Diciamo che un rapporto non ha un nome, e intanto lo stiamo chiamando in un modo preciso. Situationship è arrivata fra le finaliste della parola dell’anno di Oxford nel 2023, con una definizione asciutta: una relazione romantica o sessuale che non viene considerata formale né consolidata.
L’etichetta quindi c’è, ed è pure ufficiale. Quello che conta è dove viene usata: chi sta dentro una situationship quasi mai la pronuncia con l’altra persona. La parola esce quando il rapporto viene raccontato a un amico, a una sorella, a chi chiede spiegazioni — dopo, altrove, davanti a terzi.
Un rapporto senza nome, allora, non lo è. È un legame in cui il nome esiste, circola, e resta fuori dalla portata delle due persone che dovrebbero usarlo.
Situationship e relazione senza impegno non sono la stessa cosa
Una relazione senza impegno è un accordo: due persone stabiliscono che il rapporto resta leggero, e lo sanno entrambe. La situationship non è quello. Non c’è nessun accordo — c’è una frequentazione che produce gesti da relazione, tempi da relazione e aspettative da relazione, e nessuna frase condivisa che dica a che punto siamo.
Oxford, mettendola fra le finaliste, ha scritto che la parola coglie l’incertezza e la mancata formalizzazione che molte persone avvertono nei propri rapporti. Avvertono: è un termine che registra come ci si sente, non cosa si è deciso. E una parola che nomina uno stato d’animo può usarla anche uno solo dei due.
Infatti la parola circola soprattutto fuori dalla coppia. Si dice «è una situationship» a un’amica, a una sorella, a chi fa domande e aspetta una risposta.
All’altra persona non lo si dice, perché dirlo lì sarebbe già la conversazione che si sta evitando. Una definizione pronunciata insieme obbliga a discuterla, e quella discussione è esattamente ciò che il rapporto tiene sospeso. Così la parola non risolve l’ambiguità: le trova un posto comodo dove stare, dove non chiede niente a nessuno dei due.
Il desiderio reversibile non costa uguale a tutti e due
L’ambiguità pesa in modo diverso sulle due persone, e la differenza non riguarda quanto ciascuna prova. Riguarda la posizione. Una vive una relazione che non può dichiarare; l’altra tiene aperta una possibilità. Per la prima ci sono aspettative, tempo investito, rinunce che non racconta a nessuno. Per la seconda c’è qualcosa che esiste finché non richiede troppo.
Restare indefiniti conviene, e conviene per un motivo che nessuno vuole più sembrare coinvolto: chi non dichiara niente non espone niente.
Il risultato è che i ruoli si distribuiscono da soli. Chi chiede chiarezza sembra pesante, chi non definisce niente continua a sembrare libero — e la stessa domanda che in una coppia sarebbe ordinaria, qui diventa la prova che qualcuno ci tiene più dell’altro. Si può stare nello stesso letto senza sapere davvero stare vicini: la prossimità dei corpi non produce da sola una presenza su cui contare.
Niente di tutto questo richiede cattiveria. Chi tiene il rapporto aperto di solito non sta manipolando nessuno, sta solo occupando la posizione meno scomoda. Vale anche per le storie che non sono mai cominciate del tutto: finire male ed essere tossica restano due cose diverse.
L’obiezione è seria, e io stavo dalla parte comoda
L’obiezione va detta per intera, perché è seria. Ci sono rapporti che restano leggeri perché entrambi li vogliono così, e non c’è niente da correggere in un desiderio che non pretende di diventare subito promessa. Trattare ogni indefinitezza come un guasto significa dare per scontata una progressione obbligata — ci si conosce, ci si mette insieme, si va a convivere — e considerare fallito chi si ferma prima.
Solo che la leggerezza dichiarata è un accordo, e un accordo si può rinegoziare. L’ambiguità è il rifiuto di stipularlo. In mezzo passa la differenza fra due persone che sanno di volere poco e due persone di cui una sola sa cosa sta ottenendo.
Su questo non scrivo da fuori. Per anni sono stato dalla parte comoda, quella che non deve dichiarare niente, e me lo raccontavo come incertezza: non sapevo cosa cercavo. Era anche vero. Nel frattempo quell’incertezza mi teneva in una posizione dove non c’era modo di perdere, e non mi è mai venuto in mente che fosse un vantaggio da restituire.
Chi non nomina il rapporto non è indeciso: è coperto. Quello che tiene si vede dove costa qualcosa, e in una storia senza nome non costa niente a nessuno dei due — il che spiega perché regga così a lungo, non perché funzioni.
Dichiarare per primo è l’unica mossa che costa
Non ogni forma restringe, ma abbiamo preso l’abitudine di leggerle tutte così, e quando ogni limite viene scambiato per oppressione chi non si vincola parte avvantaggiato. La parola intanto resta dov’era all’inizio: nel racconto fatto a qualcun altro.
Restare obbliga a dire per primo cosa si vuole, ed è l’unica mossa che in questo gioco costa davvero qualcosa. Per questo trovare qualcuno che resti viene descritto come un lusso, e non come una condizione ordinaria.
La domanda utile allora non è quanto a lungo si può stare in un posto che non ha un nome. È a spese di chi quel posto sta in piedi. Il conto arriva sempre alla stessa persona: quella che il nome l’avrebbe usato.

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