Archi concentrici che si perdono in lontananza, immagine della nostalgia del passato e del mito dell'età dell'oro Archi concentrici che si perdono in lontananza, immagine della nostalgia del passato e del mito dell'età dell'oro

L’età dell’oro non è mai esistita, ma continuiamo a cercarla

Capita di rimpiangere anni che non abbiamo vissuto. Quello che cerchiamo lì dentro, quasi mai, è il passato.

La nostalgia del passato non chiede prove. Non le serve che quel tempo sia stato migliore davvero, le basta sembrare più compatto: un mondo in cui il lavoro, le persone e il futuro appartenevano ancora alla stessa vita, invece di stare in tre stanze separate come stanno adesso. Nessuno di noi, messo alle strette, sosterrebbe che negli anni Ottanta si vivesse meglio. Ma la sensazione non passa da lì.

Arriva dalle foto di un pranzo di famiglia trovate in un cassetto, dove tutti sono seduti stretti e nessuno sembra aspettare qualcosa di meglio. Arriva dai racconti di un nonno, da un’estate che conosciamo solo perché qualcuno ce l’ha descritta due o tre volte. Di quelle giornate non sappiamo quasi niente: non la fatica che contenevano, non i silenzi a tavola, non i conti di fine mese. Ci arrivano già scremate, ridotte ad atmosfera.

L’età dell’oro nasce in questo punto. Non dalla convinzione che sia esistita, ma dal fatto che il presente ci arriva a pezzi mentre quel passato immaginato ci arriva intero. Non stiamo chiedendo di tornare indietro. Stiamo cercando una forma.

L’idea compare per la prima volta in un poema greco della metà dell’VIII secolo avanti Cristo. Nelle Opere e i giorni, Esiodo racconta cinque stirpi umane che si succedono peggiorando: oro, argento, bronzo, eroi, ferro. La prima viveva sotto Crono, senza leggi da rispettare e senza terra da lavorare, perché la terra dava da sé. L’ultima è quella in cui vive lui.

Esiodo non guarda l’età del ferro da fuori: ci sta dentro, e scrive che avrebbe preferito morire prima o nascere dopo. Quasi tremila anni fa, un contadino della Beozia trovava il proprio presente insopportabile e, per dirlo, si è inventato un principio.

Da lì in poi il materiale passa di mano. Ovidio, nelle Metamorfosi, aggiunge la primavera perpetua, i fiumi di latte, l’assenza di proprietà; Virgilio promette il ritorno del regno di Saturno. Ogni epoca rimaneggia. Il movimento sotto, però, non cambia mai di un millimetro.

Mircea Eliade, in Il mito dell’eterno ritorno, sostiene che il mito non serva a informarci su ciò che è accaduto. Serve a riportarci periodicamente all’origine: il rito ripete il racconto e ricolloca chi lo compie nel tempo in cui il mondo era ancora intero. Il tempo del mito non è una linea. È un cerchio, e a un cerchio si può sempre tornare.

L’età dell’oro non è mai stata una tesi sbagliata sul passato. Era un modo di parlare del presente, e chi la usava, con ogni probabilità, lo sapeva benissimo.

Quando il mondo diventa opaco, cerchiamo una figura: il complottismo risponde a quello stesso bisogno di una trama davanti al caos, solo per una via più brusca. Là occorre qualcuno da incolpare. Qui basta che le cose, una volta, siano state al loro posto.

Certi ricordi tornano per ragioni che con la felicità non c’entrano: hanno dato un contorno a un periodo della vita. Anche gli anni faticosi avevano almeno una forma riconoscibile, e sentirne la mancanza non è un errore di valutazione. È il segno che qualcosa ci ha davvero costruiti.

L’appartamento condiviso, il primo lavoro, la città in cui abbiamo abitato due anni. Il racconto che ne facciamo oggi si è quasi certamente ridotto a tre aneddoti, che escono sempre nello stesso ordine e ottengono sempre la stessa reazione. Non li abbiamo scelti noi: sono quelli che funzionavano quando li raccontavamo. Tutto il resto — le settimane in cui non succedeva niente, le persone che ci stavano antipatiche senza un motivo decente, i pomeriggi passati ad aspettare che fosse sera — è caduto per strada. Non l’abbiamo rimosso. Semplicemente non serviva.

Quel racconto non mente su niente. Fa manutenzione. Idealizzare il passato non significa falsificarlo, significa alleggerirlo: lo rendiamo più bello e insieme meno vero, e lo facciamo proprio mentre dichiariamo di rispettarlo.

Esiste un modo di conservare la storia che la lascia formalmente intatta e le toglie attrito: si tiene il fatto, si scelgono le parole giuste, si smussa quello che imbarazza, e alla fine il passato resta al suo posto senza disturbare più nessuno — una memoria ricordata troppo bene. E quando la scuola e la cultura rinunciano ad aiutarci a capire le pagine scomode, quel vuoto non resta vuoto: la storia non si pulisce, e a riempirlo arriva la propaganda.

L’età dell’oro compie il movimento contrario e finisce nello stesso posto. Non ripulisce il passato per poterlo condannare: lo addolcisce per poterlo rimpiangere. Nel primo caso il passato viene reso presentabile, nel secondo viene reso desiderabile.

Un passato che ci consola e un passato che non ci imbarazza non ci obbligano più a fare i conti con niente.

Una sera di qualche settimana fa, in fondo a una pagina, mi è comparso un video di trenta secondi. Una piazza italiana, forse il 1985, i tavolini di un bar, un uomo che attraversa l’inquadratura portando due sedie impilate. Non succede niente. L’ho guardato tre volte. Non ero ancora nato e quella piazza non so nemmeno dove sia, eppure per qualche secondo ho sentito la mancanza precisa di un pomeriggio che non mi appartiene.

Quello che ho provato davanti a quel video ha un nome. È anemoia, e la si deve a John Koenig, che dal 2009 compila un dizionario delle emozioni senza nome — The Dictionary of Obscure Sorrows, prima un blog, poi un libro uscito nel 2021 — inventando i termini che mancavano. La voce anemoia sta lì dal 2012. La costruzione richiama il greco: ánemos, vento, e nóos, mente. Non è una diagnosi, non compare in nessun manuale clinico, e chi la usa come se lo fosse sta bluffando. È una parola scritta da uno scrittore per una sensazione che la lingua non aveva ancora coperto.

Che sia stato necessario inventarla dice qualcosa: la nostalgia per un’epoca che non abbiamo abitato è abbastanza diffusa da chiedere un nome, e abbastanza recente da non averne già uno.

Un’epoca che non abbiamo vissuto non può contraddirci. Non ha mattine, non ha bollette, non ha ingiustizie con nomi e cognomi. Arriva già ridotta a colore, a grana della pellicola, a musica di sottofondo. Il ricordo vero conserva almeno una parte fastidiosa che ogni tanto riemerge. Il passato preso in prestito è tutto superficie, e su una superficie non si inciampa.

Quando ci manca la casa in cui siamo cresciuti, quello che ci manca quasi mai è la casa. È chi eravamo lì dentro, ed è un lutto che si può attraversare, perché ha un oggetto reale a cui fare i conti — anche se confondere il luogo con lo stato d’animo ci porta a cercarlo nel posto sbagliato. Con l’anemoia, no. In quel pomeriggio del 1985 non posso tornare, e là dentro non c’è nessuna versione di me da recuperare.

E allora cosa stiamo rimpiangendo esattamente.

Non la lentezza, credo. Chi immagina gli anni Ottanta non sta chiedendo meno tecnologia: userebbe il navigatore, e non rinuncerebbe a nessuna delle cose che si è abituato ad avere. Quello che manca è un criterio. Una vita in cui le possibilità non si moltiplicano fino a svuotarsi di conseguenze, in cui decidere non equivale a rimandare, in cui il futuro non sia una fila di ipotesi tutte ugualmente revocabili. Abbiamo chiamato libertà l’aumento delle opzioni, e ci siamo ritrovati con una libertà senza forma: pieni di scelte disponibili e sprovvisti di ragioni per preferirne una.

Il pomeriggio del 1985, visto da qui, sembra avere quel criterio. Quasi certamente non ce l’aveva: aveva altri vincoli, molti dei quali non vorremmo indietro. Ma i vincoli, da lontano, somigliano parecchio a una direzione.

Non tutto ciò che rimpiangiamo è inventato

Se ogni rimpianto è uno spostamento psicologico, allora ogni malcontento sul presente si spiega senza mai passare dal presente. Chi a quarant’anni fa i conti su un affitto che assorbe metà dello stipendio non sta elaborando una perdita simbolica: sta guardando un numero. Chi ha visto un contratto trasformarsi in tre contratti più corti non rimpiange un’atmosfera. E chi a trentacinque anni abita ancora nella stanza in cui ha fatto la maturità non lo fa per anemoia.

Ci sono cose peggiorate in modo misurabile, e chiamarle mito è un’operazione che conviene a qualcuno. È il modo più elegante di dire alla gente che il disagio ce l’ha in testa.

Sedikides e Wildschut studiano la nostalgia da vent’anni e le attribuiscono funzioni precise: rafforza il senso di connessione con gli altri, sostiene la continuità del sé nel tempo, aiuta ad attribuire significato a ciò che si è vissuto. È un dispositivo che cuce le versioni successive di una persona.

Il punto non è che la nostalgia sbagli. È dove decide di atterrare.

Quando il passato diventa risarcimento, smette di consolare e comincia a giudicare: gli si assegna un colpevole, gli si fa emettere una sentenza sul presente, e quello che era un ricordo diventa un programma. È il meccanismo dei paradisi perduti che chiedono di essere restaurati, e in genere ci si accorge tardi che il restauro riguarda qualcun altro.

La fantasia di cancellare il passato — ricominciare pulito, cambiare città, azzerare — promette la stessa cosa: una vita che finalmente ha un profilo. Un passato d’oro e un passato da abolire sono due modi di non abitare adesso.

Resta la domanda che l’età dell’oro solleva senza rispondere. Un’ipotesi: il lavoro, le persone e il tempo che ci resta hanno smesso di appartenere alla stessa storia. Sono tre calendari separati, con scadenze che non si parlano, e ognuno chiede di essere ottimizzato per conto suo. Chiamiamo vita l’operazione di farli coincidere, e la chiamiamo così anche quando non riesce. In un mondo dove ogni cosa va trasformata in progetto o in prestazione, una giornata che stia semplicemente in piedi comincia a sembrare un’epoca lontana.

Non credo che il pomeriggio del 1985 fosse migliore. Credo che chi lo attraversava non avesse bisogno di tenerlo insieme, perché stava insieme da solo — o almeno così sembra da qui, che è esattamente il problema.

L’età dell’oro non ci dice dove tornare. Ci mostra, più duramente, che cosa non riusciamo più a tenere insieme.

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