Quando ridiamo in compagnia quasi mai stiamo reagendo a una battuta. Robert Provine ha registrato milleduecento risate spontanee in centri commerciali, uffici e aule, e ha contato quante seguivano un tentativo dichiarato di far ridere: meno di una su cinque. La funzione sociale della risata comincia da questo scarto.
Le altre quattro quinti seguivano frasi come «Guarda, c’è Andrea», «Sei sicuro?», «È stato un piacere anche per me». Non battute mancate: frasi che nessuno avrebbe raccontato a cena. Provine annota anche le migliori del campione, e sono cose come «Non devi mica bere, basta che ci offri da bere».
Un secondo dato spiega perché ce ne accorgiamo così poco. In situazione sociale ridiamo circa trenta volte più che da soli, e chi parla ride in media il quarantasei per cento più di chi lo ascolta. La risata appartiene più a chi la provoca che a chi la riceve, il che è l’opposto di come ce la immaginiamo.
Messi insieme, questi numeri spostano la domanda. Non è più che cosa ci fa ridere, perché nella maggior parte dei casi non c’è niente che ci faccia ridere. È che cosa stiamo facendo, mentre ridiamo, quando in mezzo non c’è niente di divertente.
La funzione sociale della risata riguarda chi parla
Alle superiori certi professori facevano battute riprese dai comici di quegli anni. La classe rideva. Io non capivo perché si dovesse ridere: non trovavo divertente la battuta e non riuscivo a vedere cosa la rendesse tale per tutti gli altri contemporaneamente.
Per anni l’ho letta come una mia mancanza. I numeri di Provine suggeriscono una lettura diversa, e meno lusinghiera per la stanza intera: in una classe che ride alla battuta di un professore, quasi nessuno sta reagendo alla battuta. Sta succedendo qualcos’altro, e sta succedendo a tutti.
Il dato sul parlante aiuta a capire cosa. Il professore che ride della propria battuta non sta segnalando che è riuscita: sta indicando dove va messa la risposta. E se chi parla ride sistematicamente più di chi ascolta, allora quello che il pubblico restituisce non è un giudizio sul contenuto. È la conferma di un accordo che riguarda la stanza, e che nella stanza sanno leggere tutti.
Questo spiega perché il silenzio pesi tanto. Se tutti ridono e tu resti serio, non sembri semplicemente una persona non divertita. Sembri uno che si sottrae, uno che giudica, uno che non partecipa. Il gruppo può tollerare molti difetti, ma fatica a tollerare chi non conferma il clima emotivo che si è creato.
Succede qualcosa di simile anche con le parole: a volte non conta più il contesto concreto in cui vengono dette, ma il segnale morale che producono, e chi non lo conferma viene percepito come fuori posto prima ancora che ascoltato. È lo stesso nodo che ritorna quando ci si chiede perché non si può dire «cagna».
Henri Bergson, nel saggio del 1900 che in italiano si intitola Il riso, era arrivato per altra via a una conclusione compatibile: per capire la risata bisogna rimetterla nel suo ambiente naturale, che è la società, e chiedersi quale funzione vi svolga. Nella sua lettura il riso corregge, riporta dentro una forma ciò che appare rigido, distratto, inadatto al movimento comune. È un gesto sociale, non una reazione estetica. E un gesto che corregge, per definizione, ha bisogno che qualcuno stia sbagliando.
Il comico decide di chi possiamo ridere
Un comico sul palco non produce soltanto battute. Per qualche minuto stabilisce di chi, o di che cosa, possiamo ridere senza sentirci crudeli, e la sala non discute la scelta: ha già imparato quando reagire. Una categoria, un tipo umano, un politico, un accento, una debolezza. Il bersaglio viene portato al centro, semplificato, reso disponibile a una risata che nessuno dei presenti ha deciso di concedere.
Nella cultura digitale succede lo stesso con meme e parodie: molti stereotipi di genere sui social sembrano soltanto ironia e funzionano come una scuola di comportamento. Non fanno ridere dei ruoli, insegnano quali ruoli abitare, quali difendere e da chi tenersi alla larga.
Non è detto che sia sempre sbagliato. Ridere di qualcosa può ridimensionarla, togliere potere alla paura, rompere una serietà artificiale: il riso che disinnesca esiste, e non è quello di cui sto parlando. Quello di cui sto parlando è il momento in cui non ridiamo più perché una battuta funziona, ma perché qualcuno ci ha autorizzati a farlo. Il comico prende su di sé il rischio della derisione e lo trasforma in un gesto condiviso: la crudeltà, distribuita fra molti, si diluisce fino a non sembrare più crudeltà di nessuno. Chi ride si sente alleggerito, perché non è solo.
Per questo certe risate lasciano un retrogusto strano. Non perché siano cattive, ma perché somigliano a una piccola assoluzione collettiva: ci permettono di dire che non stiamo deridendo nessuno, stiamo solo scherzando. E quella formula, «stiamo solo scherzando», è spesso il punto esatto in cui la comicità diventa una zona franca.
Il palco, allora, non è soltanto il luogo in cui si ride. È il luogo in cui il gruppo prova se stesso: capisce quali bersagli condivide, quali limiti può oltrepassare, quali forme di disprezzo può permettersi senza chiamarle per nome.
Ridere con il potere è più sicuro
Il buffone di corte è l’esempio più antico di questa autorizzazione, e va preso per quello che era davvero. Dorinda Outram, in Four Fools in the Age of Reason, ha ricostruito la vita di quattro buffoni nella Germania del Settecento, dove la figura sopravvisse a lungo mentre in Francia e in Inghilterra si era estinta entro la fine del Cinquecento. Non erano i saggi malinconici di Shakespeare: dormivano nella paglia con i cani, subivano scherzi umilianti, erano disprezzati dagli stessi sovrani che intrattenevano.
E la loro funzione non era disturbare il potere. Prendendo in giro il monarca entro limiti stabiliti, tenevano l’aristocrazia occupata e distratta dalle sue debolezze politiche, e quindi meno incline a organizzarsi contro di lui. Erano abbastanza vicini da poter parlare al potere proprio perché non contavano niente. La libertà di dire era compresa nel ruolo, come una valvola nel motore.
Oggi quella funzione non sta più ai margini. La risata è diventata una forma di consenso rapido, che non chiede di pensare ma di reagire insieme, e questo sposta il baricentro: una battuta arriva a valere più di un argomento, una smorfia più di una posizione. Il politico deve saper intrattenere, il leader deve produrre battute, il comunicatore deve trasformare ogni conflitto in una scena riconoscibile. Non basta più avere un’idea: bisogna renderla memorabile, tagliabile, condivisibile.
A quel punto non ridiamo più del potere: ridiamo con il potere, il che significa riconoscerne i codici e sentirsi parte del pubblico giusto.
La distinzione non è mia, ed è interessante da dove arriva. Provine la annota in mezzo a pagine di spettrogrammi e millisecondi, come una constatazione fra le altre: i buffoni di corte e i collaboratori presidenziali imparano presto in carriera che è più sicuro ridere con il capo che di lui. Lo scrive uno che stava misurando la struttura acustica di una vocalizzazione, non uno che studiava il potere. Il che rende la cosa peggiore, non migliore: significa che l’asimmetria è visibile anche da lì.
Anche per questo non votare alle elezioni può diventare, per qualcuno, non solo disinteresse ma il tentativo di sottrarsi a una scena in cui consenso, spettacolo e riconoscimento di gruppo si confondono.
E così il buffone non sta più ai piedi del trono. A volte parla dal trono.
Nessuno riesce davvero a ridere a comando
C’è un ultimo dato di Provine che rimette a posto tutto il resto. Sulla risata abbiamo molto meno controllo cosciente che sulla parola: dire «ah ah» è facile, ridere su richiesta no. Quando fermava le persone per strada e chiedeva loro di ridere, circa metà riferiva di non esserne capace.
Se ridere a comando non riesce, allora quello che succede in un’aula, in una sala, in una riunione quando arriva la battuta di chi comanda non è una risata. È un’imitazione volontaria di una risata, che tutti i presenti mettono in scena nello stesso momento. Non c’è un gruppo che ride spontaneamente e una persona che non ci arriva. C’è una stanza intera che esegue, e qualcuno che non esegue.
Questo cambia dove sta il problema. Non nella comicità, che fa il suo mestiere, e nemmeno nel desiderio di non trovarsi isolati, che è vecchio quanto noi. Sta nel fatto che la risata è la forma di obbedienza meno costosa che abbiamo: non lascia tracce, non impegna a niente, non richiede di essere d’accordo, e soprattutto non sembra obbedienza nemmeno a chi la sta eseguendo. Di una risata concessa non rimane nessun documento, nemmeno per chi l’ha concessa. Un applauso lo si decide, una firma la si mette, e in entrambi i casi il giorno dopo c’è qualcosa da rileggere.
Resta la differenza che conta, e non è fra chi ride e chi non ride. Una risata libera fa vedere meglio: apre, spiazza, scioglie le pose, e dopo si è capito qualcosa che prima non era chiaro. Una risata obbediente non fa capire niente: conferma soltanto che si era nella stanza insieme agli altri, e che lo si è dimostrato al momento giusto.

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