Stefano Menegaldo

Mi chiamo Stefano Menegaldo. Scrivo romanzi e saggi, e questo blog.

Come ci sono arrivato

Sono cresciuto in una casa dove si parlava poco e si lavorava molto. Forse è lì che ho imparato ad ascoltare prima di capire.

Ho lasciato le superiori per andare a fare l’operaio, e per un anno mi è sembrato abbastanza. A vent’anni mi sono licenziato per godermi un’estate che è rimasta la più importante che ricordo, e quando è finita mi sono ritrovato in cantiere di giorno e sui banchi di una scuola di recupero la sera. Il diploma è arrivato tardi e per una via storta, ma è arrivato, e con quello mi sono trasferito a Milano a studiare, sicuro che fosse la cosa più seria che avessi mai fatto.

Là ho studiato scienze politiche e cooperazione internazionale, pagandomi gli anni di corso servendo ai tavoli in un locale della movida milanese. Quelle lezioni mi interessavano abbastanza da farmi partire, l’ultimo anno, per Tunisi a studiare arabo. Della laurea ero poi così fiero che me la sono portata a raccogliere frutta nelle farm australiane. Sono rientrato in Italia senza sapere bene perché, e da allora studio per conto mio, mantenendomi come cameriere.

Non ho un percorso da raccontare come una progressione. Ho una serie di spostamenti fra ambienti che non si parlano tra loro: officine, cantieri, aule universitarie, sale da pranzo. Il vantaggio di essere passato da tutti è che nessuno mi sembra normale, e nessuno mi sembra folkloristico. Quello che scrivo viene da lì più che dalle letture.

Di cosa mi occupo

Scrivo narrativa e saggistica, e le tengo insieme perché mi interessa la stessa cosa: come quello che succede dentro una persona abbia a che fare con le strutture in cui è cresciuta.

Il romanzo che ho pubblicato, Nove estati di solitudine, sta dalla parte del vissuto. C’è un ragazzino, Luca, che ogni estate lascia Milano per la campagna veneta — una nonna inflessibile, una zia che prova a capirlo, pomeriggi lunghi in un posto dove il tempo passa in un altro modo. Alla nona estate qualcosa si incrina, e il libro sta lì: nel punto in cui si smette di essere bambini e si comincia a chiedersi chi si è quando nessuno guarda.

Il saggio a cui lavoro, Anatomia dei mutamenti sociali, sta dall’altra parte. Mette insieme psicologia, antropologia e sociologia per capire come si formano — e come si disfano — le identità, i legami e i ruoli che a ogni epoca sembrano naturali. Parte da una domanda: come siamo arrivati alle forme di vita che diamo per scontate.

La ricerca è indipendente, il che vuol dire senza istituzione alle spalle e senza nessuno che la finanzi. Ha due conseguenze: nessuno mi dice cosa posso concludere, e nessuno controlla quello che pubblico qui prima che esca. La prima è il motivo per cui questo lavoro esiste. La seconda è il motivo per cui verifico tutto due volte.

A che punto sono

Nove estati di solitudine è uscito in autopubblicazione, che era l’unico modo per farlo esistere senza aspettare il permesso di qualcuno.

Gli altri due non hanno ancora un editore. Anatomia dei mutamenti sociali è il saggio; Segui i tuoi geni è un romanzo su un ragazzo convinto che Atlantide non sia mai esistita da nessuna parte se non nella testa di chi la immagina, e che ci va davvero, con l’ipnosi, per andare a vedere. La seconda metà sta tutta in quel viaggio, ed è la parte in cui mi sono spinto più lontano: scrivere una mente dall’interno senza avere una mappa di come si fa.

Ognuno ha una scheda nei Progetti, insieme a cosa cerco in un editore.

Gli articoli sono negli Scritti — divisi in quattro percorsi, si entra da quello che interessa. Nel Manifesto ci sono le regole che mi do quando scrivo e la spiegazione del nome di questo sito.