Ci sono due modi di spiegare perché oggi è difficile stare insieme, e sembrano opposti. Il primo dice che siamo diventati superficiali, distratti, incapaci di reggere il peso di qualcuno. Il secondo dice che è il contesto: la precarietà, la reversibilità, il confronto permanente. Sulle relazioni contemporanee ha vinto quasi ovunque il secondo, e si capisce perché: non accusa nessuno dei presenti.
Le due diagnosi però arrivano allo stesso punto: spostano la causa dove nessuno può controllarla, nel carattere di tutti o nello spirito del tempo.
Nel 2017 Eli Finkel, psicologo a Northwestern, ha pubblicato un libro che non fa né l’una né l’altra cosa: The All-or-Nothing Marriage. Il titolo annuncia già che l’esito non è uno solo: o si ottiene moltissimo, o quasi niente. Quello che decide da che parte si finisce non è il sentimento.
Le relazioni contemporanee cominciano quando si può uscire di casa
Prima di essere una faccenda di sentimenti, stare insieme è una faccenda di indirizzi. Contratti di lavoro che scadono prima di un contratto d’affitto, città cambiate senza radicarsi, stanze prese in tre per dividere le spese. Anche la paura del coinvolgimento nasce dentro vite organizzate così, e non soltanto dentro il carattere di chi le vive.
Due demografe, Silvia Meggiolaro e Fausta Ongaro, hanno confrontato le generazioni sui dati ISTAT di Famiglie e soggetti sociali. A trent’anni, il 39% degli uomini nati fra il 1965 e il 1979 aveva già lasciato la famiglia d’origine per andare a vivere con qualcuno; fra i Millennials la stessa quota scende al 30%, e per le donne dal 65% al 57%. Il lavoro a termine pesa esattamente lì: sulle uscite per unione, molto meno sulle altre.
Il dato ha una seconda faccia, e smonta il luogo comune. La precarietà non trattiene i figli in casa: li spinge fuori prima, per lavoro, per studio, per conto loro. Quello che rende improbabile è uscirne insieme a qualcuno. È una cosa che avviene molto prima del punto in cui di solito guardiamo, cioè il segnale su cui si sceglie all’inizio.
Quello che chiediamo alla coppia lo chiedevamo a un quartiere
Finkel ricostruisce tre epoche. Dal Seicento alla metà dell’Ottocento il matrimonio americano serviva a mangiare, ad avere un tetto e a non essere aggrediti. Dal 1850 al 1965 si è spostato sull’amore e sulla compagnia. Da allora si occupa di scoperta di sé, autostima e crescita personale.
La sua precisazione conta più della sequenza: non chiediamo di più alla persona con cui viviamo. Chiediamo più in alto. Finkel usa l’immagine di una montagna, con i bisogni elementari alla base e l’autorealizzazione in cima, e osserva che l’aria in quota è più rarefatta.
Conferma, consiglio, conversazione, senso di appartenenza, qualcuno che si accorgesse di un cambiamento d’umore: erano compiti sparsi fra parenti, vicini, colleghi, una parrocchia, un bar. Oggi arrivano quasi tutti allo stesso indirizzo, insieme all’attrazione, alla convivenza economica e a una compatibilità quasi totale.
Di solito la tesi si cita a metà. Finkel non sta scrivendo un necrologio: sostiene che le aspettative alte funzionano, a patto di poterle soddisfare. I matrimoni migliori di oggi sono i migliori mai esistiti; il matrimonio medio invece è più fragile di un tempo. Non è un declino, è una forbice, e a decidere su quale braccio si finisce è la quantità di tempo e di attenzione che due persone riescono a versarci dentro.
Il contesto è la spiegazione che non riusciamo a tenere
Attribuire tutto alle condizioni ha un difetto evidente: assolve chiunque. Se il problema è il mercato del lavoro, allora nessuno ha trattato male nessuno, nessuno si è tirato indietro quando serviva, e chi è sparito senza dire niente ha subito l’epoca come tutti gli altri.
Un inverno lavoravo in un rifugio, dove si vive gomito a gomito con i colleghi anche quando il turno è finito. Mi capitava spesso di svegliarmi di notte per la stessa scena: uno di loro litigava al telefono con la sua ragazza e intanto spaccava legna con il macete. La legna non c’entrava.
L’inverno dopo lei è salita con lui, part time in sala e part time al suo vero lavoro, che si poteva fare da remoto. Non li abbiamo visti litigare una volta.
La parte che mi riguarda è quello che pensavamo noi. Ci chiedevamo se fosse davvero la stessa ragazza dell’anno prima. Avevamo la variabile che dormiva a tre metri da noi e la vedevamo in sala ogni giorno, e abbiamo comunque spiegato la differenza con una differenza di carattere.
Il contesto non è la spiegazione consolatoria: è quella che non si riesce a tenere nemmeno guardandola in faccia. E la cosa che aveva risolto quella storia era un lavoro che si poteva portare in montagna.
Quello che non si riesce a sapere
Dall’interno la differenza non si vede. Nessuno, mentre una storia si sta rompendo, sta pensando al contratto d’affitto o all’ora di macchina che lo separa dall’altra persona: sta pensando che quella persona è diventata insopportabile, oppure che il difetto è suo.
La spiegazione del carattere vince perché è l’unica disponibile in tempo reale, e perché le persone che potrebbero contraddirla sono meno di prima. Così la faccenda si chiude sempre allo stesso modo. Chi ha le condizioni scopre com’era davvero la sua storia; chi non le ha scopre soltanto di non esserci riuscito, e archivia il risultato sotto il proprio nome.
L’amore non è sparito. È che verificarlo costa, e il conto non arriva a tutti uguale.

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