Quando descriviamo un amore ci esce quasi sempre una graduatoria. In alto sta chi ama senza chiedere niente in cambio, in basso chi ha bisogno di essere rassicurato, e il gradino più alto ha un nome preciso: amore adulto.
Sembra la fotografia di un modo di stare insieme, e invece è una classifica. Ne esiste anche una versione d’autore. In una delle conversazioni raccolte da Jay Haley in Conversations with Milton H. Erickson, alla domanda su che cosa sia un buon matrimonio Erickson risponde elencando quattro tipi d’amore in ordine: quello infantile, «amo me»; poi «amo il me in te — ti amo perché sei mio fratello, mia madre, mio padre»; poi l’adolescenziale, che ama il ballo, la bellezza e l’intelligenza di chi ha davanti; e in cima lo stadio adulto.
È passato mezzo secolo abbondante e la scala è rimasta dov’era. La usiamo per stabilire quale dei due, dentro una coppia, sta sbagliando.
L’amore adulto descrive sempre lo stesso dei due
Nessuno applica quel metro a se stesso. Serve a guardare qualcun altro, e dentro una coppia non tocca mai a entrambi insieme: ne nomina uno. È sempre quello che chiede — conferme, presenza, una risposta al messaggio, la garanzia di non essere lasciato.
Su Psychology Today, Leon Seltzer dedica un articolo intero a questa figura: chi non riesce a rassicurarsi da sé chiede all’altro di farlo al posto suo, e continua a chiedere perché quello che riceve non gli resta dentro, una tazza col fondo bucato per quanta acqua ci si versi.
La descrizione è precisa, e non è nemmeno sbagliata. Manca però metà della scena: in tutto il pezzo chi la richiesta la riceve compare solo come qualcuno che si stanca, perde la pazienza e a un certo punto si tira indietro. Non gli viene attribuito niente, la sua stanchezza è la conseguenza sana dell’avere accanto una persona così. Il difetto sta da una parte sola, e da quella parte ha un nome.
Chi chiede meno non ha imparato niente di più
Fra due persone il bisogno non è mai distribuito in parti uguali, e le ragioni con la maturità c’entrano poco: uno dei due ha la giornata piena, gli amici a portata di mano, una storia che in quel periodo gli interessa un po’ meno. Chiede meno perché gli serve meno. La scala lo mette in cima.
Da lì in poi il vantaggio si legge come carattere. Chi sta nella posizione comoda non deve dimostrare niente, gli basta non domandare, e la parola buona gli arriva addosso da sola, mentre all’altro tocca giustificare ogni richiesta come se fosse un sintomo. Diamo il merito a chi non produce attrito, come quando chiamiamo sicurezza emotiva il non essere mai scossi.
E la parola non ha l’aria di un’opinione, ha l’aria di un referto. Chi la usa non dice che una cosa gli va stretta: dice che l’altro è indietro di uno stadio, il che è un’affermazione sullo sviluppo di una persona, non sul rapporto. È lo stesso salto che facciamo quando una diagnosi ce la rilasciamo da soli.
Con una parola così non si risponde più di niente
Esistono richieste che sfiancano davvero: quella per cui nessuna risposta basta mai, quella che ogni sera ricomincia dal punto in cui era finita la sera prima. Chi la riceve non se l’è cercata, e a un certo punto tirarsi indietro è l’unica cosa che gli è rimasta. Seltzer quei casi li ha visti da vicino, e il logoramento che descrive non se l’è inventato.
L’ho scritto io, e mentre lo scrivevo mi sembrava un articolo sull’amore. Nella versione di questa pagina rimasta online da aprile ci sono ventisette capoversi, e chi la richiesta la riceve non compare mai se non come qualcuno che a un certo punto non regge.
Il comodo di una parola così è che sposta la domanda. Finché il punto è quanto uno chiede, quanto l’altro dà non viene chiesto a nessuno: la risposta è già dentro la parola, ed è abbastanza.
The School of Life lo dice del lessico terapeutico in generale: con quel vocabolario abbiamo imparato a riconoscere ed espellere chi non è sano, e intanto a credere che la salute sia molto più diffusa di quanto sia. Chiunque abbia una storia ce l’ha con una persona a cui si può attaccare qualche red flag. Il gradino più alto non è un traguardo, è il posto da cui non si risponde.
Quello che si può contare riguarda tutti e due
In questa materia è stato misurato poco, e il dato che circola viene da un laboratorio. Negli anni Settanta John Gottman e Robert Levenson hanno chiesto a delle coppie di risolvere un litigio in un quarto d’ora davanti a una telecamera, e sono tornati a cercarle nove anni dopo: da quei quindici minuti avevano previsto con oltre il novanta per cento di precisione chi sarebbe rimasto insieme. A separarle non era l’assenza di conflitto, ma il rapporto fra le cose buone e quelle brutte al suo interno: cinque a uno.
È un numero che alla scala non serve, perché non si può assegnare a uno solo. Non esiste quello che ha cinque a uno e quello che ha uno a uno: è la misura di uno scambio, come il punteggio di una partita, e sta a entrambi. Con quel numero davanti, la domanda su chi dei due sia adulto non si riesce nemmeno a porre.

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