Il romanzo di formazione se n’è andato dagli scaffali molto prima che smettessimo di crescere, e la spiegazione più battuta — un mondo troppo veloce, lettori troppo distratti — spiega poco.
Nel 2000 lo psicologo Jeffrey Arnett ha dato un nome alla zona che si era aperta fra l’adolescenza e l’età adulta: emerging adulthood, un decennio fatto di esplorazioni, rinvii e legami reversibili. Il nome ha avuto fortuna, ed è arrivato ai giornali, alle politiche giovanili e alle storie che ci raccontiamo. Nel 2014 James Côté ha ricordato che quasi tutta la ricerca da cui quel nome viene è stata fatta su studenti universitari.
Da allora la discussione non riguarda se quella fase esista, ma chi ci sta dentro e con quali mezzi. Il genere che raccontava la crescita è finito lì in mezzo: la sua difficoltà non è che nessuno cambi più, è che la letteratura ha continuato a raccontare i ragazzi a cui quegli anni li paga qualcun altro.
Il romanzo di formazione si reggeva su una soglia
Il romanzo di formazione lavorava su una soglia: un prima e un dopo che il protagonista riconosce come due posti diversi, anche quando nessuno dei due gli piace. Gli anni che passavano non erano l’argomento: servivano a far succedere l’attrito. Il protagonista entrava nel mondo con un’immagine di sé assoluta e inesperta, e incontrava il limite, la vergogna, il desiderio, la perdita, il conflitto con gli altri.
Da quell’attrito usciva meno innocente, che non vuol dire migliore: è l’equivoco che ha fatto più danni. Crescere, in quei libri, non significava diventare equilibrati, produttivi o socialmente compatibili. Significava perdere una parte della propria illusione e riconoscere la durezza del mondo. A volte significava fallire, e il fallimento contava perché costringeva il protagonista a vedersi con meno indulgenza, non perché ne uscisse una lezione.
Goethe, Flaubert, Salinger, Hesse: il centro non era l’età dei protagonisti ma il modo in cui la loro vita veniva messa alla prova. Anche quando restavano inquieti, incapaci di conciliarsi con l’ordine intorno a loro, qualcosa accadeva nella coscienza — e il libro finiva quando quel qualcosa era successo, non quando il protagonista aveva fatto pace con il mondo.
Nel passaggio all’età adulta la differenza non sta in quello che si prova
Côté non contesta che oggi si diventi adulti più tardi di due generazioni fa. Contesta come lo sappiamo. Quasi tutte le ricerche che hanno costruito l’emerging adulthood hanno intervistato persone raggiungibili dentro un’università, e da lì hanno ricavato una fase della vita valida per tutti. L’obiezione più dura viene dopo: chiamare fase una condizione la fa sembrare un’età anziché una circostanza, e manda in secondo piano la domanda su chi ci passa e con che cosa.
Nel 2010 Leo Hendry e Marion Kloep sono andati a cercare quelli che nelle ricerche non c’erano: trentotto ragazzi gallesi fra i diciassette e i vent’anni, che lavoravano o erano disoccupati, intervistati per una quarantina di minuti su come vivevano e su che cosa significasse per loro essere adulti. Studio piccolo e dichiaratamente esplorativo. Ma il risultato è netto: la fase di Arnett teneva solo per una parte di loro, e molti si consideravano già adulti ed erano considerati tali anche dagli altri. Non stavano rimandando niente.
Arnett ha risposto con i numeri, e conviene dirlo perché è la parte che smonta la versione comoda di questo argomento. Nel 2016 ha pubblicato un’indagine nazionale americana su diciotto-venticinquenni: sulle cinque caratteristiche della sua teoria — come si giudica quel periodo, che idea si ha di studio e lavoro, che idea si ha di amore, sesso e matrimonio — le classi sociali si somigliano parecchio. Le differenze serie sono due: quanto ci si sente depressi, e quanto si può contare su qualcuno che paghi gli studi. Nessuno di questi lavori riguarda l’Italia, e vale la pena tenerlo presente prima di trasferire qui le loro conclusioni.
La risposta tiene, e sposta la questione invece di chiuderla. Se quello che i ventenni provano si somiglia e quello che hanno in mano no, la differenza non sta nell’esperienza: sta in quanto costa sbagliare. Nell’indagine di Arnett la distanza fra le classi passava anche da chi può contare su qualcuno che paghi gli studi, cioè da chi si può permettere un anno andato storto.
Una condizione si può nominare, una trasformazione va aspettata
Molte storie di oggi si fermano un passo prima. Raccontano il disagio, la memoria familiare, l’identità ferita, la difficoltà di stare al mondo, e spesso lo fanno bene: il personaggio è nitido, la sua posizione è chiara, il lettore capisce in dieci pagine con chi ha a che fare. Quello che manca è il seguito. Il personaggio resta descritto e non attraversato.
C’è una ragione pratica, prima ancora che culturale. Una condizione si può nominare in una riga, e una riga entra in una quarta di copertina, in un post, in una recensione. Una trasformazione no: chiede tutto il libro e si vede solo alla fine, quando è tardi per raccontarla a chi deve ancora comprarlo.
Poi c’è la parte che riguarda anche chi legge. Abbiamo imparato a diffidare della crescita, perché diventare qualcosa di preciso somiglia a rinunciare a tutto il resto; e abbiamo imparato l’idea opposta e ugualmente comoda, che aver sofferto basti a formare qualcuno. Fra le due, la trasformazione non ha più spazio: o è una minaccia, o è già successa e non c’è niente da raccontare.
Eppure una soglia, per essere tale, ha bisogno che qualcuno da fuori la riconosca. Nei romanzi di formazione quel lavoro lo faceva il mondo: non uno sfondo ostile contro cui dichiararsi feriti, ma una forza che imponeva un cambiamento e poi lo registrava. Un romanzo che quel mondo non ce l’ha deve costruirselo, oppure accontentarsi di dire chi è il suo protagonista.
Ho scritto un romanzo di formazione senza accorgermene
A questo punto l’obiezione è legittima, e la faccio io prima che la faccia qualcun altro. Chi scrive questo articolo pubblica per conto suo, fuori dal circuito che decide quali romanzi escono e come vengono chiamati. È comodo sostenere che il metro è sbagliato quando non è il mio, e autopubblicare un libro insegna quasi subito quanto poco basti scriverlo.
Però la parte che mi riguarda non è questa. Ho scritto un romanzo, Nove estati di solitudine, ambientato in una sola estate: l’ultima delle nove che il protagonista passa dalla nonna. Alla fine del libro non è come all’inizio.
Mentre lo scrivevo non ho mai pensato di stare scrivendo un romanzo di formazione. Non l’ho evitato: non ci ho proprio pensato, e me ne sono accorto dopo, rileggendolo. Isolare l’ultima di nove estati è la forma della soglia in purezza, e l’avevo costruita senza sapere di costruirla.
È la cosa più scomoda che potessi scoprire mentre scrivevo questo articolo. Non che il genere sia difficile da vendere, cosa che sapevo: che è diventato difficile da riconoscere anche per chi lo sta facendo. La forma non è sparita da chi scrive. È sparita dal vocabolario con cui i libri vengono nominati — e se nessuno la nomina, nessuno la cerca, e chi la produce lo scopre per caso.
La domanda non è chi li scrive
Perché non si scrivono più romanzi di formazione è la domanda sbagliata. Se ne scrivono, e qualche volta li scrive qualcuno che non sa di farlo.
La domanda giusta è perché siamo diventati così lenti a riconoscerli. Abbiamo un vocabolario ricco per le condizioni — ferite, identità, appartenenze, diagnosi — e quasi nessuna parola per i passaggi. Con quel vocabolario si può descrivere benissimo un ragazzo di vent’anni e non accorgersi che ne è uscito diverso. E una società che non ha parole per un passaggio, prima o poi smette anche di pretenderlo.

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