Quando diciamo che l’università è in crisi pensiamo ai soldi, agli studenti che calano, alle prospettive che non ci sono. Tutto vero. Ma c’è un’altra crisi, e si vede molto meno. Non è che l’università non riesca più a fare qualcosa. È che una cosa ha imparato a farla benissimo: dimostrare di esistere.
Per essere presa sul serio, oggi la conoscenza deve lasciare tracce. Articoli, citazioni, valutazioni. Studiare a lungo una questione non basta; nemmeno rischiare una lettura, sbagliarla, tornare indietro. Devi produrre qualcosa che si veda e si conti — anche quando quel lavoro avrebbe bisogno di stare fermo per un po’.
Questo meccanismo ha un nome: publish or perish. Non riguarda solo le materie umanistiche, che dalle scienze dure hanno preso la forma e non il correttivo. È un’abitudine più larga: una crisi che assomiglia all’efficienza è molto più difficile da vedere di una che assomiglia al fallimento.
Publish or perish: quando la ricerca diventa produzione
Il publish or perish non ti obbliga soltanto a scrivere. Ti obbliga a restare sempre in vista, in un modo quasi contabile. Un articolo non è più il punto in cui un lavoro prende forma e lo consegni agli altri: è anche un segnale che sei ancora lì, che produci, che il tuo nome continua a girare. In un sistema così, sparire per due o tre anni — magari perché stai lavorando davvero a qualcosa di difficile — diventa un rischio.
Un ricercatore trova una cosa sola, ma vera. Potrebbe scriverne un articolo. Ne scrive tre: uno sul metodo, uno sul risultato parziale, uno sulle implicazioni. Preso da solo nessuno dei tre dice granché, ma sono tre righe nel curriculum invece di una, e tre occasioni di essere citato invece di una. Non ha barato. Ha solo assecondato la stessa logica di produttività che ormai governa il suo mestiere.
Alberto Baccini, che di lavoro studia proprio come si valuta la ricerca, ha usato una parola netta: doping. Insieme a due colleghi ha misurato cosa è successo alle citazioni italiane dopo che l’abilitazione ha fissato le sue soglie, e ha trovato che buona parte dell’impennata era fatta di autocitazioni: studiosi che citano se stessi, riviste che si citano a vicenda per far salire il proprio impact factor. Un sistema costruito sulle soglie insegna a chiunque a tenere d’occhio le soglie.
Non serve nemmeno molta disonestà perché il meccanismo giri. Basta che diventi normale chiedersi, prima ancora se un testo serva, dove potrà uscire e quante volte potrà essere citato. Così anche una ricerca onesta finisce per partire dal proprio destino amministrativo, invece che dalla domanda da cui dovrebbe nascere. Non è questione di purezza: scrivere non rende più puri, ma obbliga a rispondere di ciò che si firma. Il guaio comincia quando quella responsabilità viene mangiata per intero dal dovere di restare produttivi.
Il publish or perish non premia chi ha qualcosa da dire. Premia chi continua a dire.
Peer review, citazioni e sapere misurabile
La peer review, le citazioni, le procedure di valutazione non sono nate per soffocare nessuno. Sono nate per un motivo sano: impedire che il valore di una ricerca dipenda da chi la firma o da quale scuola la protegge. Servono a esporre un lavoro allo sguardo degli altri: la revisione paritaria lo rende contestabile.
E l’alternativa non è indolore. Toglietemi i numeri, dice sempre qualcuno, e tornate ai concorsi decisi in anticipo, alle cordate, al professore che sistema il proprio allievo. È un’obiezione vera, e chi difende le metriche ci si appoggia con ragione: almeno la soglia è uguale per tutti. Uno strumento non resta mai neutro quando diventa la lingua principale con cui una comunità decide chi conta.
Prendi la citazione. Dovrebbe dire una cosa semplice: questo testo è servito a qualcun altro, è entrato nel suo lavoro. Ma dal momento in cui le citazioni si contano e diventano reputazione, la citazione smette di essere solo un debito riconosciuto e diventa una moneta. E come ogni moneta, si può accumulare, scambiare, gonfiare. Non perché chi cita stia mentendo, ma perché sa che quel gesto verrà pesato. Valutare non è mai un atto neutro che fotografa le cose come stanno: valutare cambia chi sa di essere valutato.
Non è un problema solo italiano — la stessa critica ha spinto migliaia di ricercatori a firmare la dichiarazione DORA, che chiede di smettere di usare l’impact factor di una rivista come misura del valore di uno studioso.
Quando il valore passa quasi solo per segni esterni, anche chi lavora onestamente impara a muoversi dentro quelle forme. La domanda non è più soltanto se una ricerca regga, ma se potrà essere riconosciuta con i criteri già disponibili. I numeri rassicurano, perché permettono di confrontare ciò che altrimenti resterebbe difficile da giudicare. Solo che non tutto ciò che rassicura aiuta a pensare.
Burocrazia della conoscenza: pensare senza rischiare
La burocrazia della conoscenza non è fatta solo di moduli, commissioni, piattaforme da compilare. Quella è la buccia, ed è anche la parte più facile da prendere in giro. Il resto viene quando il sapere impara a presentarsi già nella forma in cui verrà accettato. Non aspetta di essere valutato. Si fa valutabile in anticipo.
A quel punto non serve vietare niente. Nessuno deve bloccare un libro o proibire una domanda. Basta che certe domande diventino troppo lente, troppo difficili da collocare, capaci di bruciare anni senza restituire un risultato utilizzabile. Conviene meno farsele, e tanto basta.
Non è un vizio solo dell’università. Succede ogni volta che una forma nata per custodire qualcosa finisce per servire soprattutto a chi la usa. Prendi la memoria. Dovrebbe tenerci in contatto con ciò che è rimasto scomodo, non risolto. Eppure ricordare può diventare un modo per ripulire il passato e sentirsi dalla parte giusta — quando anche la memoria diventa una forma di igiene morale. Il sapere corre lo stesso rischio: non regge più la complessità, la rende presentabile.
Del resto non tutto ciò che educa passa da luoghi dichiaratamente educativi. A volte insegna di più un errore, o un limite che incontri troppo tardi e capisci solo dopo, di un percorso ordinato alla perfezione sulla carta. Una conoscenza troppo amministrata questa roba fatica a riconoscerla: vuole sapere prima dove metterla, come misurarla, a quale criterio farla rispondere. E intanto perde la capacità di lasciarsi cambiare da quello che ancora non sa classificare.
Una crisi che somiglia all’efficienza
Un sistema può sfornare articoli, bandi, valutazioni sempre meglio, e nel frattempo diventare sempre più prudente su ciò che pensa. Continuare a chiedere al sapere di essere utile, verificabile, spendibile, senza accorgersi che certe domande devono restare a lungo inutili prima di diventare feconde.
Il sapere non muore solo quando qualcuno lo mette a tacere. A volte si spegne in modo più ordinato: mentre compila tutto nei tempi giusti, e non chiede più nulla che non sappia già come giustificare.

Gli articoli ti parlano?
Iscriviti alla Newsletter, ogni sabato mattina invio un pensiero che non trovi altrove.
