Illustrazione di una figura femminile simile a una statua, simbolo del corpo perfetto come corpo senza storia. Illustrazione di una figura femminile simile a una statua, simbolo del corpo perfetto come corpo senza storia.

Il corpo perfetto è un corpo senza storia

Le rughe arrivano senza chiedere il permesso. È questo che le rende difficili da accettare, più di come sono fatte.

Guardare una propria fotografia e cominciare dai difetti è un gesto così ordinario da non sembrare nemmeno un giudizio. Si fa in due secondi, prima di accorgersi di averlo fatto: qui sono venuto male, qui si vede l’età, questo lo sistemo la prossima volta.

Il corpo perfetto non è il più bello. È quello su cui quel controllo si ferma subito.

È anche una severità che non applichiamo a nessun altro. Nessuno guarda la faccia di un amico cercando cosa non torna, e se lo facesse ce ne accorgeremmo dopo pochi secondi.

Corpo perfetto: quando la cura diventa correzione

Che la bellezza nasca come segnale di vitalità e diventi una gabbia appena smette di indicare una presenza e comincia a indicare uno standard, l’ho già argomentato parlando dell’ossessione per la bellezza.

Curare un corpo vuol dire fare delle cose: allenarlo, dormirci di più, vestirlo in un modo invece che in un altro, portarlo dal medico quando serve. Sono gesti che aggiungono, e sul corpo si vedono come si vede l’effetto di qualsiasi abitudine tenuta per anni.

Correggere lavora per sottrazione. Chiede che sulla superficie non resti niente da spiegare: nessun cedimento, nessuna sproporzione, nessun segno che obblighi qualcuno a domandarsi da dove arrivi. Il corpo perfetto è quello che ha passato l’esame e non aggiunge altro. Lo si guarda e non se ne ricava niente su chi ci abita dentro.

L’origine però non è nel corpo. Sta a monte, nella catena che ho descritto parlando della cultura della produttività: il migliorarsi come esame di coscienza permanente, l’incoerenza segnata come difetto, l’ottimizzazione diventata una forma di obbedienza che nessuno ha più bisogno di imporre dall’esterno. Il corpo è finito in quel conteggio insieme al sonno, al cibo e all’attenzione.

Non è vanità: somiglia di più a un’abitudine amministrativa. Si passa in rassegna, si annota quello che non va, si rimanda a quando ci sarà tempo di occuparsene. Non c’è nessun desiderio grande dietro. C’è una procedura che parte da sola.

Paura di invecchiare: quando il corpo diventa una prova

I segni non si lasciano trattare come il dettaglio di una giornata storta: la mattina dopo sono ancora lì.

Il corpo tiene il conto di cose che non gli ho mai chiesto di ricordare. Gli anni passati seduto, le notti dormite male, quello che mangiavo quando non avevo tempo di mangiare. E tiene il conto anche di roba più difficile da mettere in fila, che nel racconto ordinato che farei di me non entrerebbe.

Che la faccenda non sia privata si vedeva in prima serata. Il corpo delle donne, venticinque minuti montati con immagini della televisione italiana, mostrava una cosa precisa: i volti adulti erano spariti dallo schermo, e quelli rimasti erano stati riportati indietro dalla chirurgia fino a togliere qualunque traccia degli anni. Era il 2009. Nessun filtro, nessuna app, nessun telefono in mano. Il gesto c’era già, lo facevano altri al posto nostro, e passava in televisione la sera.

Col passato facciamo lo stesso lavoro: si taglia, si addolcisce, si sistema quanto basta perché il racconto stia in piedi. Solo che la storia non si pulisce perché impariamo a raccontarla meglio, e resta sempre un punto che non torna. Il corpo lo si allena, lo si cura, in qualche tratto lo si rifà, e qualcosa continua a non lasciarsi riscrivere. Un segno è indiscreto. Dice a chiunque guardi che è successo qualcosa, e lo dice senza chiedere niente a nessuno.

Immagine corporea: quando il modello è la nostra versione filtrata

Il modello con cui mi confronto ha una data di nascita precisa: il mio primo selfie è del 2020. Fra il 2000 e il 2020 di me esistono due o tre fotografie in tutto, quindi la prima immagine mia che potevo correggere è arrivata quando avevo già visto, senza contarle, decine di migliaia di facce sistemate.

Nel 2018 tre dermatologi della Boston University hanno messo per iscritto una cosa che i chirurghi plastici notavano da qualche anno: i pazienti avevano smesso di portare in consulto la foto di un attore o di una modella. Portavano se stessi, filtrati. Chiedevano le labbra, gli occhi, il naso della propria versione corretta.

Non è uno studio: è un’osservazione clinica messa nero su bianco, e “Snapchat dysmorphia” non è una diagnosi. Il numero che gira di più — oltre la metà dei chirurghi facciali riceve richieste per venire meglio nei selfie — arriva da un sondaggio della loro associazione di categoria, che è parte in causa. Quello che nessuno ha contestato è il cambio di modello.

Finché il termine di paragone era una persona famosa, restava a distanza: irraggiungibile, ma anche di qualcun altro. Una versione ripulita della mia faccia no. È già mia, esiste, l’ho vista funzionare. Il corpo che mi ritrovo addosso arriva sempre dopo, e non arriva brutto: arriva non finito. Una bozza ferma un passaggio prima.

Che cosa si impara su di sé guardandosi in questo modo l’ho scritto parlando di vergogna. Qui mi fermo un passo prima, su dove atterra il confronto.

Il confronto non è più con una modella in copertina. È con me di ieri sera, con la luce giusta.

Perché è così difficile smettere di correggersi

Da una persona soddisfatta del proprio corpo non si ricava molto. Non compra creme, non prenota consulti, non torna. L’insoddisfazione invece è una materia prima che si rigenera da sola: ogni difetto sistemato ne rende visibile un altro un centimetro più in là. L’osservazione l’ho presa da Ashton Applewhite, che se ne occupa da anni — la vergogna e la paura aprono mercati, la soddisfazione li chiude.

È la stessa macchina che tiene in piedi la retorica del ricominciare: ti vende una versione alternativa di te e campa sul fatto che quella in corso non vada bene. Il corpo è il posto dove la promessa si rinnova più facilmente, perché è sempre lì e cambia abbastanza da dare l’impressione che stia rispondendo.

Il denaro però spiega metà della faccenda. L’altra metà è che correggersi somiglia moltissimo a prendersi cura di sé: stessi gesti, stesso vocabolario, le stesse persone intorno che approvano. La differenza si vede dopo, da cosa è rimasto del corpo quando si è finito.

Ogni ruga una lezione, ogni cicatrice un racconto: trasformare la fragilità in un distintivo non porta da nessuna parte. Alcuni segni fanno male. Alcuni preferirei non averli, e non pesano meno perché li chiamo esperienza.

Il massimo che mi riesce, quando mi riesce, è non passarli in rassegna.

Di quei vent’anni non esiste quasi nessuna immagine: le poche che c’erano le ho cancellate io, insieme a un profilo, senza pensarci un secondo. Quello che resta è il corpo che li ha attraversati. Correggerlo fino in fondo vuol dire cancellare anche l’ultima copia.

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