Illustrazione line art in bianco e nero di un uomo fermo davanti a una grande porta aperta, simbolo di ammettere i propri errori Illustrazione line art in bianco e nero di un uomo fermo davanti a una grande porta aperta, simbolo di ammettere i propri errori

Ammettere i propri errori significa cedere una decisione

Una scusa non è un atto di onestà privata. È un trasferimento: da quel momento decide l’altro, e non tutti possono permetterselo.

Di solito raccontiamo l’ammissione di un errore come una faccenda privata: il coraggio di guardarsi dentro, l’umiltà di riconoscere un limite, la forza di dirlo ad alta voce. Ammettere i propri errori è invece un gesto che riguarda soprattutto l’altra persona. Chi dice «ho sbagliato» non chiude niente: consegna. Da quel momento è chi ascolta a stabilire quanto è grave, se quelle parole bastano, quanto a lungo la questione resta aperta. Può accettare, può rifiutare, può non rispondere per tre settimane.

Detto così, il difficile arriva dopo. Si dice la frase, e poi si sta fermi mentre qualcun altro decide cosa farne. Quel tempo non dura uguale per tutti. E c’è una terza possibilità, quella in cui passiamo quasi tutto il tempo, che non è ammettere e non è nemmeno rifiutare.

Chi decide quando è finita

Nella ricerca sulle scuse la trasgressione viene descritta come un trasferimento. Chi fa del male si prende qualcosa che apparteneva all’altro: l’autonomia, il diritto di aspettarsi certe cose. Una scusa serve a restituirla, e non lo fa con le parole. Lo fa consegnando una decisione: chi la riceve può accettarla o respingerla, può perdonare o tenersi il perdono. Anche respingerla è una forma di potere, perché lascia l’altro in attesa.

Se il meccanismo è questo, si capisce anche cosa guadagna chi non si scusa. Okimoto, Wenzel e Hedrick lo hanno misurato in due studi. Nel primo, 228 adulti hanno raccontato un episodio in cui avevano fatto del male a qualcuno: alcuni ricordavano di essersi scusati, altri di essersi rifiutati, altri di non aver fatto niente. Nel secondo, 219 persone sono state assegnate a caso a scrivere una mail in cui si scusavano oppure dichiaravano che non lo avrebbero fatto. In entrambi gli studi chi aveva rifiutato riportava più senso di controllo, più coerenza con i propri valori e più autostima di chi non aveva fatto niente.

Rifiutare, insomma, rende. Non è un cedimento del carattere né un difetto di educazione: è una mossa che restituisce qualcosa a chi la fa, e lo restituisce subito. Chi tiene il punto dopo aver sbagliato non sta soltanto evitando una figuraccia. Sta trattenendo la decisione su quando la cosa è finita, e quella decisione vale.

Gli studi hanno due limiti che conviene dire, e bastano a indicare una direzione, non a dire di quanto. Nel primo erano i partecipanti a scegliere l’episodio da raccontare, e nessuno sceglie volentieri la volta in cui aveva torto marcio. Nel secondo la mail non veniva spedita a nessuno. In tutti e due i casi le misure sono state prese subito dopo, quindi descrivono l’ora successiva e non il mese successivo.

Scusarsi e rifiutare non sono le uniche due caselle

Nello stesso studio, però, c’è un risultato che rovina la simmetria. Anche chi si era scusato riportava più senso di controllo e più coerenza con i propri valori di chi non aveva fatto niente. Le due mosse che sembrano opposte producono lo stesso effetto, e gli autori lo dicono chiaramente: le scuse e i rifiuti non sono l’una il contrario dell’altro. Sono due modi di dichiararsi.

Quella che non produce niente è la terza. Non scusarsi, ma nemmeno rifiutare. Lasciare la cosa lì, aspettare che si sistemi da sola, comportarsi normalmente e vedere se l’altro ne riparla. È la condizione con cui negli studi vengono confrontate le altre due, e nella vita è quella in cui sta quasi tutto: pochissime volte diciamo «non ho intenzione di scusarmi», quasi sempre cambiamo argomento.

Questo sposta il problema. Non è che manchi l’umiltà: è che nella maggior parte dei casi non viene presa nessuna decisione, e chi ha subito resta senza niente da accettare o rifiutare. L’altro non gli ha chiuso la porta in faccia, il che è precisamente quello che lo lascia fermo. Una porta chiusa in faccia si può almeno commentare.

Sono due gesti diversi anche in questo. Una richiesta ha un destinatario che può dire di no, e finisce quando viene soddisfatta; una dichiarazione non ha né l’uno né l’altra. Chi si scusa chiede qualcosa e si espone a non ottenerlo. Chi lascia correre non ha chiesto niente, quindi non può essere rifiutato, e la faccenda resta aperta per un tempo che decide lui.

Il potere non è un’attenuante

Fin qui abbiamo parlato di persone qualsiasi. Ma la posizione in cui uno si trova quando sbaglia cambia le cose, e non nel modo in cui di solito si dice.

Guilfoyle e i suoi colleghi hanno pubblicato nel 2022 quattro studi sul rapporto tra il potere e le scuse. Nell’esperimento centrale, preregistrato, i partecipanti dovevano prima ricordare una situazione in cui avevano avuto potere su qualcuno — oppure, nell’altro gruppo, una in cui qualcuno l’aveva avuto su di loro — e poi immaginarsi dentro la stessa identica scena: una festa, l’alcol, il tradimento del proprio partner, il ritorno a casa in due. 

Chi era stato messo nella posizione di forza si diceva meno intenzionato a scusarsi e più intenzionato a giustificarsi, a ridimensionare l’accaduto, a scaricare la colpa. Negli altri tre studi il meccanismo è lo stesso, e passa da una cosa sola: chi si sente potente guarda a sé e alle proprie ragioni, chi non lo è guarda all’altro.

L’obiezione va detta per intera, perché è seria. Sono scenari immaginati e non tradimenti veri, i campioni sono per lo più studenti, gli effetti sono medi. E chi sta in alto ha davvero di più da perdere: una scusa detta da chi comanda diventa un documento, la si può ricordare, citare, usare contro di lui più tardi. Uno che tace in quella posizione può stare calcolando bene.

Poi però c’è il quarto studio, e sposta la questione altrove. Lì gli autori hanno manipolato anche il punto di vista: metà dei partecipanti ha raccontato la propria trasgressione dalla propria prospettiva, metà da quella della persona che aveva ferito. Chi aveva potere e si è trovato a guardare dalla parte dell’altro è risultato il più intenzionato a scusarsi di tutto il campione, davanti anche a chi il potere non ce l’aveva.

Se cambiare il punto da cui si guarda basta a rovesciare il risultato, allora la posizione non impedisce di ammettere. Fornisce la migliore delle ragioni per rimandarlo. Chi comanda non si scusa di meno perché ha più da perdere: si scusa di meno perché è l’unico a cui nessuno impone di guardare, e l’esenzione non è l’assenza di una regola. Non è il potere a togliere la capacità di riconoscere un torto. È che al potere quella capacità non viene mai richiesta, e chi la esercita lo fa perché ha deciso di farlo.

L’arbitro non chiede al giocatore se gli sembrasse necessario

Il punto, allora, non è quanto uno sia sincero quando ammette. È che sulla gravità di quello che ha fatto non decide lui.

Nel football americano c’è un fallo che si chiama durezza non necessaria. Immaginate un arbitro che, invece di alzare il fazzoletto, si avvicina a chi ha colpito e gli chiede se secondo lui ce n’era bisogno. Non succede, e nessuno lo propone: sarebbe la cosa più stupida del mondo affidare la valutazione all’unica persona in campo che ha un interesse nella risposta. Lo fischia un arbitro, in base a un elenco compilato prima della partita, e al giocatore che ha colpito non viene chiesto se gli fosse sembrato necessario.

Fuori dal campo è quello che facciamo sempre. La domanda che gira nei rapporti — ma davvero è così grave? — se la pone da solo chi ha fatto la cosa, e da solo si dà la risposta. Chi ha alzato la voce stabilisce se era una discussione o una scenata, chi ha detto la frase decide se era una battuta.

Chi ha sbagliato può descrivere cosa è successo, può dire cosa credeva di fare, può perfino avere ragione su entrambe le cose. Quello che non può fare è dichiarare la misura del danno, perché è l’unica persona al mondo che non è in condizione di vederla. Non per malafede: per posizione.

Ammettere, allora, non è concedere qualcosa dall’alto della propria onestà. È riconoscere che su questa faccenda l’ultima parola non spetta a noi, e restare lì senza sapere quando finirà. Quello che manca è un criterio deciso prima, che valga anche per chi lo ha proposto. Un arbitro, invece, in qualche forma c’è quasi sempre: l’altro, gli amici comuni, chi si trovava nella stanza.

Ammettere i propri errori per chiudere la questione

Esiste una versione del gesto che assomiglia a tutto questo e non lo è. È la scusa detta per archiviare: si dice la frase, si chiede se adesso va bene, si passa oltre. Chi la offre ha ammesso e insieme ha stabilito quando la faccenda è finita, cioè si è tenuto esattamente la cosa che ammettere dovrebbe cedere. Non ha dato una decisione, ha compiuto un adempimento, ed è il motivo per cui certe scuse impeccabili lasciano l’altro più irritato di prima.

Ingall, che di scuse pubbliche si occupa da più di dieci anni, lo dice nel modo più corto possibile: la scusa non riguarda chi la fa, riguarda chi la riceve. Il criterio, allora, non è quanto suona sincera, ma se chi la riceve può non accettarla, e per quanto tempo, senza che questo diventi un problema suo.

Vale anche al contrario. Una domanda si riconosce da come si fa a smettere di risponderle, e una scusa da come si fa a smettere di aspettarla. Se non esiste una risposta che la chiuda, non era una richiesta. Se non esiste un rifiuto possibile, non era un’ammissione.

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