Illustrazione in bianco e nero di un cane seduto con un fumetto vuoto, simbolo della domanda “Perché non si può dire cagna?” e dell’imbarazzo linguistico. Illustrazione in bianco e nero di un cane seduto con un fumetto vuoto, simbolo della domanda “Perché non si può dire cagna?” e dell’imbarazzo linguistico.

Perché non si può dire “cagna”

Anni fa, con delle colleghe, ci eravamo inventati cagno. Non ci mancava il termine: ci mancava un termine che sminuisse.

In italiano la femmina del cane ha un nome solo, ed è l’unico che ci imbarazza pronunciare. Chiedersi perché non si può dire cagna vuol dire chiedersi perché a metterci a disagio sia proprio il termine esatto.

Non è una mia impressione. A chi domandava se per il femminile di cane si potesse usare «cana», D’Achille ha risposto, per la consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca, che la forma corretta è cagnadocumentata già nel Duecento al pari del maschile.

Eppure la aggiriamo, e con una certa inventiva: cagnolina, cagnetta, la femmina del cane. Nessuno ce lo ha imposto. Lo facciamo da soli, spesso senza accorgercene, come se la precisione avesse bisogno di essere disinfettata prima dell’uso.

Il punto non è il diritto di usare parole dure ovunque e contro chiunque. È che quando una società smette di distinguere fra una parola e l’uso degradante che ne è stato fatto, finisce per correggere il vocabolario invece di interrogare il pregiudizio. Il disprezzo depositato nelle parole non se ne va: lo copriamo con i diminutivi, e al risultato diamo il nome di rispetto.

Perché non si può dire cagna, e perché diciamo cagnetta

Il sostituto che scegliamo quasi sempre è un diminutivo, e i diminutivi non sono neutri. Cagnetta non è una versione più rispettosa di cagna: è una versione più mansueta. Rimpicciolisce l’animale, lo rende domestico, gli toglie la taglia. E insieme alla taglia toglie tutto il resto — il corpo, il calore, la riproduzione, la femmina che esiste anche quando non fa tenerezza.

Una parola può nascere neutra e sporcarsi per accumulo: usi, allusioni, offese, vergogne depositate una sopra l’altra finché il significato di partenza non si vede più. Quando succede restano due strade. Capire come si è prodotta quella contaminazione, oppure sostituire il termine e considerare chiusa la faccenda.

Scegliamo quasi sempre la seconda, e Coletti, aprendo sulla Crusca una riflessione su enfasi ed eufemismi negli usi contemporanei, spiega perché non basti: chi crede che basti interdire una parola per cambiare il comune sentire prende la cosa al rovescio, perché sono la sensibilità sociale e i comportamenti a spingere la lingua a cambiare, non l’inverso. Il vantaggio della sostituzione non è che risolva qualcosa: è che si vede.

Sostituire cagna con cagnetta, insomma, non ripulisce niente. Trasforma un animale in un peluche linguistico e lascia intatto il motivo per cui l’animale ci imbarazzava.

Il toro e la cagna non pagano lo stesso prezzo

L’asimmetria comincia quando l’animale passa all’uomo. Un uomo che desidera troppo può diventare un toro: l’immagine è rozza, ma nessuno la usa per umiliarlo. Contiene anzi una specie di compiacimento, e chi la riceve raramente protesta. È lo stesso immaginario che, quando entra in crisi, trasforma quella potenza in una colpa da amministrare.

Cagna non ha mai avuto quel margine. Non evoca la femmina dell’animale, evoca una sessualità percepita come eccesso e mancanza di freni: il desiderio femminile trattato come disordine, il corpo femminile come qualcosa da sorvegliare e riportare dentro una forma accettabile. Nessuna delle due parole descrive un comportamento diverso. Descrivono lo stesso comportamento in due persone diverse, e ne distribuiscono il conto in modo opposto.

Non è un dettaglio lessicale, ma non serve nemmeno una spiegazione grande per dire che cos’è. Il giudizio depositato nelle due parole è più antico delle nostre intenzioni, e continua a lavorare anche quando abbiamo smesso di accorgercene: distribuisce prestigio e vergogna attraverso parole ordinarie, che tutti sanno usare senza aver mai imparato a usarle. È una di quelle eredità che nessuno ha deciso di conservare, uno di quei linguaggi e automatismi rimasti in circolo che pesano soprattutto sulle donne.

Per questo il caso di cagna interessa: non perché sia una parola importante, ma perché rende visibile il meccanismo. Evitiamo il termine corretto anche quando non sta offendendo nessuno, e nel frattempo il giudizio che lo aveva sporcato resta dov’è.

La parola che ci eravamo inventati esisteva già

L’obiezione arriva prima ancora di essere formulata, e va detta al posto di chi la farebbe. Difendere cagna somiglia molto a difendere chi la usa per umiliare qualcuno, e a farlo qui è un uomo, cioè la persona che quella parola non se l’è mai sentita rivolgere. È un’obiezione che non si scioglie con una precisazione.

Quindi metto la mia parte. Anni fa, con delle colleghe, ci eravamo inventati cagno per gli uomini passionali. Non ci mancava il termine: ci mancava un termine che li sminuisse, e l’assenza era proprio il punto. Sapevamo benissimo che essere passionali non è degradante per nessuno dei due, e applicare al maschile la stessa parola serviva a far vedere quanto fosse ridicola addosso a una donna. Era una gag interna, di quelle che durano finché dura il gruppo, e la nostra è andata avanti più di una stagione.

Non mancava niente. Il maschile di quella condotta ha cinque nomi almeno: donnaiolo, playboy, sciupafemmine, latin lover, gallo. Sono tutti disponibili, e sono tutti ammirati o al massimo bonari. Quello che manca non è il termine. È il termine che umilia.

cagno non l’avevamo inventato neanche. Alla lingua quella casella non è mai servito riempirla, ma la casella esiste da due secoli: la stessa pagina della Crusca che dà cagna come forma corretta ricorda che nel Belli, accanto a cagna, compare anche cagno. Sta in un poeta che di parole sporche ne aveva in abbondanza, e in due secoli nessuno gli ha depositato addosso niente — nessun uso figurato, nessuna vergogna.

Il meccanismo, insomma, lo avevamo già capito, e ci abbiamo riso sopra per più di una stagione. Ma rovesciare i ruoli fa vedere la sproporzione senza toglierla, e infatti non è successo niente: la gag è finita quando è finito il gruppo. Riderci sopra, del resto, era una possibilità che avevo io. Potevo prendere la parola, rovesciarla, smettere quando volevo e riprendermi indietro tutto, perché cagna non me l’ha mai detta nessuno. Chi se la sente rivolgere non può trasformarla in una battuta: gli tocca solo riceverla.

Dai sinonimi di donna la parola non è stata tolta, è stata spostata

Nel marzo del 2021 un centinaio di firmatari, guidati da Maria Beatrice Giovanardi, ha chiesto all’Istituto della Enciclopedia Italiana di ripulire la voce donna del dizionario dei sinonimi dagli epiteti ingiuriosi. Fra quelli da togliere c’era cagna. Giovanardi aveva già ottenuto dall’Oxford English Dictionary una revisione analoga della voce woman, e l’argomento era lo stesso: il linguaggio non fotografa la realtà, la costruisce, e influenza il modo in cui le donne vengono percepite e trattate.

A rispondere è stata Valeria Della Valle, che dirige il Vocabolario. La sua obiezione non era che quelle parole siano innocue, ma che un dizionario ha il compito di registrarle e di marcarne il carattere offensivo, e che eliminarle dall’elenco non migliora l’immagine di nessuno. Poi ha concesso il punto più scomodo, e vale la pena leggerlo due volte: la sproporzione fra gli insulti disponibili per la donna e quelli riferibili all’uomo esiste davvero, i primi riguardano quasi tutti la vita sessuale, ed è la nostra storia a non avere parole per l’uomo corrispondenti a quelle imposte per secoli solo alla donna.

Cioè la direttrice del Vocabolario Treccani ha dichiarato pubblicamente il buco che io e le mie colleghe avevamo provato a tappare per scherzo. Non è un’assenza lessicale: è una traccia.

Poi, in maggio, l’Istituto è intervenuto. Non ha cancellato niente — «Treccani non ha rimosso nulla, ha piuttosto riorganizzato i contenuti», ha precisato Della Valle. Da un punto di vista lessicografico è un lavoro ineccepibile: ogni parola sta dove le compete, con l’etichetta giusta. Gli epiteti sono stati agganciati a prostituta invece che a donna, e nella voce sono entrate espressioni come donna di legge, di lettere, di scienza, di Stato.

Ed è esattamente il secondo modo di far sparire qualcosa: non toglierlo, ma sistemarlo così bene che smetta di chiedere qualcosa a chi lo incontra. Prima cagna stava in un posto dove dava fastidio. Adesso sta in un posto dove ha ragione di stare, e il fastidio non lo dà più.

Le parole che ritiriamo non accusano più nessuno

Una parola sporca è una prova, ed è un lavoro che nessun archivio ordinato può svolgere al posto suo. Sta nel posto sbagliato, e finché resta scomoda continua a fare da sola la domanda che nessuno pone: chi l’ha usata così, contro chi, per ottenere cosa.

Quando la spostiamo sotto la voce che le compete, quel lavoro finisce. Non perché qualcuno abbia deciso di insabbiarlo, ma perché una parola sistemata bene non chiede più niente: ha smesso di essere fuori posto, e con l’imbarazzo se ne va l’unica cosa che ci obbligava a guardare. Il pregiudizio resta dov’era. Perde solo il segnale che lo denunciava.

Non è una faccenda da vocabolari. Sul dizionario si vede in piccolo, e proprio per questo si vede meglio: è la stessa forma che prende oggi il controllo del pensiero, che non vieta niente e si limita a renderlo innocuo prima che possa avere conseguenze.

Per questo cagnetta non è mai stata una scelta innocente. Non perché sia volgare — è il contrario, è una parola gentile. Ma è la gentilezza che si concede chi può ancora scegliere come chiamare le cose, e quel margine è sempre stato di pochi. Nel momento in cui la scegliamo per non sentirci a disagio, la lingua ha smesso di proteggere qualcuno e ha cominciato a proteggere noi.

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