Illustrazione in bianco e nero di una statua circondata da archivi e piccole figure, simbolo del rapporto fra cancel culture e monumenti. Illustrazione in bianco e nero di una statua circondata da archivi e piccole figure, simbolo del rapporto fra cancel culture e monumenti.

Le commemorazioni riuscite sono quelle che non chiedono niente

Sappiamo difenderci dal passato che sparisce. Molto meno da quello che resta al suo posto e smette di dirci qualcosa.

Il passato che viene cancellato non è quello che perdiamo davvero. Della cancel culture si discute da anni: una statua abbattuta, un murale coperto, un romanzo rieditato fanno rumore e trovano subito qualcuno che protesta. Delle commemorazioni riuscite non protesta nessuno. Eppure una ricorrenza fissata per legge, un discorso letto davanti alle autorità giuste e una corona deposta in diretta chiudono una domanda con la stessa efficienza di una statua portata via.

Lo ammetto: davanti a un discorso del genere non trovo niente da contestare, e il disagio comincia lì. Non mi disturba il ricordo. Mi disturba che, detto così, non mi chieda più niente — e che io possa ascoltarlo pensando ad altro senza sentirmi in torto.

Cancel culture: il passato da ripulire

La cancel culture si giudica quasi sempre sui vivi: qualcuno dice o fa qualcosa di inaccettabile, viene tolto dallo spazio pubblico, e la discussione che segue riguarda lui — se l’abbia meritato, se possa tornare, chi ha deciso. Sul passato l’operazione cambia natura, e continuiamo a chiamarla con lo stesso nome. Una statua non si scusa, un donatore morto da sessant’anni non può peggiorare la propria posizione. Resta il gesto, e il gesto parla solo di chi lo compie.

Immagino una scuola che decide di togliere dalla facciata il nome del donatore che l’aveva finanziata negli anni Trenta. Assemblea, dibattito acceso, voto. La targa viene giù, il preside scrive alle famiglie, il giornale locale dedica mezza pagina. Poi più niente. Nessuno chiede chi fosse quell’uomo, con quali soldi avesse pagato, perché la scuola quei soldi li avesse presi e per quanti anni li avesse tenuti. La targa non c’è più e la domanda è chiusa.

Non che togliere sia sempre sbagliato: lasciare le cose come stanno è comunque una decisione, presa da chi c’era prima e mantenuta per inerzia. Ma quando il gesto diventa pulizia morale, il passato smette di essere una cosa da capire e diventa una macchia da mandare via — è l’operazione con cui la storia si trasforma in consolazione ideologica.

Il rischio non è cancellare: è credere che togliere sia già capire. E capire, spesso, sarebbe disponibile: sul confine orientale italiano la versione condivisa esiste da vent’anni e non l’ha usata nessuno. Togliere una statua è anche un modo rapido per non restare troppo a lungo davanti a ciò che quella statua continua a dire di noi.

Memoria collettiva: ricordare al posto nostro

Si può perdere la memoria anche senza togliere nulla. Il modo opposto ha un aspetto irreprensibile: ricorda, onora nelle date giuste, accompagna con discorsi preparati per tempo. Ogni ferita ha il suo anniversario, ogni anniversario la sua formula, ogni formula il suo piccolo repertorio di parole inevitabili. Una comunità ha bisogno di forme per ricordare: senza cerimonie molte cose sparirebbero davvero, o resterebbero chiuse nella memoria privata di chi le ha subite, che è un altro modo di sparire.

Non c’è la cerimonia in cui la commemorazione muore. La stessa scuola, decisione opposta: la targa resta e si istituisce una giornata della storia dell’istituto. Ogni anno, davanti alla facciata, il preside legge due pagine su come l’edificio fu finanziato, gli studenti di quinta elementare preparano un cartellone, viene qualcuno del Comune. La quarta volta il discorso è lo stesso della prima, e nessuno se ne accorge perché nessuno ascolta. Anche qui la domanda su chi fosse quell’uomo non se la pone più. Il nome è ancora sulla facciata e non dice più niente: la targa tolta e la targa celebrata producono lo stesso silenzio.

James Young studia i monumenti tedeschi del dopoguerra e dal 1992 ripete un punto solo: il monumento si prende in carico il ricordo e solleva chi passa dal doverlo portare. Ricordare al posto nostro è il suo mestiere. È il paradosso della memoria collettiva: più si organizza, meno chiede a chi la condivide. Da lì la sua idea di contro-monumento, un monumento costruito per non farlo.

Quando ogni ricordo pubblico deve assumere il tono giusto, la memoria somiglia a una burocrazia: si impara il codice con cui parlarne, e il codice si impara in fretta. Le commemorazioni riescono così bene proprio per questo: chiedono una competenza linguistica, non un pensiero. Chi le esegue bene sta dimostrando di stare dalla parte giusta, davanti a testimoni.

Amburgo ci ha provato in due modi

Le contraddizioni e le eredità sporche non le reggiamo a lungo, e allora cerchiamo un gesto che rimetta le cose in ordine: una targa che scende, una ferita che diventa rito civile. Funziona, e il pericolo sta tutto lì. È lo stesso bisogno che ci fa cercare una trama quando il mondo non ne ha nessuna, e che di solito una trama la trova.

Quando sono arrivate le richieste di rimuovere la statua di Otto von Bismarck, Amburgo non ha scelto fra abbattere e conservare. Ha bandito un concorso internazionale, Rethinking Bismarck, per trasformare il monumento in qualcosa con cui fare i conti: installazioni temporanee, pannelli che raccontano anche il passato coloniale tedesco, il cancelliere spiegato lì accanto invece che celebrato. Anna Mastromarino chiama questa strada ricontestualizzazione, e la parte che conta è il conflitto che il concorso ha fatto entrare nella decisione, più dei pannelli che ne sono usciti.

Trentacinque anni prima Amburgo aveva già provato l’opposto. Nel 1986, nel quartiere di Harburg, Jochen Gerz ed Esther Shalev-Gerz piantano in una zona pedonale il monumento contro il fascismo: una colonna di piombo alta dodici metri, con accanto uno stilo di metallo. Un pannello in sette lingue invita i passanti a firmarla. Man mano che la superficie a portata di mano si riempie, la colonna viene calata nel terreno. Otto discese in sette anni, finché nel 1993 sparisce del tutto: l’idea è un monumento che si consuma tra le mani di chi lo usa.

E la gente lo ha usato, che è più di quanto un concorso possa ottenere. Sul piombo sono finite decine di migliaia di iscrizioni: nomi, cuori, proverbi, citazioni antifasciste. E svastiche, “fuori gli stranieri”, firme raschiate via da altre firme, tracce di colpi d’arma da fuoco. Nessuno ha ripulito niente. La colonna è scesa sottoterra così com’era, con addosso il paese che l’aveva firmata.

Ed è finita lo stesso. Oggi in quella piazza c’è una piastra di piombo a filo del selciato e un pannello con la cronologia delle discese; nel sottopassaggio verso i treni, dietro una porta con una fessura di vetro, si vede ancora un pezzo della colonna sepolta. La prima discesa, nel 1987, il Comune la rinviò di qualche settimana: la Senatrice alla Cultura di Amburgo, Helga Schuchardt, non aveva tempo prima. Il monumento costruito per sparire ha aspettato l’agenda dell’assessore. Non perché qualcuno abbia tradito il progetto: è quello che facciamo. Appena una cosa comincia a disturbare, le costruiamo intorno la forma che la spiega.

Il ricordo che si chiude da solo

Della cancel culture abbiamo paura perché si vede: toglie qualcosa e fa rumore. La commemorazione riuscita non lascia buchi. Riempie lo spazio pubblico di parole corrette e ci restituisce un passato che non ci riguarda più. Non è il contrario della rimozione: è la rimozione fatta bene.

Il segno è sempre lo stesso: dopo non resta niente da fare. Il lavoro vero comincerebbe lì, e non ha una data in calendario né qualcuno che lo convochi. Da una commemorazione nessuno esce con una domanda in mano, e proprio per questo la diciamo riuscita.

Il passato non chiede di essere assolto. Chiede solo di non farci comodo.

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