Chi ospita decide a che ora si cena, quale stanza si apre, quanto dura la visita. Lo decide anche quando è generoso, e soprattutto quando è generoso. Il paradosso dell’accoglienza comincia da qui, dall’ora di cena.
Accogliere non significa aprire una porta. Significa accettare che chi entra ceni a un’ora diversa, e che quell’ora diventi l’ora di casa. Quando l’altro resta destinatario — protetto, incluso, senza voce su chi lo accoglie — la porta è aperta e la casa è rimasta identica.
In quel dare che sembra puro si nasconde il bisogno di restare al centro. Un bene che nessuno è autorizzato a contestare somiglia parecchio a un esercizio di controllo: chi lo esercita decide anche l’orario delle visite.
Chi dà resta in alto e chi riceve resta in basso, senza che la gerarchia debba essere dichiarata. È un modo elegante di affermare sé stessi attraverso l’altro, misurando la propria virtù sulla dipendenza che produce.
Il bene ha una direzione sola
Diamo perché abbiamo imparato a pensare il bene come un movimento a senso unico: da chi ha verso chi non ha, da chi può verso chi non può. Il gesto definisce più chi lo compie che chi lo riceve, perché conferma un’immagine, la persona giusta, e quell’immagine va rinnovata.
Ogni volta che aiutiamo senza lasciare all’altro il modo di restituire qualcosa, un pensiero, una risposta, un grazie che non sia dovuto, l’aiuto funziona ancora. Funziona come funziona uno sportello.
Dietro molte forme di altruismo c’è un desiderio di permanenza. Restare quello che serve, insegna o consola significa lasciare l’altro dove l’abbiamo trovato, nel ruolo di chi va salvato. Il bene diventato abitudine non impone niente. Distribuisce le parti: uno dà, l’altro riceve.
Poi c’è che accogliere assolve. Finché il bene serve anche a questo, nessuno dei due si muove: chi dà resta nella parte luminosa del gesto, chi riceve resta nel punto esatto in cui può continuare a giustificarla. E quando il gesto diventa un mestiere la cosa si irrigidisce, perché un lavoro che parte dalla parte giusta non deve dimostrare di funzionare.
Il dono che non ammette risposta
Cristo ha reso gli uomini bramosi, perché da allora si aspettano doni dai loro salvatori senza dare niente in cambio. Donare è infantile, come il potere. Chi dona si arroga il potere. La virtù del donare è il manto celeste del tiranno. Sei saggio, o Filemone, tu non doni.
— C. G. Jung, Il Libro Rosso, Liber Secundus, cap. XXI
Non è una tesi di psicologia. Jung scrive queste righe fra il 1913 e il 1930 in un libro che terrà per sé: uscirà nel 2009, quarantotto anni dopo la sua morte. E non insegna niente a nessuno — sta lodando Filemone, una figura che gli era comparsa in sogno e a cui aveva dato il ruolo di maestro. Lo loda perché non dona. Il bersaglio, intanto, è nominato: il salvatore. Chi dona conserva anche il potere di stabilire che cosa il dono significhi.
Le società studiate da Marcel Mauss l’avevano risolto in un altro modo. Nel saggio sul dono che Mauss pubblica nel 1925 il dono non è un gesto a senso unico, ma un obbligo triplo: dare, ricevere, ricambiare. Non serviva restituire lo stesso oggetto né pareggiare i conti: serviva rientrare nella relazione da soggetti.
Rotta la reciprocità, chi riceve resta dentro un debito che non ha modo di chiudere, e chi dà può continuare a considerarsi l’origine del bene. La gratitudine diventa una posizione fissa, e la dipendenza dell’altro finisce per certificare la virtù di chi aiuta.
Lo sa chiunque abbia ricevuto un regalo troppo grande da qualcuno a cui non poteva restituirlo. Non manca la riconoscenza: manca il piano comune, e chi lo riceve si sente in debito più che voluto bene. Quando l’asimmetria si ripete, quando uno dà sempre e l’altro riceve sempre, quello che resta assomiglia più a una scuola che a un’amicizia.
Nessuno aveva detto niente sulle sue capacità
Il dono funziona sempre meno come patto e sempre più come esibizione. Diamo anche per confermare chi siamo, e più diamo più ci serve che qualcuno veda.
Poi c’è quello che l’aiuto comunica per conto suo. Nel 1990 Sandra Graham e George Barker hanno osservato che i bambini in età scolare giudicavano meno capaci i compagni a cui l’insegnante si avvicinava spontaneamente per aiutarli, a parità di risultati. Nessuno aveva detto niente sulle loro capacità: l’aveva detto l’aiuto. Lo studio si intitola The downside of help, ed è una delle ricerche raccolte in una rassegna sui modi in cui aiutare fa danno. L’intenzione resta buona, il messaggio implicito cambia: senza di me non ce la fai.
Nelle strutture d’accoglienza è previsto tutto tranne una cosa: che chi riceve possa contare per qualcuno. Cibo, letto, corsi, assistenza. Quando la stessa logica diventa un settore, con bilanci e carriere, l’aiuto arriva a sopravvivere al problema che diceva di risolvere. Manca il ruolo, e chi ci lavora se ne accorge: dare a qualcuno una responsabilità vera significa esporsi al suo errore, e nessun regolamento chiede a nessuno di farlo.
C’è però un caso che rovescia tutto questo. La persona a cui tutti scrivono non ha scelto di occupare quel posto, e spesso ne esce sfinita: chi dà resta al centro anche quando non ci guadagna niente. Il meccanismo è lo stesso, cambia solo chi resta sveglio fino all’una.
Il resto lo fa la protezione: proteggiamo fino a impedire di crescere.
Filemone non dona
Resta l’obiezione che l’ho citata sopra senza raccoglierla. La frase di Jung non dice di donare meglio. Dice sei saggio, o Filemone, tu non doni, e loda un uomo che coltiva il proprio giardino e lascia che tutto cresca da sé. Tutto quello che ho scritto fin qui propone qualcosa di più comodo: dare, ma lasciandosi cambiare. È ancora dare, e chi dà sceglie ancora quando.
Non ho una risposta a Filemone. So che la sua è impraticabile per chiunque abbia un figlio, un genitore vecchio o un amico in difficoltà, e che l’impraticabilità non è una confutazione. Chi accoglie non può ritirarsi nel giardino: può solo accorgersi che il giardino sarebbe più onesto.
Quello che resta è più piccolo di una soluzione, ed è un criterio. Un aiuto verificabile è quello che si può interrompere senza che chi lo riceve peggiori, e la verifica tocca a chi aiuta, non a chi riceve.
Chi aiuta senza cambiare conserva per sé la posizione più sicura: quella di chi dà, interpreta, corregge e resta intatto. Il resto è una forma gentile di controllo.

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