Illustrazione line art minimalista di una panchina sotto un grande albero. Esempio di luoghi dell’infanzia. Illustrazione line art minimalista di una panchina sotto un grande albero. Esempio di luoghi dell’infanzia.

I luoghi dell’infanzia sono rimasti uguali, e il problema è questo

Chi torna dove è cresciuto si aspetta che il posto restituisca qualcosa. Il posto è intatto, e proprio per questo non restituisce niente.

Un cortile non conserva niente. Le finestre della scuola elementare sono le stesse, il muretto regge ancora, il cancello cigola dove cigolava, e chi torna nei luoghi dell’infanzia esce comunque dalla visita a mani vuote. Il posto è rimasto identico, e questo è esattamente il problema: la cosa che si andava a riprendere non stava lì.

Quello che chiamiamo memoria di un luogo è memoria di un corpo dentro quel luogo: l’altezza da cui si guardava il tavolo, la temperatura di certe sere, l’odore della cantina. È partita insieme a noi, e per strada ha continuato a cambiare. La delusione arriva puntuale, e viene quasi sempre addebitata al paese che nel frattempo sarebbe peggiorato.

I luoghi dell’infanzia si ricordano con il naso e con la pelle

Vista e udito arrivano alla memoria per via indiretta: passano prima dal talamo, che smista, e solo dopo raggiungono l’ippocampo e l’amigdala. L’olfatto è l’unico senso che salta quel passaggio e arriva diretto. È per questo che un odore riapre cose che nessuna fotografia riapre, e che i ricordi innescati così tendono a essere più antichi e più carichi degli altri.

Quello che sappiamo di un cortile sta in canali che una visita non riattiva quasi mai: si arriva e si guarda, e la vista quelle cose non le ha mai registrate. Restano fuori la scala del mondo misurata da un metro e venti, il portone spinto con la spalla perché le braccia non bastavano, il modo in cui rimbombava la tromba delle scale.

Il corpo che torna usa un’altra unità di misura e trova tutto sbagliato. Le stanze si sono ristrette, i muretti si sono abbassati, la strada per la scuola dura tre minuti. Non è il paese ad aver perso qualcosa: è l’unico strumento con cui l’avevamo registrato ad aver cambiato taratura.

La memoria dei luoghi si riscrive ogni volta che la si apre

Il paragone che si fa tornando è truccato in partenza, perché uno dei due termini non esiste più da nessuna parte. Ricordare non è riaprire una registrazione, è ricostruire, e la ricostruzione lavora con i materiali disponibili adesso.

Il cortile a cui pensiamo è già passato per un numero imprecisato di riscritture. Ogni volta che l’abbiamo raccontato a qualcuno, che ne abbiamo parlato con un fratello che se lo ricordava diverso, che ci siamo tornati sopra in un anno storto, quella versione è stata riaperta e richiusa un po’ cambiata. Quello che si porta al confronto non è l’originale: è l’ultimo salvataggio.

«Non è più come una volta» dice allora una cosa vera in un modo sbagliato. La volta con cui si fa il paragone è un montaggio, tenuto insieme da quello che serviva ricordare, e regge finché non lo si mette accanto a un muro vero.

Vale anche al contrario, e spiega perché cambiare città funziona così poco: un nuovo inizio sposta il racconto, non il conto, e chi riparte presuppone che il passato stia in un posto e si possa lasciare lì.

Non si torna per ricordare, si torna per essere ricordati

Il ritorno viene raccontato quasi sempre come una verifica: si andrebbe a misurare quanta strada si è fatta. È una descrizione generosa e sbagliata. Nessuno fa due ore di macchina per confermare un dato che conosce già.

Si torna per vedere se il posto se n’è accorto. Se la signora del piano di sotto tira fuori il nome giusto, se il bar ha ancora la macchinetta dov’era, se qualcosa là dentro dà segno di aver sentito la mancanza. È una domanda che nessuno formula, perché formulata suona ridicola, e infatti la delusione che segue viene attribuita al paese cambiato invece che alla domanda.

L’obiezione regge in parte: c’è chi torna per i genitori, per un funerale, per abitudine, e non sta chiedendo niente a nessuno. Ma sono i ritorni che non deludono, e non è un caso. Deludono quelli fatti apposta, quelli in cui si prende la macchina un pomeriggio d’agosto e si va a fare un giro senza dirlo a nessuno.

Un posto non ha memoria. Chi ci è rimasto sì, ed è la sola cosa che possa restituire qualcosa — con il difetto che va salutata, che fa domande, e che nel frattempo è invecchiata anche lei.

Quello che resta va portato, non visitato

Se il posto non restituisce niente, la domanda cambia forma: non cosa andare a riprendere, ma cosa farsene di quello che si ha già. E quello che si ha è materiale grezzo, non un archivio da consultare.

Il ritorno all’origine come rinnovamento simbolico è una storia antica quanto i miti che la raccontano, e il blog ci ha dedicato un pezzo intero: l’età dell’oro non è mai esistita, eppure continuiamo a cercarla. Qui basta dire che il rinnovamento non arriva dal posto.

Chi ha traslocato per lavoro, chi è emigrato, chi ha perso la casa d’infanzia perché è stata venduta o abbattuta non ha meno passato di chi può ancora parcheggiare davanti a quella dove è cresciuto. Ha solo meno occasioni di illudersi che stia là.

La misura di un’infanzia non è quanto ci si torna: è quante cose si sanno fare che vengono da lì e non si è più capaci di ricondurre a nessun luogo preciso.

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