anno. In quarant’anni, due terzi del patrimonio residenziale italiano.

Non è un ritmo scelto a caso. È il massimo che il settore delle costruzioni può reggere senza tornare a farsi esplodere i prezzi in mano, ed è anche il tempo che il ciclo di vita di un cappotto rende necessario: quando arrivi in fondo, le prime case sono mature per il secondo giro. Il terzo che resta fuori non è un buco: è la quota che si muove da sola, chi ha liquidità, chi ristruttura per vendere, chi possiede immobili d’impresa.

Banca d’Italia ha misurato che una quota consistente dei lavori sussidiati sarebbe stata fatta comunque, e a quella i soldi pubblici non servono. È il motivo per cui il criterio di accesso non è un dettaglio di equità: se il contributo va anche a chi avrebbe pagato da sé, si perde due volte, perché si spende dove non serviva e non si arriva dove serviva.

Restano più di trenta miliardi l’anno, e vanno dove il problema è più grave. Dieci destinati a chi un’auto elettrica non se la potrebbe permettere, con dodici o quindicimila euro a veicolo, valgono intorno alle settecentomila vetture l’anno. Gli altri venti vanno alla rete di ricarica e al trasporto pubblico, che è il vero collo di bottiglia per chi non ha un box in cui parcheggiare.

È un prelievo permanente, e conviene dirlo apertamente invece di promettere che un giorno finirà. Ogni anno una porzione di parco edilizio arriva a fine vita e va rifatta: la differenza è che il primo giro parte da un patrimonio in classe G, mentre i successivi lavorano su edifici già efficienti, dove si rinnova invece di ricostruire.

Ed è qui che si vede cosa ci guadagna anche chi paga senza ricevere niente. L’Agenzia europea dell’ambiente attribuisce all’esposizione prolungata al particolato fine quarantatremila morti premature all’anno in Italia, e la loro distribuzione non è casuale: Lombardia, Veneto e Piemonte da soli superano i ventimila decessi, con il Veneto al tasso più alto del Paese. Le due cause principali sono il traffico e le combustioni domestiche, automobili e caldaie, cioè le due voci che questo programma finanzia, dentro un bacino la cui conformazione geografica intrappola l’aria invece di disperderla. Chi versa mezzo punto sul proprio patrimonio e non riceve un euro di contributo non sta comprando aria pulita per gli altri. Vive nella stessa pianura.

Resta la porzione che il pubblico non copre, il quarantacinque per cento a carico del proprietario, e non è un dettaglio: su un intervento completo sono decine di migliaia di euro che una famiglia con quasi tutto il patrimonio dentro le mura e pochi risparmi sul conto non ha. È il problema più serio della proposta, e ha una risposta.

Perché allora non si fa

Il quarantacinque per cento a carico del proprietario, se si trova solo in banca, riporta il programma a selezionare per merito creditizio: un pensionato di settantacinque anni con una casa in classe G non ottiene un mutuo a vent’anni, e quella è precisamente una delle case che andrebbero rifatte per prime.

Un meccanismo pensato per questo esiste dal 2008 e si chiama PACE, Property Assessed Clean Energy, nato in California. Capitale privato anticipa i lavori e il rimborso viaggia insieme all’imposta sulla proprietà, con l’obbligo legato all’immobile invece che alla persona. In Europa il modello è stato testato dal progetto EuroPACE, finanziato dall’Unione, con un programma pilota nella città catalana di Olot. La giustificazione che ne danno è la stessa che regge questo articolo: la riqualificazione energetica è un bene pubblico, e questo autorizza a usare il sistema fiscale per riscuoterne le rate.

Va detto però come è andata a finire in America. La Consumer Financial Protection Bureau ha rilevato che quei prestiti hanno aumentato le morosità sui mutui dei sottoscrittori, e la Federal Trade Commission ha agito contro uno dei principali operatori per aver ingannato i clienti e iscritto ipoteche sulle case senza consenso informato. La contea di Los Angeles ha chiuso il proprio programma nel 2020. E la promessa più attraente del modello, vendi casa e il debito passa all’acquirente, nella pratica si è realizzata raramente: il gravame andava quasi sempre estinto alla vendita, e chi vendeva si ritrovava con meno capitale di quanto gli era stato detto.

Il difetto è lo stesso che questo articolo sta descrivendo dall’inizio: uno strumento pensato per allargare l’accesso che finisce per fare del male proprio agli anziani e alle famiglie fragili, perché nessuno ha verificato se potessero permetterselo. In Italia c’è per giunta un ostacolo strutturale: il meccanismo ha bisogno di un’imposta sulla proprietà a cui agganciare la rata, e da noi quell’imposta è l’IMU, che sulla prima casa non si applica. Manca dove servirebbe.

Il che porta a una conclusione meno elegante ma più solida. Se il residuo non si può caricare sulle spalle di chi non ha reddito, va coperto da un fondo pubblico di garanzia, e il gettito della patrimoniale è abbastanza capiente da finanziarlo. Non è una soluzione di mercato. È il riconoscimento che per una fascia di popolazione il mercato non produrrà mai quei lavori, e che è più economico pagarli che non farli.

Il motivo per cui una cosa del genere non si fa, comunque, non è tecnico. La Francia nel 2018 ha compiuto la scelta opposta, sostituendo l’imposta sul patrimonio con una limitata al solo immobiliare: costo per le casse pubbliche, più di quattro miliardi l’anno. Nessuno l’ha chiamata redistribuzione, ma era quello, nella direzione contraria.

Il vero motivo è che una riforma di questo tipo non è raccontabile. Non ha una data di inaugurazione, non produce un nastro da tagliare, non consente di dire che è stato merito di qualcuno. Un bonus sì: ha una percentuale da annunciare, una scadenza che crea urgenza, una firma riconoscibile.

E mentre questo articolo veniva scritto, il fondo nazionale per la qualità dell’aria nel bacino padano — quello che finanzia rinnovo del parco auto, caldaie a basse emissioni e mobilità sostenibile, cioè le voci che riducono il particolato — è stato ridotto dalla legge di bilancio 2026 di oltre duecento milioni sul triennio, con le risorse rinviate al triennio successivo. Nel 2027 passa da centocinque milioni a venti. Nessuno ha proposto di ridurre allo stesso modo un bonus edilizio.

Vale qui la stessa logica che ho descritto altrove a proposito delle Olimpiadi che non abbiamo voluto: il sistema politico premia l’evento eccezionale, che si vede e si attribuisce, e lascia cadere il processo ordinario, che funziona meglio ma non produce rendita simbolica per nessuno.

Torniamo da dove siamo partiti. Nessuna direttiva europea obbliga un proprietario italiano a rifare il cappotto, e la norma che dovrebbe recepire quegli obiettivi non è ancora entrata nel nostro ordinamento. Eppure quella cifra è stata spesa, e in un modo preciso: verso chi aveva già i soldi per anticipare i lavori, l’accesso al credito per farseli prestare e le competenze per orientarsi in una normativa riscritta di continuo.

Quella è una redistribuzione, e l’abbiamo fatta. Non è stata decisa in quei termini, non è mai comparsa in un programma elettorale, e continuiamo a chiamarla incentivo, perché chiamarla con il suo nome costringerebbe a dire in quale direzione va.

La domanda su chi paga la transizione ecologica, quindi, ha già una risposta. Riguarda soltanto se ci va bene quella che ci siamo dati senza accorgercene.

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