Nell’autunno del 2024 su TikTok è comparso un formato che ha fatto milioni di visualizzazioni. Una ragazza guarda in camera e legge, con voce piatta, una frase come questa: «Mi ha scritto un messaggio lunghissimo su come si sentiva e gli ho risposto che non sapevo cosa volesse che gli dicessi». Oppure: «Stava piangendo a letto e io ho detto ci risiamo, mi sono girata e mi sono addormentata».
Il trend si chiama Women in Male Fields ed è uno dei tanti stereotipi di genere sui social che sembrano solo un gioco. La regola è sempre la stessa: prendere un comportamento subito da un uomo e recitarlo al contrario, come se a metterlo in atto fosse stata lei.
Che cosa fa davvero «Women in Male Fields»
Non è una denuncia e non è nemmeno una parodia generica dell’altro sesso. È un’inversione dichiarata, fatta su comportamenti codificati che chi guarda riconosce al primo secondo. E funziona: sotto i video le ragazze si scrivono che a questo punto stanno uscendo tutte con lo stesso uomo, e che non hanno mai avuto un’esperienza davvero personale.
Un gioco in parte lo è davvero. Ma questo formato fa qualcosa di più preciso che far ridere: mette in scena una regola invertendola, e nel farlo la insegna a chi non la conosceva ancora.
L’antropologia conosce bene questo gesto, e sa anche a cosa serviva. In una società della Nuova Guinea studiata negli anni Trenta, uomini e donne si scambiavano periodicamente abiti e comportamenti fino al grottesco, e lo facevano perché fra i due gruppi era in corso un circuito che si alimentava da solo: ogni volta che gli uni accentuavano la propria parte, le altre accentuavano la contraria, e questo dava agli uni una ragione in più per insistere. Il travestimento serviva a fermare quel circuito prima che diventasse insostenibile. Qui sembra produrre l’effetto opposto.
Gli stereotipi di genere sui social come scuola sentimentale
Il feed funziona come una scuola sentimentale parallela. Non ha programmi né insegnanti, ma insegna lo stesso, e insegna soprattutto una cosa: quali segnali vanno letti come minaccia. Cosa deve farti perdere interesse, quando conviene sparire, quale comportamento dimostra che l’altro sesso è prevedibile.
Il trend fa questo lavoro proprio mentre denuncia. Prende una ferita reale, la comprime in un formato di otto secondi e la rende replicabile: chi ha vissuto qualcosa di simile si sente meno solo, e chi non l’ha mai vissuto impara che esiste e che dovrà aspettarselo. Le due cose arrivano insieme, dallo stesso video, e non si possono separare.
Poi la parodia si ripete, e a forza di ripetersi diventa postura: ognuno recita la propria parte per non sembrare quello che ci è cascato. Le ragazze esibiscono selettività e disincanto come forma di protezione. I ragazzi rispondono con la stessa moneta, fra superiorità ostentata e rifiuto preventivo.
Del resto ridere insieme di qualcosa non è mai solo ridere: è anche il modo più rapido di confermare che si sta dalla stessa parte. Il video che gira nel gruppo non chiede di essere valutato, chiede di essere riconosciuto.
Un singolo meme conta poco. Conta l’ambiente che quei meme costruiscono, dove desiderare apertamente è rischioso e fidarsi è da ingenui, e dove le relazioni vengono raccontate come un campo di strategie prima ancora che come possibilità di incontro.
E quando si impara l’amore dentro un linguaggio di allerta permanente, anche la tenerezza comincia a sembrare una debolezza.
Il rito che serviva a fermare la spirale
Gregory Bateson passò due anni fra gli iatmul del Sepik e ne ricavò un libro, Naven, uscito nel 1936 e tradotto in italiano da Cortina. Il naven era una cerimonia che si celebrava quando un ragazzo o una ragazza compiva per la prima volta qualcosa di importante per la comunità. Non una festa generica: il riconoscimento di un passaggio. E il modo in cui i parenti lo celebravano era travestirsi da altro sesso, esagerandone abiti, gesti ed espressioni fino al grottesco.
Bateson non usò quel rito per parlare di travestimento. Lo usò per formulare un concetto che gli serviva altrove, e che chiamò schismogenesi: la differenziazione progressiva dei comportamenti che nasce dall’interazione ripetuta fra due gruppi. Ogni scambio sposta un po’ più in là entrambi, e nessuno dei due torna al punto di partenza.
C’è una parte che di solito si salta, e che invece cambia tutto. Bateson distingue due forme di questa spirale. La complementare mette insieme comportamenti opposti che si incastrano: uno si mostra sicuro, l’altro si fa piccolo, e ogni mossa dà all’altra una ragione per insistere. È la forma che osservava fra uomini e donne iatmul. La simmetrica invece mette insieme comportamenti identici che si rincorrono: uno si vanta, l’altro si vanta di più. L’esempio con cui Bateson la illustra è la corsa agli armamenti, dove ogni paese si arma perché l’altro si è armato, e l’unico esito prevedibile è che si armino entrambi ancora di più.
Il naven interrompeva la prima. Per la durata della cerimonia le posizioni si scambiavano davanti a tutti, e quello scambio scaricava abbastanza tensione da rendere sopportabile il ritorno alla normalità. Bateson sostiene che senza quelle interruzioni periodiche quella società non avrebbe retto: il rito non era un ornamento culturale, era una condizione di sopravvivenza.
Con i social l’analogia salta, ma non dove si crede. Non è solo che manca la cornice: è che la spirale ha cambiato forma. Fra le ragazze che elencano i comportamenti maschili e i ragazzi che rispondono, nessuno dei due si fa piccolo, sono due disincanti identici che si rincorrono. La forma complementare che Bateson osservava è diventata simmetrica, e per la simmetrica un naven non esiste: non c’è niente da scambiare, quando le due parti stanno già facendo la stessa cosa.
Quei codici, del resto, non spariscono per il fatto che li abbiamo resi ironici. Continuano a funzionare sottotraccia, non come ordini espliciti ma come aspettative e autorizzazioni interiorizzate.
Un rito che si rivolge solo ai propri
Se il travestimento bastasse a interrompere la spirale, questo trend dovrebbe funzionare. Fa il gesto del naven: inverte i ruoli dichiaratamente, li esagera fino al grottesco, li mette in scena davanti a un pubblico che li riconosce.
Non funziona, e la prova è arrivata da sola. La cerimonia che avrebbe dovuto scaricare la tensione ha prodotto la mossa successiva: nel giro di poche settimane è comparso il contro-trend, Men in Female Fields, con i ragazzi che rovesciano i comportamenti femminili. Alcuni per scherzo, altri molto meno.
La ragione sta in chi guarda. Al naven partecipava tutta la comunità: uomini e donne, insieme, nello stesso momento, e ciascuno vedeva l’altro gruppo indossare la propria parte. Il trend invece nasce per far sentire viste le ragazze, dalle altre ragazze. Nei commenti se lo dicono fra loro: che stanno uscendo tutte con lo stesso uomo, che nessuna ha avuto un’esperienza personale. È un’inversione dei ruoli che si rivolge ai propri e non agli altri, e un’inversione che parla solo ai propri non è una soglia. È una trincea con dentro degli specchi.
Non c’è niente di sbagliato nel volersi sentire meno soli, ed è la cosa che questi video fanno meglio. Ma è utile sapere che non stanno facendo anche l’altra: quella per cui i ruoli, dopo essere stati recitati, si possono deporre. Per quello servirebbe che le due parti fossero nella stessa stanza, e sui social non lo sono quasi mai: ognuno guarda la propria inversione confermato da chi già la pensa come lui, e ne esce sapendo un po’ meglio cosa aspettarsi dall’altro. Cioè con la maschera un po’ più stretta di prima.
Del quadro completo di come la performance sia diventata permanente, e del rapporto fra desiderio e imitazione, ho scritto per Dissipatio. Qui il punto è più circoscritto: non che il rito manchi, ma che ci sia e non basti. Uno dei modi per accorgersene è smettere di stare dentro il feed abbastanza a lungo da vedere il formato invece dei contenuti.

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