Il rimprovero corrente a filosofia, sociologia e psicologia è di aver imitato le scienze esatte. Protocolli, indicatori, bibliografie preventive: la crisi delle scienze umane si racconta da vent’anni come una resa alla forma di discipline che misurano, e il colpevole designato è il metodo.
Nel 2015 il Reproducibility Project della Open Science Collaboration ha ripetuto cento esperimenti di psicologia pubblicati su riviste di primo piano, e circa un terzo ha retto. La disciplina che aveva imitato più a fondo era anche quella che scopriva di sbagliare più spesso. Sembra la prova del rimprovero. È il contrario: quel numero esiste perché la psicologia, dalle scienze esatte, aveva preso anche il modo di accorgersene.
La crisi delle scienze umane non ha un numero
Dove l’imitazione era possibile è stata seria. La psicologia ha importato l’esperimento per intero, ipotesi dichiarata in anticipo, campione, gruppo di controllo, e insieme all’esperimento si è portata in casa la condizione che lo accompagna: che qualcuno lo rifaccia e ottenga un altro risultato.
Da lì è venuta una cifra, ed è contestata. Le campagne successive hanno dato risultati diversi, fra il 30 e il 77 per cento a seconda del gruppo di studi ripetuti, e un progetto del 2018 su ventuno lavori usciti da Nature e Science è arrivato fra il 57 e il 67. Nel 2016 quattro ricercatori hanno pubblicato su Scienceuna critica frontale alla stima del 2015: le repliche sarebbero state condotte con disegni troppo deboli per rilevare effetti che esistono. Sembra il segno di una materia in disordine. È un disaccordo che si chiude producendo altri dati, e in questo momento è l’unica cosa che nelle scienze umane funziona come nelle esatte.
In filosofia, in teoria letteraria, nella sociologia che interpreta invece di contare, quel disaccordo non è disponibile: il numero non c’è e non c’è mai stato. Non è una colpa, ed è il motivo per cui l’imitazione di cui quelle discipline vengono accusate va cercata fuori dall’esperimento, in tutto quello che gli sta intorno.
Il rituale scientifico senza il correttivo
Quello che si è diffuso ovunque è la parte cerimoniale. La bibliografia che precede l’ipotesi, il paragrafo di metodo in un lavoro che non ha metodo, la revisione tra pari, la conta delle citazioni, le griglie di valutazione. Sono i segni esterni di un sapere che si controlla, e si possono adottare tutti senza che nessuno controlli niente, perché nessuno di questi passaggi è costruito per scoprire un errore.
La revisione tra pari accerta se un testo somiglia a quello che nella disciplina si considera un testo. Un lavoro sbagliato e ben scritto la supera; un lavoro giusto e scritto male no. Poi le pubblicazioni sono diventate il criterio di una carriera, e da lì in avanti il publish or perish premia chi continua a dire.
Il correttivo, invece, ha una data recente e un costo. La psicologia dopo il 2015 ha adottato la registrazione preventiva: l’ipotesi e il piano di analisi vengono depositati e valutati prima che i dati esistano, e la rivista si impegna a pubblicare il lavoro anche se il risultato è negativo. Serve a una cosa sola, togliere all’autore la possibilità di aggiustare la domanda dopo aver visto la risposta, e gli altri obblighi vanno nella stessa direzione: dati, materiali e codice in un archivio pubblico, e il rifiuto a lavoro finito per chi si allontana dal protocollo.
Nessuno di questi obblighi è stato importato dalle discipline che non sperimentano. Hanno preso il vestito, il vincolo è rimasto fuori, e la cosa ha una sua logica: il vestito fa curriculum, il vincolo fa perdere articoli.
L’obiezione è che a un filologo non si può chiedere di replicare
Un’interpretazione della Fenomenologia dello spirito non ha un campione né un gruppo di controllo, e chiedere a chi legge un testo di depositare l’ipotesi prima di averlo letto significa chiedergli di smettere di leggerlo. Vale anche il seguito, che di solito arriva subito dopo: dare alla filosofia un protocollo sperimentale la trasformerebbe in una psicologia peggiore.
L’obiezione regge sul metodo e cade sulla conseguenza. Da «qui non si replica» segue che il modo di scoprire un errore va costruito diverso, e la domanda diventa una sola: quale procedura, in una disciplina che interpreta, produce un «ci siamo sbagliati» datato, firmato e leggibile da fuori?
La revisione tra pari lavora sulla forma; le citazioni registrano quante volte una tesi è stata ripresa, e tacciono su quante volte è stata smentita. Una disciplina può andare avanti secoli senza che nessuna delle sue procedure sia in grado di dichiarare che una strada era chiusa. Le scienze umane non sono diventate troppo scientifiche. Della scienza hanno preso l’unica parte che si poteva prendere senza rischiare niente.
Un sapere si riconosce da come ammette di essersi sbagliato
Quello che distingue un sapere da un’opinione scritta bene non è il rigore della forma. È che esista un modo di sbagliare che qualcun altro possa constatare, e che sia stato messo per iscritto prima di cominciare. Dove quel modo c’è la disciplina litiga in pubblico sui propri numeri e ne esce con altri numeri; dove non c’è, restano le carriere.
Da qui viene la parte più difficile da vedere, ed è che il sistema non ha bisogno di vietare niente. Non è repressione, è manutenzione: un pensiero che non può essere smentito viene semplicemente normalizzato.
Perciò la domanda da fare a una disciplina non è quanto sia rigorosa. È chiedere quando è stata l’ultima volta che ha cambiato idea, e chi lo ha scritto.

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