Ritratto in line art in bianco e nero con anelli concentrici sullo sfondo, simbolo di sincronicità e significato nell’esperienza umana Ritratto in line art in bianco e nero con anelli concentrici sullo sfondo, simbolo di sincronicità e significato nell’esperienza umana

Credere nella magia significa sapere che capire non basta

Ultimo giorno di lavoro, ventidue anni. Ho staccato cinque minuti prima per una furbizia e il carico è caduto nel punto in cui sarei stato.

So di preciso perché una cosa che mi è successa a ventidue anni continua a non sembrarmi un caso. Esiste una spiegazione psicologica, ha un nome, è stata misurata più volte e regge. La conosco da anni. Non ha cambiato niente.

Chi scrive di sincronicità e significato di solito sceglie una parte. C’è chi difende il mistero e chi lo smonta ricordando che il caso, da solo, basta a spiegare quasi tutto, e la discussione va avanti così da decenni senza che nessuno dei due sposti l’altro.

Le due posizioni condividono un presupposto: che capire un fenomeno serva a scioglierlo. Sul mio episodio è falso. La spiegazione descrive con precisione il meccanismo che produce la sensazione, e la sensazione resta dov’era.

Sincronicità e significato: cosa serve perché una coincidenza conti

Il termine lo conia Jung nel 1952, in un saggio sui nessi acausali. La definizione è più stretta di quanto l’uso corrente lasci pensare: la coincidenza temporale di due o più eventi che non stanno in rapporto di causa ed effetto e che hanno un contenuto significativo uguale o analogo. Contano tutte e due le condizioni. Non basta che due cose capitino insieme, devono anche dire la stessa cosa.

Fuori dagli ambienti junghiani la nozione l’ha resa popolare Hopcke, psicoterapeuta, con un libro del 1997 che Mondadori ha tradotto come Nulla succede per caso. Il titolo dichiara la posizione: quasi nessuno di questi episodi sarebbe davvero accidentale, e le emozioni, le intuizioni e i desideri di chi li attraversa inciderebbero sul mondo esterno delle relazioni e del lavoro.

Non è la mia posizione e non la difendo. Ma Hopcke, spiegando Jung, fissa tre condizioni che conviene tenere, perché sono più severe di quanto sembrino. L’evento deve capitare in un momento di transizione. Deve resistere a una spiegazione semplice per causa ed effetto. E deve significare qualcosa per chi lo vive: quello che rivolta la vita a una persona, per un’altra è una cosa qualunque.

Tre condizioni, non una. È un filtro più stretto di quanto l’uso corrente della parola lasci pensare.

Un cantiere, cinque minuti, venti metri

Mi sono licenziato a fine luglio e non ne avevo nessun bisogno. L’appuntamento per l’iscrizione all’università era il giorno dopo, i corsi cominciavano a ottobre, e sarebbe bastato chiedere un giorno di permesso. Potevo tirare avanti fino a metà agosto senza che nulla cambiasse. Mi piaceva l’idea che le due date si toccassero, l’ultimo giorno di lavoro e il primo atto di quello che veniva dopo, e in tutti questi anni non ho trovato una ragione migliore di questa. Che all’università ci andassi era deciso da due anni, e a deciderlo era stato un cambio di condizioni che non avevo scelto.

Quel giorno stavo dipingendo i bordi di una fila di colonne. A cinque minuti dalla fine ho aperto la scala davanti alla colonna dopo e mi sono fermato prima di salirci: era l’ultimo giorno, e nessuno poteva licenziarmi due volte. Ho richiuso la scala, me la sono messa in spalla e sono andato verso il magazzino.

Avrò fatto venti metri. Alle mie spalle un carico di ringhiere si è sganciato dalla gru ed è caduto nel punto esatto in cui sarei stato.

Non è una sincronicità, e lo dico prima che me lo faccia notare qualcun altro. La condizione sul momento di transizione la soddisfa fin troppo bene. Quello che manca è il centro della definizione di Jung: il contenuto significativo comune ai due eventi. Non c’era nessuna corrispondenza fra quello che avevo in testa e quello che è successo. Non stavo pensando alle ringhiere, non ho avuto un presentimento, non mi sono spostato perché avessi intuito qualcosa. Mi sono spostato per una furbizia da ultimo giorno, e la furbizia mi ha messo venti metri più in là. Nel vocabolario di Jung è un caso, e basta.

Perché una deviazione dalla routine sembra destino

La spiegazione ha un nome e una data: teoria della norma, Kahneman e Miller, 1986. Dice una cosa sola. Quando un esito arriva dopo un comportamento eccezionale, l’alternativa mancata, cosa sarebbe successo se, si costruisce più facilmente che quando lo stesso esito arriva dopo la routine. E più l’alternativa è a portata di mano, più forte è la reazione a quello che è successo davvero.

Lo scenario classico è questo. Due persone fanno lo stesso incidente tornando a casa: una sulla strada di sempre, l’altra su una strada diversa presa quella volta. Chi legge attribuisce alla seconda più rimpianto. L’incidente è identico, e a cambiare è soltanto quanto costa poco immaginarlo evitato. Al fenomeno è rimasto il nome di effetto di eccezionalità.

Non è un risultato isolato né vecchio: una meta-analisi ha messo insieme quarantotto studi e più di quattromila partecipanti e ha trovato un effetto da medio a forte, su misure come il rimpianto, il pensiero controfattuale e l’attribuzione di colpa a sé stessi. Una replica preregistrata l’ha confermato ed esteso ad altre misure, fra cui la fortuna percepita.

Nella mia storia le deviazioni non sono una, sono due, e la seconda esiste solo grazie alla prima. Mi ero licenziato prima del necessario, e quindi quello era l’ultimo giorno. Era l’ultimo giorno, e quindi ho staccato cinque minuti prima. Se avessi lavorato fino a metà agosto sarei salito su quella scala come tutti i giorni. Gli appigli per immaginare come sarebbe potuta andare diversamente erano due invece di uno.

C’è un limite in questa spiegazione, ed è meglio dirlo io. Quegli studi misurano quanto rimpianto o quanta fortuna i lettori attribuiscono a un personaggio dentro uno scenario, e in tutti gli scenari l’esito è negativo: l’incidente, l’autostoppista. Nessuno ha misurato cosa prova qualcuno a cui è andata bene, mentre guarda la propria vita. Descrivono la forma della reazione, non la reazione.

L’obiezione seria non è quella statistica

C’è anche una risposta più semplice, ed è aritmetica. Dyson l’ha attribuita al matematico Littlewood e la chiama legge dei miracoli: se un miracolo è un evento che capita una volta su un milione, e una persona attenta a quello che le succede intorno ne percepisce all’incirca uno al secondo per otto ore al giorno, in trentacinque giorni ne ha attraversati un milione. Circa un miracolo al mese, a testa. Ma il conto non chiude la faccenda, e il motivo lo spiega Savelli in un saggio su «allegoria».

La stessa identica coincidenza si presenta come probabilità se la si guarda da fuori e come senso se la si guarda dal posto di chi l’ha attraversata: non sono due fenomeni in concorrenza, è un unico evento sotto due misurazioni diverse. Savelli aggiunge una distinzione che il mio ragionamento, fino a qui, non faceva. L’apofenia è vedere un volto in un mucchio di pietre su Marte, cioè attribuire al mondo l’intenzione di comunicare qualcosa. Riconoscere un senso nella configurazione degli eventi che compongono una vita è un’operazione diversa, e archiviarla come errore percettivo somiglia più a un ordine di smettere di provare qualcosa che a una spiegazione.

L’obiezione seria, quindi, non è quella statistica. È che io quella storia me la sto costruendo all’indietro. Ed è fondata: ogni volta che ci ripenso non riapro il fatto, riapro l’ultima volta che ci ho ripensato, e a ogni passaggio è diventata un po’ più pulita di com’era. Il termine di paragone non è l’originale, è l’ultimo salvataggio.

E qui arriva la parte che mi mette peggio. Ho scritto altrove che la coscienza retroillumina il percorso per far credere che ci fosse una direzione, e che ci dice di aver scelto dove abbiamo soltanto reagito. Lo penso ancora, e lo penso di tutti. Su di me, su questa cosa, non ha mai funzionato.

Una spiegazione dice soltanto come è successo

L’amore funziona allo stesso modo, e lì il problema si vede meglio perché riguarda tutti. Di un incontro che ha spostato una vita si possono ricostruire le circostanze, il momento in cui è capitato, quello che rendeva quella faccia riconoscibile proprio a chi la stava guardando. Nessuna di queste cose lo restituisce come un fatto qualsiasi. Quello che si può amare, e quando, non l’ha mai deciso il singolo da solo: le società hanno sempre avuto qualcosa da dire in proposito, e chi si innamora arriva su un terreno già disegnato.

Il punto non è che esistano zone dell’esperienza dove la spiegazione non arriva. Arriva quasi dappertutto, ed è successo anche qui. Il punto è che dire come è successo è tutto quello che una spiegazione sa fare. Non ha nessun potere sul fatto che continui a contare.

Se la parola magia conserva un senso, è questo: non che il mondo mandi messaggi, ma che sapere perché un evento produce un certo effetto non lo mette a tacere, e continuare a sentirlo non è un difetto di ragionamento da correggere.

Non ho cambiato idea su niente. Ho solo smesso di aspettarmi che capire servisse a chiudere.

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