L’idea che essere liberi voglia dire avere davanti molte opzioni sembra ovvia, e ha una data d’inizio. Sophia Rosenfeld, storica all’Università della Pennsylvania, in The Age of Choice (2025) ricostruisce quando libertà e scelta hanno cominciato a significare la stessa cosa. Comincia nei negozi del Settecento, con i tessuti stampati che per la prima volta si potevano prendere a fiori o a righe secondo il gusto di chi comprava, e arriva fino alla cabina elettorale.
Nella tradizione occidentale libero era stato a lungo chi non doveva scegliere molto: chi nasceva in una posizione che gli risparmiava di doverlo fare. Quello che è cambiato in tre secoli non è quante opzioni abbiamo davanti. È che la scelta è diventata il nome che diamo alla libertà.
Libertà e scelta non sono sempre state sinonimi
Il campo si allarga per gradi. Prima le merci, poi la coscienza: dopo la Riforma si prova un predicatore invece di un altro, si entra in una congregazione volontaria, si prende un libro da una biblioteca circolante. Nell’Ottocento tocca al matrimonio, con un’etichetta minuziosa costruita apposta per valutare i partiti, e al lavoro, che diventa una faccenda di mercati e di contratti.
La politica arriva per ultima e con molto ritardo. Il voto segreto nasce in Australia negli anni Cinquanta dell’Ottocento e nei decenni successivi diventa lo standard quasi ovunque, contro l’obiezione di John Stuart Mill, che ci vedeva l’ultimo pezzo di vita pubblica trasferito dentro casa.
Nello stesso periodo la scelta cambia natura. Fino al Settecento scegliere voleva dire soprattutto fare la cosa giusta invece di quella sbagliata: la decisione aveva un contenuto e un criterio fuori da chi la prendeva, con cui la si poteva misurare. Poi è diventata neutra, cioè l’espressione di una preferenza interiore che non deve rendere conto a nessuno proprio perché è personale.
È una liberazione vera, e il conto arriva molto dopo. Quando l’unico criterio è la preferenza, resta da capire su cosa una società possa ancora mettersi d’accordo — e la risposta che diamo più spesso, che l’epoca abbia perso i suoi criteri, la diamo con le stesse parole da settant’anni.
Il menu lo costruisce qualcun altro
Quando ogni possibilità resta aperta, ogni decisione si carica di un peso che non le appartiene: smette di riguardare la cosa da fare e diventa un esame su chi si è e su chi si potrebbe ancora diventare. Barry Schwartz ha chiamato paradosso della scelta l’effetto più visibile di questo sovraccarico, e da vent’anni è la prima spiegazione che si dà. Spiega la fatica. Non dice chi la sente.
Le opzioni, intanto, non compaiono da sole. Qualcuno le mette in fila, decide quali stanno in alto e quali restano fuori, e lo fa molto prima che si arrivi a scegliere. Il caso più nitido sono gli apparati amministrativi, dove il potere organizza le possibilità invece di dare ordini: non dice di no, rende alcune strade quasi impraticabili. Un percorso costoso e uno gratuito non sono due opzioni sullo stesso piano, anche se sullo schermo occupano la stessa riga.
Fra le obiezioni che Rosenfeld raccoglie ce n’è una dei sociologi: le società che fanno della scelta la misura della libertà finiscono per trattare le opzioni pessime come un difetto di chi le ha. Se eri libero di scegliere e sei finito lì, il conto è tuo. È una contabilità che convince soprattutto chi non è mai stato dalla parte che esegue.
Aggiungere un’opzione non costa niente
Ampliare il menu è la forma più economica di libertà che si possa concedere. Aggiungere una voce all’elenco non costa quasi nulla; mettere qualcuno in condizione di sceglierla costa, e si vede nei bilanci. Per questo la libertà misurata in opzioni è la promessa preferita di chi governa e di chi vende: si mantiene senza spostare niente. Rosenfeld ne registra gli usi recenti negli Stati Uniti, dalla protesta contro gli obblighi sanitari alle deregolamentazioni ambientali presentate come libertà di scegliersi l’automobile.
Il femminismo americano ha percorso questa strada per intero. Negli anni Sessanta Betty Friedan sosteneva che la liberazione delle donne passava dal prendersi il potere di scegliere anche nella vita privata, e un decennio dopo il diritto all’aborto fu rivendicato con la stessa cornice: nessuno deve essere obbligato a quella soluzione, ciascuna valuta secondo i propri criteri.
Da sinistra, e soprattutto dalle femministe nere, arrivò l’obiezione che una scelta resta una promessa vuota finché non arrivano i mezzi per esercitarla: i soldi per spostarsi e per pagare, il sostegno alle madri dopo che i figli sono nati. Il diritto era stato ottenuto. Le condizioni no.
Chi ha sostenuto che non ogni limite è oppressione, in passato, lo faceva difendendo un ordine che gli conveniva. Le forme che oggi si rimpiangono proteggevano alcuni perché ne soffocavano altri, con gerarchie, dipendenze e autorità familiari che non avevano bisogno di essere dichiarate. L’elenco dei limiti buoni l’ha scritto quasi sempre chi non doveva starci dentro.
Il limite e il menu, però, non sono simmetrici. Un limite si può nominare: qualcuno l’ha posto, e quel qualcuno risponde. Un’opzione che non compare non ha nessuno da interpellare, e chi non la vede non sa di doverla chiedere. Un limite che chiarisce ha il difetto di restare imputabile, ed è per questo che si può togliere. Il menu, no.
Quello che una scelta chiude
Una scelta si riconosce da quello che smette di essere possibile dopo. Se non chiude niente è un rinvio con un’altra intestazione, e si può ripetere per anni senza che ne esca una forma — che è poi la ragione per cui una vita raccontata come attraversamento è diventata difficile da scrivere.
La domanda utile non è quante porte siano aperte: è che cosa costa attraversarne una, e a chi. Un’epoca che si misura sul numero delle opzioni non sa rispondere, perché quel numero non contiene il prezzo. E il prezzo è l’unica cosa che distingue una libertà da un catalogo.

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