Due profili umani vicinissimi, separati da una linea centrale che esprime l’idea di fusione emotiva nelle relazioni. Due profili umani vicinissimi, separati da una linea centrale che esprime l’idea di fusione emotiva nelle relazioni.

Mettere confini non cambia il punto da cui si parte

Sentire meno, tenere il perimetro: il rimedio è sempre lo stesso. Ma di due persone nella stessa storia, a impararlo viene mandata sempre una sola.

I manuali che insegnano a mettere confini in amore hanno preso il vocabolario da una teoria che dice il contrario di quello che consigliano. Nel lessico di Murray Bowen la fusione emotiva non è un errore commesso in una sera storta: è il fondo di una scala che si chiama differenziazione del sé, e le persone ci si distribuiscono sopra come su qualunque altra misura.

Quello che circola nei manuali è la parola senza la scala, e con la parola un consiglio: sentire meno, rimettere il confine. Arriva a qualcuno che su quella scala sta già da prima di aver conosciuto la persona con cui adesso litiga.

La fusione emotiva misura chi la prova, non chi le sta accanto

Mark Davis ha costruito un questionario sull’empatia con tre scale separate invece di una, e nel 1983 ha pubblicato le prove che non misurano la stessa cosa. La prima registra quanto si riesce a vedere le cose dal punto di vista di un altro, la seconda quanto ci si preoccupa per lui. La terza registra quanto l’attivazione emotiva dell’altro accende la propria, e si chiama disagio personale: il nome dice dove sta il soggetto della misura.

Chi sta in alto nella prima capisce benissimo un’altra persona senza entrare nelle sue emozioni.

Sentire tutto non è quindi la versione generosa della stessa qualità. È la terza scala, e sale anche quando le altre due restano ferme. La rassegna che ne fa Psychology Today arriva al punto: ci sono persone così esposte agli stati emotivi altrui da restarne sopraffatte, ed è da lì che la scala prende il nome.

Contro tutto questo si cita sempre lo stesso autore. Paul Bloom ha scritto un libro intitolato Contro l’empatia, e in una intervista al CICAP aggiunge una condizione che chi lo cita salta: dallo sport al sesso all’amore, provare quello che prova l’altro gli sembra una delle cose migliori che esistano. Il suo bersaglio sono le decisioni morali. Sulle coppie non firma niente.

Firma invece una cosa che ha la stessa forma della misura di Davis: chi ottiene punteggi alti in compassione fa più bene di chi li ottiene alti in empatia.

La differenziazione del sé non si tratta con chi si ha accanto

Bowen mette in alto sulla scala chi resta in contatto con una persona che sta male senza né adattarsi né mettersi di traverso; in basso chi, sotto pressione, o si aggiusta su chi ha davanti o pretende che sia l’altro ad aggiustarsi.

Sulla provenienza la teoria è netta. I mattoni di base sono innati, ma quanto «sé» una persona sviluppa lo decidono soprattutto i rapporti dentro la famiglia in cui è cresciuta, fra l’infanzia e l’adolescenza. Una volta stabilito, scrive il centro che porta il suo nome, quel livello si sposta di rado, e solo se qualcuno mette in piedi un lavoro lungo e strutturato per spostarlo.

Questa parte è stata messa alla prova e non ha retto. Nel 2000 Maria Teresa Tuason e Myrna Friedlander hanno misurato la differenziazione in un campione filippino, genitori e figli adulti insieme. Il costrutto ha tenuto: chi stava più in alto aveva meno sintomi e meno ansia. L’ipotesi che il livello dei genitori predicesse quello dei figli no, e gli autori scrivono che il risultato mette in dubbio la parte della teoria che riguarda la trasmissione.

Il livello si misura, e conta. Da dove venga è molto meno stabilito di quanto suoni. Per quello che i manuali promettono la differenza non c’è: da qualunque parte arrivi, non è una cosa che si sposta parlandone con chi si ha accanto.

Chi consiglia di mettere confini sta parlando a qualcuno che quella posizione non se l’è scelta.

Sono arrivato dopo diverse figlie, ed ero il maschio atteso. Quella parte non l’ho decisa e non me la sono guadagnata: stava lì prima che potessi combinare qualcosa.

A casa mia tutto si è sempre diviso in parti uguali, e le preferenze i miei genitori hanno cercato di non farle. L’attesa però non si divide. Precede la persona, arriva prima che ci sia qualcuno capace di riceverla o di rifiutarla, e non lascia ricevuta. Non l’ho chiesta, non so misurarla e non ho modo di restituirla.

Il confine e la dipendenza emotiva stanno sulla stessa scala

In basso Bowen non mette una figura sola. C’è chi si aggiusta su chi ha davanti per non deluderlo, e c’è chi pretende che siano gli altri ad aggiustarsi su di lui. Il centro che porta il suo nome li affianca senza sfumature: il prepotente dipende dall’approvazione altrui quanto il camaleonte, e il disaccordo minaccia l’uno quanto l’altro. Nella stessa zona finisce chi si oppone per abitudine e chiama questo essere sé stesso.

La dipendenza emotiva ha quindi un gemello che nessuno segnala. Chi tiene il confine piantato e la storia degli altri fuori dalla porta non sta un gradino più su: sta allo stesso punto, gestito dal lato opposto.

Che i confini sani servano resta vero, e il consiglio funziona per chi paga ogni volta che prova a darsi un limite. Il guaio è che di quei due solo uno viene mandato a impararlo. L’altro si prende un complimento, e in una coppia è chi chiede meno a decidere quale dei due sia il problema.

Questa pagina, nella versione rimasta online fino a oggi, stava dalla parte del complimento. Spiegava come restare interi accanto a qualcuno che sta male, col tono di chi descrive una procedura.

L’ha scritta uno che quella procedura non l’ha mai dovuta eseguire. Restare intero non mi è costato niente, e per anni ho preso quel risparmio per una competenza.

Il lavoro non si fa in due

Se il livello non si sposta con una conversazione, la conversazione che le coppie fanno su questo argomento si tiene nel posto sbagliato: alle undici di sera, su quello che uno dei due ha fatto o non ha fatto, con l’altro che ascolta.

Il consiglio onesto sarebbe molto più piccolo di quello che si vende. Mettere un confine può abbassare il costo di una serata. Non muove il punto in cui uno si trova, e chi lo compra come se lo muovesse dopo un po’ paga due volte: per la fatica di prima, e per essere anche quello che non ci è riuscito.

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