Stavo bene, tra gli sfigati.
Lo dico perché nei racconti sul sentirsi esclusi da adolescenti quella parte manca quasi sempre. C’è il dolore, e il dolore c’era. Manca il resto delle ore, che erano la maggior parte: le passavo con quelli come me, e lì dentro si stava larghi. Nessuno teneva il conto degli inviti, nessuno misurava chi parlava con chi.
La classifica la conoscevo bene. Bastavano pochi secondi in un corridoio per capire chi poteva permettersi quale battuta con chi, chi veniva ascoltato e chi veniva scavalcato. Sapevo anche in che punto stavo io, e ci ho messo poco ad accettarlo.
Quello che non sapevo è che quel punto non parlava di me. Lo prendevo per un verdetto — mi hanno pesato, questo è il risultato, evidentemente valgo quello — ed è la lettura che quasi tutti si portano dietro anche da adulti. Non era un verdetto. Era un posto, assegnato da un meccanismo che per funzionare non aveva bisogno di sapere chi fossi.
Sentirsi esclusi costa meno che stare a metà classifica
Il posto che tocca a ciascuno ha un prezzo, e il prezzo cambia a seconda di dove cade. Il più alto non lo paga chi sta in fondo.
Faris e Felmlee hanno seguito nel tempo le reti di amicizia e di ostilità dentro un gruppo di scuole americane, chiedendo a ogni studente chi prendeva in giro e da chi veniva preso di mira. Quello che trovano rovescia l’idea che l’aggressività sia il gesto di chi è disadattato o sta ai margini: cresce insieme allo status e si ferma solo in vetta, quando non c’è più niente da conquistare. I due gruppi meno aggressivi finiscono per essere quelli agli estremi opposti, chi sta proprio sotto e chi sta proprio sopra.
Sull’essere bersaglio la curva è la stessa. La probabilità di venire presi di mira sale man mano che si guadagna centralità, fino a un punto molto vicino alla cima, e lì precipita: chi sta al novantanovesimo percentile viene attaccato circa un quarto delle volte rispetto a chi sta al novantaquattresimo, cinque punti più in basso.
Questi numeri vengono tutti dalla stessa indagine: alcune migliaia di studenti in tre contee rurali della North Carolina, un panel longitudinale che quel gruppo di ricerca ha interrogato più volte con domande diverse. Non sono tre conferme indipendenti. Sono tre domande fatte allo stesso archivio, e chi le legge deve saperlo.
Con quel limite dichiarato, la cosa che dicono regge: la guerra è in mezzo. Chi sta in fondo è tranquillo perché non minaccia nessuno e non ha niente da difendere, e una quiete simile ce l’ha chi è già arrivato. La calma che ricordo veniva con il posto.
Sono entrato perché avevo la macchina
In quarta ero uno dei pochi a scuola ad avere la macchina. Mi piaceva la musica tecno, cosa che allora significava sapere dove si andava il sabato. Un mio compagno, uno di quelli dentro, aveva bisogno esattamente di questo: qualcuno che guidasse e che la sera non fosse un peso morto. Da lì sono entrato nella loro cerchia.
Non era successo niente. Non ero diventato più simpatico, non mi ero fatto più bello, non avevo imparato a stare al mondo. Avevo un mezzo, e a loro serviva un mezzo.
La prima conseguenza è consolante: non ero stato tenuto fuori per quello che ero, perché se l’ingresso si apre per un’utilitaria la porta non era chiusa a chiave sulla mia persona. La seconda lo è molto meno. Dentro non mi hanno preso per quello che ero. Il criterio non è cambiato quando ha iniziato a favorirmi: era lo stesso di prima, e aveva trovato in me qualcosa che gli serviva. Succede anche fuori da scuola, e succede soprattutto all’ingresso: l’aspetto conta soprattutto alla porta, quando di una persona non si sa ancora niente e bisogna decidere in fretta.
Qui viene la parte che mi costa scrivere. Ho capito che quella classifica era arbitraria nel momento preciso in cui ha smesso di penalizzarmi. Non prima. Da fuori mi sembrava solidissima, e le ore passate con quelli come me non me l’avevano fatta vedere per quello che era: mi avevano solo tenuto al riparo. La lucidità di cui vado fiero da vent’anni non me l’ha data l’esclusione — me l’ha data l’ammissione, ed è arrivata insieme alle chiavi di una macchina.
Chi resta fuori non impara niente di speciale. Resta fuori.
Chi applica il codice non ha bisogno di crederci
Resta la domanda su chi tiene in piedi tutto questo, e la risposta comoda sarebbe: quelli a cui conviene. Lo stesso archivio nordcarolinano dice un’altra cosa.
Faris e Ennett hanno misurato, su circa quattromilacinquecento studenti seguiti a sei mesi di distanza, quanto pesa l’importanza che gli amici danno alla popolarità, tenendo separata quella che le dà il ragazzo stesso. Il risultato è che ogni gradino in più nell’importanza che il gruppo dà alla popolarità alza di circa un terzo la probabilità che un suo membro diventi aggressivo, e lo alza al netto di quanto ci tenga lui. Non serve desiderare di stare in alto per comportarsi come chi lo desidera: basta stare in un gruppo che ci tiene.
Due dettagli rendono la cosa meno astratta. L’influenza più forte non arriva dagli amici che ricambiano l’amicizia, ma dai compagni che uno nomina come amici senza essere nominato in cambio — cioè da chi guardiamo dal basso e non ci guarda. E quell’atteggiamento pesa di più nelle compagnie numerose, dove la norma arriva da più parti e nessuno l’ha decisa.
Il ragazzo che mi liquidava in tre secondi, quindi, non aveva un’opinione su di me. Aveva un gruppo, e il gruppo aveva un criterio. Questo non lo assolve, perché il conto lo pagava comunque qualcun altro, ma sposta la faccenda dal carattere delle persone al funzionamento della classifica in cui stavamo tutti, me compreso: quando sono entrato ho smesso di guardare quelli rimasti fuori, e non mi ricordo di averlo deciso.
È il motivo per cui la lettura in prima persona sbaglia bersaglio quasi sempre. Sentirsi sbagliati non significa esserlo: significa quasi sempre aver letto come un giudizio su di sé quello che era il funzionamento della stanza.
Quell’amicizia è durata quasi vent’anni
La parte che non torna, in questa storia, è la fine. Quel compagno e io siamo rimasti amici per quasi vent’anni. Non è rimasto un accordo di trasporto: è stata un’amicizia vera, durata ben oltre la scuola, la discoteca e la macchina.
Il che vuol dire che il criterio d’ingresso non dice niente nemmeno su quello che viene dopo. Quel meccanismo distribuisce posti, e su chi li occupa sbaglia in tutti i modi possibili: tiene fuori qualcuno senza motivo, ne fa entrare un altro per una ragione che non lo riguarda, e da un errore del genere può nascere qualcosa di vero.
Per questo di quegli anni non conservo né rancore né orgoglio. L’orgoglio sarebbe il più tentatore dei due: la versione in cui l’esclusione mi ha formato, in cui stare in fondo mi ha insegnato a vedere. È affezione a una posizione, esattamente come quella di chi sta in cima e non vuole scendere — e le posizioni non meritano affezione, perché nessuna delle due parlava di me.

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