Illustrazione di un bambino solo dentro un cerchio disegnato a terra, metafora dei confini che restano quando si sceglie di dire no ai bambini. Illustrazione di un bambino solo dentro un cerchio disegnato a terra, metafora dei confini che restano quando si sceglie di dire no ai bambini.

Non abbiamo smesso di dire no, abbiamo smesso di firmarli

Orario di spegnimento, filtro sul router, un’app che decide. I divieti non sono diminuiti: hanno perso la persona che li teneva, e con lei l’unica cosa che insegnavano.

Un ragazzino di dodici anni vive dentro un orario di spegnimento, un filtro sul router, sessanta minuti al giorno su TikTok e una SIM che blocca otto categorie di siti. Nessuna di queste cose esisteva quando i suoi genitori avevano dodici anni. Dire no ai bambini è diventato un lavoro di configurazione: si fa una volta, di sera, dal telefono del genitore.

La quantità è cresciuta. È sparito l’autore.

Nessuno di quei divieti arriva da una persona che se ne assume la responsabilità davanti al bambino. Sono impostazioni, e come tutte le impostazioni si possono cambiare: il giorno in cui il figlio protesta abbastanza a lungo si spengono con due tocchi, e non resta traccia di chi ha ceduto.

Dire no ai bambini è diventato evitabile

Un divieto detto da una persona ha una coda. Chi lo pronuncia resta lì mentre l’altro protesta, deve reggere l’accusa di essere ingiusto e l’eventualità di scoprire in mezz’ora che aveva torto. La frase è la parte facile.

Un divieto impostato quella coda ce l’ha ancora — il figlio si arrabbia lo stesso, la serata si guasta lo stesso — ma non punta più verso nessuno. Non c’è una persona da convincere, c’è un orario. E chi ha impostato l’orario può perfino mettersi dalla parte di chi protesta: anche a me sembra assurdo, però l’ha deciso l’app.

Un no che a chi lo dice non costa niente è già passato di qui: chi non ha mai imparato a dirlo almeno lo sapeva.

Il parental control protegge il genitore prima del figlio

Nel 2018 Andrew Przybylski e Victoria Nash, dell’Oxford Internet Institute, hanno provato a misurare quanto incidano davvero i filtri domestici. Due studi, il secondo preregistrato, quasi quindicimila fra ragazzi e genitori: oltre il 99,5% di quello che determina se un adolescente abbia visto materiale pornografico online dipende da altro. Per impedirlo a un ragazzo solo, il filtro dovrebbero installarlo fra le diciassette e le settantasette famiglie.

Vale per gli adolescenti e per un contenuto preciso, quindi non dimostra che ogni scudo sia inutile a ogni età. Dimostra che nel punto in cui i genitori hanno più paura lo scudo non arriva.

La legge italiana è costruita in modo coerente con questo. L’AGCOM obbliga gli operatori a fornire il controllo parentale gratis, e a tenerlo acceso di serie soltanto nelle offerte dedicate ai minori. Su tutte le altre — cioè sulla SIM che un genitore intesta a sé e mette in mano al figlio — il filtro esiste, è gratuito, e bisogna chiederlo. A spegnerlo, riattivarlo o configurarlo è l’adulto titolare del contratto.

Chi non lo vuole non deve fare niente. Chi lo vuole deve andarselo a prendere. Chi ce l’ha lo spegne quando gli pare. In nessuno dei tre passaggi qualcuno deve dire un no a qualcuno. Il comando non è sparito: ha smesso di esporsi.

Lo scudo ha già fatto il suo lavoro quando lo accendi

L’obiezione seria non è quella sul tempo. È che certe cose non si negoziano affatto: un padre non apre una trattativa sulla pornografia con un ragazzino di undici anni, e ha ragione. Ci sono limiti che non devono essere argomentati, e pretendere che ogni divieto passi da una discussione è un’idea da persone senza figli.

Ma allora il filtro andrebbe messo e non detto, come si chiude a chiave un armadietto. E invece si dice sempre. Si annuncia a tavola, si mostra sullo schermo, si comunica come una decisione presa. Il figlio deve sapere che c’è.

Il che significa che non serve a impedire: serve a dichiarare un limite senza doverlo sostenere. Nel momento in cui è acceso ha già assolto il suo compito, perché da lì in avanti il divieto ha un altro autore. Che il ragazzo lo aggiri il giorno dopo non lo rende inutile. Lo rende inutile solo rispetto a un lavoro che non stava facendo.

Che i figli protetti crescano più fragili non l’ha misurato nessuno. Che i limiti abbiano smesso di avere un nome sopra si vede.

Quello che il figlio impara è chi risponde

Un limite tenuto da qualcuno insegna una cosa che nessuna impostazione può insegnare: che le regole hanno un autore, e che l’autore è contestabile. Un figlio che discute con il padre sta imparando come si discute con chi decide. Un figlio che aggira un’app impara come si aggira un’app.

E non è che chi delega abbia smesso di educare. Sta insegnando qualcosa di preciso: che i limiti arrivano da un posto senza faccia, che non si trattano, e che l’unica risposta possibile è tecnica. È una lezione completa. Passa anche quando nessuno ha deciso di insegnare niente.

Il costo di un no in prima persona non è la fermezza al momento di dirlo. È l’ora dopo, quando il figlio è ancora arrabbiato, il genitore non è più così sicuro, e non c’è niente a cui dare la colpa.

Nessuno ha mai imparato a stare nel mondo da un’impostazione predefinita.

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