L’affermazione più onesta che si possa fare su una storia che ha fatto male è che erano in due. È anche l’unica che non costa niente a chi la fa.
Le relazioni tossiche si raccontano così da qualche anno: non un colpevole e una vittima, ma un sistema in cui bisogno e controllo si tengono a vicenda. La lettura non è nuova, ed è nata in un posto preciso — Palo Alto, 1956, il gruppo di ricerca di Gregory Bateson, Don Jackson, Jay Haley e John Weakland.
Quel gruppo stava descrivendo come funziona un legame. Noi da lì abbiamo ricavato una domanda da rivolgere a chi è rimasto: che cosa ho permesso, e perché. Che la reciprocità esista non è in discussione. Fra descriverla e ricavarne quella domanda, però, manca un passaggio.
Da dove viene l’idea che le relazioni tossiche siano un sistema
Il gruppo di Palo Alto osservava pazienti schizofrenici e il modo in cui si parlava nelle loro famiglie. Il doppio legame è quello che ne ricavarono: due ingiunzioni che si contraddicono su livelli diversi — una detta, l’altra affidata al tono, al corpo, a quello che non viene detto — e nessuna possibilità di uscire dal campo o di far notare la contraddizione. La formula del paper è che chi ci sta dentro non può vincere, qualunque cosa faccia.
Non è una descrizione consolatoria, e non serviva a scusare nessuno. Chi ci sta dentro non sta sbagliando mossa: sta giocando una partita in cui tutte le mosse perdono, ed è per questo che un legame che fa male regge lo stesso.
Quello che quel testo non contiene è la parte che oggi usiamo di più. Descrive come funziona un legame e si ferma lì. Come tiene e chi ne risponde restano due domande, e la seconda non si ricava dalla prima.
Il circuito è diventato un colpevole in meno di dieci anni
Nel testo del 1956 il doppio legame sta dentro la comunicazione fra madre e figlio, e la definizione distribuisce già le parti: una vittima e chi la mette nella condizione. L’esempio più citato è quello del ragazzo che torna dall’ospedale e abbraccia la madre, lei si irrigidisce, lui si ritrae, e lei gli chiede se non le voglia più bene.
Il terreno era pronto. Otto anni prima Frieda Fromm-Reichmann aveva descritto la madre schizofrenogena — fredda e dominante — e la formula era già in circolo quando arrivò il resto della struttura. Da lì la conclusione la trasse la pratica clinica: se le famiglie ammalano, si separano i pazienti dalle famiglie. Fu la regola per una generazione di ricoveri.
Ci sono voluti trent’anni per tornare indietro. La madre schizofrenogena non ha mai retto ai controlli, e le famiglie sono passate da agenti causali a partner nel trattamento; la postura non colpevolizzante è oggi il punto su cui la terapia sistemica insiste di più.
A rendere possibile quel passaggio non era stato un errore di lettura. Era la domanda che si attacca sempre alla descrizione di un circuito: bene, e allora di chi è la parte?
L’obiezione è che così non resta niente da fare
Se dal funzionamento di un legame non si ricava nessuna responsabilità, a chi ne è uscito si toglie l’unico appiglio che serve: sapere cosa fare di diverso la prossima volta. L’obiezione è seria, e chi la fa di solito ha appena finito di ripensare a una storia sua.
Nell’articolo che sto riscrivendo me ne ero difeso cinque volte. Non significa distribuire le colpe in parti uguali. Non significa che le responsabilità siano uguali. Non per colpevolizzarsi.
Le avevo messe lì credendo di correggere la tesi. Servivano a poterla scrivere. Ogni volta che diventava troppo pesante, una riga chiariva che non intendevo quello, e la riga dopo ricominciava dallo stesso punto: la tesi non arretrava di una parola, arretrava il tono. Un’affermazione che ha bisogno di essere smentita ogni tre paragrafi per restare sostenibile non è un’affermazione moderata. È un’affermazione che non regge senza le smentite.
Il che si vede meglio togliendole. Senza quelle righe resta scritto che chi ha subìto teneva in piedi il legame quanto l’altro, e che la strada per uscirne passa dal chiedersi che cosa lo abbia permesso. Nessuno lo firmerebbe. Con le righe rimesse, lo si è firmato e pubblicato, e a rileggerlo sembrava misurato.
Una domanda si riconosce da come si fa a smettere
«Che cosa lo ha permesso» non ha una risposta che la chiuda. Chi risponde niente sta negando, chi risponde qualcosa ha confermato, e da lì si continua a cercare finché non si trova abbastanza. Una domanda fatta così non sta indagando, perché il suo esito non dipende da come sono andate le cose.
Non è un criterio buono solo per questa domanda. Di qualunque richiesta di spiegazioni si può controllare se esiste una risposta che la fa finire. Quando c’è, chi domanda vuole sapere come sono andate le cose. Quando non c’è, ha già deciso e sta aspettando che l’altro lo dica.
Vale anche per le parole. «Tossica» funziona allo stesso modo di una domanda senza uscita, solo più in fretta: assegna le parti prima che qualcuno chieda niente, ed è una diagnosi che nessuno ci ha rilasciato.
Che due persone si tengano dentro un legame che fa male capita, e continua a essere la parte più interessante da capire di certe storie. Ma il modo di capirla non è dividere il danno per due. È guardare come quel legame funzionava quando funzionava — una domanda che una risposta ce l’ha, e quando arriva si smette di cercare.

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