Tavolo apparecchiato e sedie vuote in una sala da pranzo, illustrazione per un articolo sul patriarcato oggi Tavolo apparecchiato e sedie vuote in una sala da pranzo, illustrazione per un articolo sul patriarcato oggi

Perché si crede ancora nel mostro del patriarcato?

Il patriarcato oggi copre due società opposte fra loro. Dove esisteva davvero, il padre non educava – e dove le donne sono libere, gli uomini se ne vantano.

Il 3 luglio 2025 Andrea Bajani vince il Premio Strega e dice, dal palco, che la letteratura contesta la versione ufficiale, che oggi è quella patriarcale. È una frase che non ha avuto bisogno di essere spiegata a nessuno, ed è questo il punto. Il patriarcato oggi è una delle poche parole che si possono usare senza doverle spiegare.

Non è una parola inventata dal nulla, e sarebbe stupido trattarla come una moda. Per secoli i rapporti fra uomini e donne sono stati organizzati dentro forme evidenti di gerarchia, dipendenza economica, autorità familiare ed esclusione pubblica, e in diverse parti del mondo lo sono ancora. Il problema comincia dopo, quando la stessa parola viene chiamata a spiegare la violenza, la famiglia, la sessualità, il linguaggio e certe forme di fragilità affettiva.

A quel punto ha smesso di lavorare come concetto storico e ha cominciato a lavorare come figura: un mostro disponibile, un nome unico per fenomeni che avrebbero bisogno di restare separati. È una trasformazione che le conviene, perché la rende più forte in pubblico e meno utile a chi la adopera per capire qualcosa.

Il patriarcato oggi è una parola che è diventata una trama

La forza di un termine come questo non dipende solo dalla sua precisione. Dipende dalla trama che riesce a costruire, e questa ne costruisce una molto buona: assegna i ruoli, distribuisce le colpe, e permette di orientarsi in fretta dentro fenomeni che non hanno quasi niente in comune fra loro.

Il caso dello Strega è indicativo proprio per questo. Quando un romanzo viene letto attraverso il padre, la famiglia e il potere domestico, il patriarcato diventa la cornice più disponibile, e non è una cornice falsa. In molte storie familiari il potere maschile ha davvero organizzato silenzi, paure, dipendenze e ricatti affettivi. Una cornice diventa povera per un’altra ragione: quando smette di distinguere. Quando ogni padre difficile, ogni legame deformato e ogni violenza privata finiscono sotto la stessa figura generale, senza che nessuno chieda che cosa stia succedendo in quel caso preciso.

È il meccanismo che ho già descritto a proposito di un aggettivo diverso: una parola che smette di selezionare non perde forza, la guadagna, perché si può applicare a tutto senza mai sbagliare bersaglio. E ha un rovescio speculare, quando il passato viene cercato come ordine rassicurante: davanti a un presente illeggibile si può accusare un mostro antico oppure rimpiangere un’armonia originaria, e le due mosse costano la stessa fatica.

Questo spiega perché la parola continua a funzionare anche quando ha smesso di chiarire. Chi la usa esce dalla frase con la sensazione di aver capito abbastanza.

Il vantaggio di un nemico semplice

Una spiegazione che copre tutto ha un vantaggio pratico enorme: fa risparmiare. Quando un termine diventa abbastanza grande, non serve più separare il potere dall’immaturità, la violenza dal rancore, la dipendenza affettiva dal fallimento educativo. Si riconduce tutto alla stessa matrice e il presente, per un momento, sembra leggibile.

Il risparmio ha un beneficiario, e non è chi subisce. È chi parla. Distinguere costa più che accusare, perché obbliga a tenere insieme il passato che resta, il presente che cambia e le forme di confusione che non sappiamo ancora nominare, e non produce nessuna frase pronunciabile in pubblico. È così che una parola si prende il diritto di essere la risposta prima che la domanda sia stata posta.

Intanto quello che succede adesso fra uomini e donne resta fuori campo, e non somiglia molto a un ordine né alla sua fine. Somiglia piuttosto a due disincanti che si rincorrono, dove l’inversione dei ruoli finisce per confermarli: si rifiutano le vecchie gerarchie e si fatica a costruire qualcosa al loro posto, e intanto ognuno recita la propria parte per non essere quello che ci è cascato.

Nel patriarcato vero il padre era già assente

Molti usano la parola come se descrivesse un ordine paterno solido, capace di formare, comandare e imporre limiti. Vale la pena andare a vedere che cosa faceva davvero un padre dentro un patriarcato pieno, prima di dare per scontato che facesse quello.

Germaine Tillion lavorò fra i berberi dell’Aurès a partire dal 1934, e nel 1966 pubblicò L’harem e la famiglia, che descrive una società con tutti i tratti che oggi elenchiamo: matrimonio combinato fra cugini in linea paterna, velo, verginità sorvegliata, delitto d’onore, e un sistema che riesce a far girare l’eredità attorno agli uomini anche dove la legge religiosa prescrive il contrario. Non è un altrove islamico, e Tillion insiste su questo: la stessa mappa comprende il litorale cristiano del Mediterraneo, e le sue pagine passano da Ragusa al Gargano, dalla Lucania alla Tessaglia.

In quel mondo il padre non educa. Il bambino cresce dentro un ambiente di donne segregate che lo servono e non lo contrariano mai; il padre compare nella descrizione di Tillion dentro un elenco indistinto di figure familiari, sorelle, zie, nonne, padri, zii, che il piccolo fatica a separare fra loro. L’autorità che il ragazzo sente addosso non è la sua: è quella del fratello maggiore, che prima dell’adolescenza ha già preso un tono solenne e comanda, e in presenza del quale si abbassa lo sguardo.

Il risultato Tillion non lo scrive: lo cita da un osservatore dell’Italia meridionale, Dominique Fernandez, e lo tiene perché descrive anche l’Aurès. Trattati come dèi fin dalla culla, circondati da donne che soddisfano ogni capriccio, mai contrastati e mai puniti né ricompensati secondo un criterio, quei ragazzi arrivano all’età adulta sprovveduti come neonati, e verso i venticinque anni l’incontro con la realtà è una catastrofe. È una diagnosi del Sud Italia degli anni Sessanta, e vale per entrambe le sponde.

Tillion non conclude che il sistema sia innocente. Conclude il contrario, e con un passaggio che vale ancora: l’oppressione delle donne non è un fatto religioso e non conviene a nessuno, perché alienando loro aliena anche gli uomini. Ma la macchina che fabbrica quegli uomini non è l’autorità del padre. È la sua latitanza dentro un sistema che gli assegna tutto in diritto e non gli chiede niente nei fatti.

All’altro capo del mondo lo stesso nome copre qualcosa di irriconoscibile. Wynne Maggi ha passato anni fra i kalasha, tremila persone in tre valli dell’Hindu Kush, e ne descrive una società dove le posizioni religiose e politiche formali sono maschili, la terra e gli animali appartengono agli uomini, la deferenza è dovuta e le donne sono assegnate al regno rituale dell’impuro. Alla domanda su che cosa li distingua dai vicini, però, uomini e donne rispondono la stessa cosa: che le loro donne sono libere. È il marcatore con cui la comunità si riconosce, e gli uomini lo difendono anche quando quella libertà li mette a disagio.

Maggi è precisa su che cosa significhi: non uguaglianza, ma la possibilità di uscire ogni tanto dai limiti, o di sceglierli invece di subirli. E annota una cosa che il resto del libro lascia lì: quella comunità è piccola, sotto pressione, e sa che una donna può andarsene convertendosi. Verrebbe da pensare che sia il costo dell’uscita a tenere in piedi il rispetto, più di qualunque idea del rispetto. Maggi non lo dice, e il nesso è mio.

Fra la valle di Maggi e l’Aurès di Tillion c’è quasi tutto in comune, se si guardano le strutture: autorità formale maschile, proprietà maschile, deferenza dovuta, controllo della purità. E c’è tutto di diverso in quello che ne viene fuori per chi ci vive dentro. Un termine che le copre entrambe non sta più selezionando niente, e non è che sia impreciso: è che ha smesso di dirci quale delle due abbiamo davanti. Vale anche per noi, che ne abbiamo davanti una terza ancora, e continuiamo a chiamarla con lo stesso nome.

Stiamo disinnescando un’autorità che non c’è

Se il modello mentale è un’autorità maschile da ridurre, tutto quello che costruiamo attorno ai ragazzi è tarato su quel bersaglio: smontare la pretesa, ridimensionare la sicurezza, insegnare a farsi più piccoli. Sono strumenti sensati contro un padre che comanda. Il problema è che davanti abbiamo per lo più il risultato del contrario, ragazzi cresciuti senza nessuno che li abbia contrariati, che di autorità non ne hanno esercitata mai e non ne hanno vista esercitare, e a quelli stiamo togliendo qualcosa che non hanno.

Qui l’obiezione arriva subito, ed è seria: il padre assente diventa comodissimo come attenuante. Chi ha alzato le mani su una donna non lo ha fatto perché nessuno gli ha messo dei limiti a otto anni, e ogni spiegazione che sposta il peso dal gesto al contesto finisce prima o poi in bocca a un avvocato. Va detto senza sfumature: la responsabilità di quello che uno fa resta intera, e non si divide con la sua educazione.

Ma la responsabilità e la prevenzione sono due mestieri diversi, e li stiamo confondendo. Il primo guarda indietro e attribuisce; il secondo guarda avanti e deve indovinare dove si formano le condizioni. Un vocabolario giusto per il primo può essere inservibile per il secondo, ed è esattamente quello che succede quando il termine che usiamo per giudicare è anche l’unico che abbiamo per capire.

E c’è una domanda che il vocabolario non fa mai fare: quanto costa andarsene. Da una casa, da un matrimonio, da un paese dove non conosci nessuno. È una domanda noiosa, perché non nomina nessun colpevole e la risposta non sta in una parola ma in una serie di condizioni materiali. Combattere un mostro antico è molto più economico, e si vede dai risultati.

Come ci si accorge che una parola sta ancora lavorando

Non serve decidere se il patriarcato esista. Serve un criterio per sapere quando quella parola sta facendo il lavoro e quando lo sta rimpiazzando, e ce n’è uno abbastanza rozzo da funzionare: dopo averla usata, è rimasto qualcosa da andare a guardare?

Quando nomina una struttura, sì. Chi possiede, chi decide, chi eredita, chi risponde davanti a un tribunale, chi può andarsene e a quale prezzo: sono tutte cose che si contano, e nominarle apre un lavoro invece di chiuderlo. Quando invece nomina un vuoto, un ragazzo che nessuno ha cresciuto, un uomo che non sa stare in una stanza con una donna senza recitare, la parola arriva, copre, e dopo non resta niente da verificare. Il caso è archiviato prima di essere aperto.

Tillion, che quel mondo lo aveva abitato per sei anni, non ne uscì con un colpevole. Ne uscì con la convinzione che l’oppressione delle donne stesse impoverendo anche gli uomini che ne sembravano i beneficiari, e passò il resto del libro a spiegare come funzionava la macchina. Una parola che spiega tutto non ha più niente da farci trovare.

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