Illustrazione che fonde volto umano, piume e palchi di cervo. Rappresenta l'ossessione per la bellezza Illustrazione che fonde volto umano, piume e palchi di cervo. Rappresenta l'ossessione per la bellezza

Di tutto quello che il corpo sa fare si compra l’aspetto

Forza, resistenza e mestiere non li compra quasi più nessuno. Quello che resta in vendita si vede in faccia, e conta soprattutto quando qualcuno deve scegliere.

Il pavone chiude di solito la discussione: in natura il bello conta, quindi viene da lontano. Ma l’ossessione per la bellezza non ha un’origine così antica, e il pavone non prova quello che gli si fa provare. Un gruppo di ricercatori in Giappone ha seguito una popolazione di pavoni per sette anni, contando ocelli, simmetrie e accoppiamenti: le femmine le code più elaborate non le hanno preferite.

Restano le spiegazioni correnti — i social, il narcisismo, il consumismo. Nessuna dice perché tocchi proprio all’aspetto, e non a una delle altre cose che un corpo sa fare.

La risposta è aritmetica, e ha meno di due secoli.

L’ossessione per la bellezza non comincia col pavone

Il risultato giapponese è più radicale di come suona. La coda varia poco da un maschio all’altro, e per quanto se ne sa non rispecchia in modo affidabile la condizione di chi la porta: un segnale così ha ben poco da segnalare. Darwin stesso lo considerava un peso, un tratto troppo ingombrante per servire a qualcosa.

Nel 1982 Malte Andersson andò in Kenya con un paio di forbici e una boccetta di colla. Divise trentasei vedove codalunga in nove gruppi da quattro, appaiati per qualità del territorio e per lunghezza della coda. A uno per gruppo la accorciò, e le penne tolte le incollò a un altro, allungandogli la sua di venti o trenta centimetri. Gli altri due erano controlli, e a uno dei due tagliò e riattaccò le penne alla lunghezza di prima. I maschi allungati ebbero più successo di quelli con la coda normale e di quelli accorciati. Chi aveva le penne riattaccate rimase dov’era, e gli accorciati tennero i loro territori come tutti gli altri.

Il maschio allungato portava addosso le penne di un vicino, incollate da uno zoologo svedese, e sotto restava un animale qualunque. Si può obiettare che in natura una coda lunga dica comunque qualcosa su chi la porta, e che l’esperimento sfrutti una preferenza di solito informativa. Resta il fatto: quella preferenza non stava leggendo l’animale.

Del corpo è rimasto l’aspetto fisico

Nel 1861 l’agricoltura assorbiva il 70% dell’occupazione italiana, nel 1936 ancora circa la metà. Nel 2025 il 70% degli occupati sta nei servizi. Alla fine degli anni Settanta otto lavoratori su dieci avevano al più la licenza media e i laureati erano il quattro per cento: oggi i laureati sono il ventisei, esattamente quanti quelli con bassa istruzione.

In quel passaggio il corpo ha perso i suoi mestieri. Forza, resistenza, statura, tolleranza al freddo e alle ore in piedi erano capacità che si convertivano in salario, e chi le aveva se ne serviva. Un secolo e mezzo dopo quasi nessuno le compra.

Ne è rimasta la forma. Su quella chi si allena lavora già dentro la cultura della produttività, perché un corpo allenato somiglia a un lavoro fatto bene. Però una palestra la forza non la vende: vende un corpo che sembra capace di sollevare pesi che nella vita di chi lo allena non esistono.

Il lavoro manuale non è sparito, ed è proprio lì che l’aspetto conta meno e rende meno. Nemmeno l’obbligo estetico l’abbiamo inventato noi: Roma, le corti europee e la borghesia dell’Ottocento avevano il loro. È cambiato chi lo deve rispettare. Prima riguardava una classe che poteva permetterselo, adesso compare fra i requisiti per un turno da nove ore.

Il mercato estetico occupa l’ultimo canale

Nel 2003 tre ricercatori hanno messo insieme gli esperimenti sulle decisioni di assunzione e sulle valutazioni del personale. Chi risultava attraente se la cavava meglio, con un vantaggio medio e non travolgente. Pesano più della media tre dettagli: fornire a chi valuta informazioni pertinenti sul candidato — competenze, esperienza, quello che sa fare — non riduceva il vantaggio; i selezionatori di mestiere ci cascavano quanto gli studenti universitari; e l’aspetto pesava sugli uomini quanto sulle donne. Gli autori aggiungevano che negli anni l’effetto stava calando.

Sul salario di una carriera intera i conti sono più incerti: una meta-analisi recente, correggendo per il bias di pubblicazione, ridimensiona di parecchio il premio. Regge il momento della scelta. L’aspetto conta soprattutto alla porta.

Il mercato estetico non ha creato questa faccenda: l’ha trovata già lì e ci si è messo dentro. Chi vende creme, palestre, ritocchi e filtri non deve convincere nessuno che l’aspetto conti, perché è già l’unica cosa del corpo su cui si possa ancora lavorare per ottenere qualcosa. Il catalogo, del resto, non offre altro: creme, palestre, ritocchi, filtri.

È lo stesso motivo per cui tornare sui social pesa più di quanto sembri. Non ci si affaccia su una vetrina qualsiasi, ma sull’unico banco rimasto aperto.

Nessuno sta sbagliando i conti

L’ossessione per la bellezza non è un eccesso: è una concentrazione. Un canale solo è rimasto aperto, e ci passa tutto il traffico che prima si distribuiva su forza, resistenza, mestiere.

Questo rende quasi inutile il consiglio che si dà di solito, cioè volersi più bene e smettere di guardarsi. Chi è ossessionato dal proprio aspetto non ha sbagliato un calcolo: ha letto correttamente dove è rimasto il valore, e gli si risponde chiedendogli di non guardare l’unica porta che gli è rimasta davanti. Un’autostima fragile non chiede rispetto, chiede conferme, e le conferme, in questo mercato, hanno un listino.

Aggiungo la parte che mi riguarda, perché altrimenti sembra che stia guardando da fuori. Negli annunci per camerieri si legge ancora «bella presenza», e in quella casella ci sono sempre rientrato. Nella vita in generale non mi ha portato granché; in questo lavoro qualcosa sì, ed è un vantaggio che dura poco: a parità di titoli aiuta a essere scelti, poi il servizio lo si regge con altro.

Un cameriere non fa il modello. L’aspetto curato non è vanità ma parte del servizio: mani, capelli, divisa, e la faccia da avere ancora alle undici di sera. Resta però un requisito da superare, non una gara. La differenza è che in un annuncio quel requisito sta scritto: fuori non lo scrive nessuno, e il conto arriva uguale.

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