Illustrazione in bianco e nero di una mano che scrive su un quaderno, simbolo del rapporto tra intelligenza artificiale e plagio come questione di revisione, responsabilità e voce autoriale. Illustrazione in bianco e nero di una mano che scrive su un quaderno, simbolo del rapporto tra intelligenza artificiale e plagio come questione di revisione, responsabilità e voce autoriale.

Chi mi accusa di plagio applica una regola che non c’è più

l divieto è durato dieci mesi dentro le riviste. Fuori lo applicano ancora, con strumenti che sbagliano sempre nella stessa direzione.

Il 26 gennaio 2023 il direttore di Science ha scritto che un testo scritto con ChatGPT è plagiato: non da un altro autore, dalla macchina che lo ha prodotto. E che pubblicarlo sarebbe cattiva condotta scientifica, non diversa dall’alterare un’immagine. Non era un’opinione in un forum. Era la regola della rivista scientifica più autorevole del mondo, firmata dal suo direttore, valida da subito.

Io l’intelligenza artificiale la uso, e lo dico. La uso per rimettere in fila quello che ho scritto, per capire dove una frase non tiene, per portare sulla pagina un pensiero che nella mia testa era più chiaro di come mi esce. Come la uso, e perché, l’ho raccontato altrove. Qui mi interessa un’altra cosa.

Non sono un ricercatore, non pubblico su riviste con revisione fra pari e non ho intenzione di farlo. Quella regola non è stata scritta per me. Eppure il rapporto tra intelligenza artificiale e plagio, fuori dalle riviste, si è sistemato più o meno su quella riga lì: se l’hai scritto con una macchina, è copiato. Nessuno l’ha deciso. È uscita da un recinto molto ristretto e ha attecchito ovunque — nelle scuole, nelle redazioni, nei bandi, nelle mail dei committenti.

E mentre attecchiva qui, là dentro veniva ritirata.

Intelligenza artificiale e plagio: la regola è cambiata tre volte in due anni

Due giorni prima di Science, il 24 gennaio 2023, Nature aveva pubblicato la propria posizione sugli stessi strumenti. Nessun modello linguistico può essere autore, perché essere autori significa rispondere del lavoro e una macchina non può farlo; ma chi li usa deve semplicemente dichiararlo nei metodi o nei ringraziamenti. Stesso strumento, stesso mese, due riviste dello stesso rango: per una è una nota a piè di pagina, per l’altra è cattiva condotta.

Poi Science ha cambiato idea. A novembre dello stesso anno Thorp è tornato sull’argomento insieme a Valda Vinson e ha riscritto la regola: gli strumenti si possono usare anche per la stesura del manoscritto, purché si dichiarino il prompt, lo strumento e la versione. Nel testo che annuncia il cambio c’è la frase che spiega tutto: avevano preso una posizione molto restrittiva mentre osservavano le reazioni della comunità scientifica, e avevano detto che era prudente aspettare di capire quali usi la comunità avrebbe considerato ammissibili.

Il terzo passaggio arriva nel marzo 2025. In un articolo sulla divulgazione dell’uso dell’IA nella ricerca, Resnik e Hosseini smontano il divieto in una tabella a tre livelli. Dichiarazione obbligatoria quando l’IA genera contenuto, traduce, analizza dati o riscrive parti sostanziali del testo. Facoltativa quando corregge la grammatica, riorganizza, dà un parere su qualcosa di già scritto. Non necessaria quando suggerisce una parola per una frase che l’autore ha già messo giù.

Provo a cercare dove sto io. Sposto un blocco più avanti perché l’argomento arriva meglio: facoltativa. Chiedo se un passaggio regge e mi sento rispondere di no: facoltativa. Riscrivo quel passaggio da capo tenendo l’obiezione: obbligatoria. Cambio una parola perché la prima era vaga: non necessaria. Sono quattro caselle diverse per mezz’ora di lavoro sullo stesso capoverso, e non sono passaggi separati — è una cosa sola che va avanti e indietro finché il capoverso sta in piedi.

Nel gennaio 2023 tutto questo era cattiva condotta scientifica. Nel marzo 2025 è tre cose insieme, e nessuno può dirmi quale.

In mezzo non è stato scoperto niente di nuovo sull’atto. Nessuno ha dimostrato che quel gesto fosse più innocente di quanto si credesse. È cambiato solo quante persone lo facevano.

Una regola che nessuno può verificare

C’è un dettaglio nell’editoriale del gennaio 2023 che rende tutto il resto più strano. Poche righe prima di annunciare il divieto, Thorp cita uno studio in cui erano stati sottoposti a revisori accademici degli abstract generati da ChatGPT: ne avevano riconosciuti il 68%. Uno su tre passava. È la stessa pagina: prima l’ammissione che chi valuta non distingue, poi la regola che presuppone che distingua.

Chi deve applicarla, a quel punto, ha un solo strumento: i rilevatori automatici. Nel 2023 un gruppo di ricercatori di Stanford ne ha messi alla prova sette, dandogli da leggere testi di studenti madrelingua inglesi e testi di studenti stranieri. I primi venivano riconosciuti correttamente. I secondi venivano classificati come artificiali in modo sistematico, e la spiegazione degli autori è che questi strumenti penalizzano chi ha a disposizione un repertorio linguistico più stretto. Gli stessi ricercatori chiedono esplicitamente di non usarli in contesti valutativi o educativi.

Quel campione è fatto di studenti che scrivono in una lingua che non è la loro. Io lo faccio nella mia e vengo male lo stesso, per motivi che con le lingue straniere non c’entrano niente — ne ho parlato altrove. L’estensione la faccio io, non la fa il paper: ma quello che i rilevatori misurano non è l’onestà di chi scrive, è la ricchezza della sua lingua. La mia, prima di qualsiasi passaggio in macchina, è povera.

Poi c’è la parte peggiore. Gli stessi ricercatori mostrano che basta chiedere al modello di riscrivere il testo con un lessico più elaborato perché i rilevatori smettano di segnalarlo. Il rimedio a un’accusa falsa è usare più intelligenza artificiale, non meno: chi viene sospettato ingiustamente ha una via d’uscita, ed è fare davvero la cosa di cui lo accusano.

Quei programmi intanto si vendono benissimo. Chi cerca in italiano «intelligenza artificiale e plagio» trova una pagina dopo l’altra di servizi che promettono di riconoscere un testo artificiale con un’accuratezza del 98 o del 99 per cento, e li comprano scuole, redazioni, aziende. Nessuna di quelle pagine cita il lavoro di Stanford.

Un controllo costruito così non trova chi ha barato. Trova chi ha un vocabolario povero, e insegna a tutti gli altri a scrivere nella forma che lo supera — che è quello che succede a chi sa di essere valutato.

Prima o poi uno di quei programmi dirà che questo articolo non l’ho scritto io, e non avrò modo di dimostrare il contrario.

Chi la applica non l’ha scritta, e non sa che è stata ritirata

La regola del gennaio 2023 è durata dieci mesi dentro le riviste. Fuori dura ancora.

Non perché qualcuno abbia deciso di tenerla in vita. È uscita dal suo recinto nella forma che aveva allora — se l’hai scritto con una macchina è copiato — e ha attecchito dove non si legge il Science Editor’s Blog. Lì si applica ancora la versione più severa di una norma diventata nel frattempo una tabella a tre livelli, e la si applica con lo strumento che i suoi stessi inventori chiedono di non usare per valutare nessuno. Un professore che corregge un compito, una redazione che riceve un pezzo, un cliente che ha pagato per un testo: nessuno di loro sa che l’autore di quella riga l’ha riscritta a novembre.

Il ricercatore quella regola può discuterla, contestarla, aspettare la revisione successiva. Chi sta fuori la subisce e basta: non ha un interlocutore a cui far presente che quella regola non c’è più.

E funziona anche dove non può colpire. In una ricerca condotta con ventitré studenti di un’università britannica, una delle tre preoccupazioni ricorrenti era proprio essere accusati di plagio dai sistemi di rilevamento — e la temevano sapendo che l’uso, in generale, non è rilevabile.

C’è un secondo pezzo di quella storia che mi riguarda più da vicino. Resnik e Hosseini, dopo aver costruito la loro tabella, si pongono un problema pratico: se la dichiarazione è facoltativa, conviene mostrarla a chi valuta? La loro risposta è no — meglio tenerla nascosta ai revisori, perché sapere che qualcuno ha usato quegli strumenti può suggerire che stia scrivendo in una seconda lingua, e le distorsioni contro chi non è madrelingua nella revisione fra pari sono documentate. Cioè: due studiosi di etica della trasparenza arrivano a consigliare di non far vedere la dichiarazione, perché sanno che l’onestà costa.

Questa cosa la conosco. All’università non ho mai detto a nessuno di essere dislessico, e così ho rinunciato agli strumenti compensativi a cui avevo diritto. Non era vergogna: volevo che quello che ottenevo contasse alle stesse condizioni di tutti gli altri. È una ragione per non dichiarare che nessuna di queste policy contempla, perché tutte ne prevedono una sola, cioè nascondere di aver barato. Oggi, se tornassi a studiare, la dichiarerei subito e userei tutto quello che mi spetta — non perché abbia cambiato idea sull’onestà, ma perché non credo più abbastanza nel valore di quegli studi da volerli pagare a prezzo pieno. Almeno credo.

Ora però devo dire una cosa che in due articoli su questo argomento non ho mai scritto. Non sto difendendo un principio, sto difendendo un accesso. Se la regola di gennaio 2023 avesse tenuto, non sarei rimasto fuori dalle riviste scientifiche — lì non ho mai chiesto di entrare. Sarei rimasto fuori dallo scrivere qualcosa che qualcuno legge fino in fondo. Ho un interesse diretto in come va a finire questa storia, e finora l’ho lasciato sottinteso.

C’è anche una cosa che non mi fa comodo ammettere. Quella regola non è caduta perché qualcuno abbia fatto un ragionamento migliore. È caduta perché troppe persone hanno cominciato a usare quegli strumenti, e Thorp lo scrive: stavano aspettando di vedere cosa avrebbe accettato la comunità. Il mio uso è diventato accettabile per una questione di numeri, non di argomenti. E quello che una maggioranza rende accettabile, un’altra maggioranza può riprendersi.

Quando il controllo sbaglia, il conto lo paga una persona sola

Nel marzo 2018 un’automobile a guida autonoma ha investito e ucciso una donna a Tempe, in Arizona. Nei mesi successivi la discussione non è stata se il sistema avesse capito cosa stava vedendo. Si è discusso di chi rispondesse: la società che aveva costruito il software, la persona seduta al posto di guida, lo Stato che aveva autorizzato le prove su strada. Quella domanda ha una risposta perché ha delle conseguenze, mentre «la macchina capisce davvero?» si può discutere per vent’anni a costo zero.

Con il plagio funziona uguale, ma senza nemmeno un incidente da spiegare. «Questo testo è stato scritto con l’IA?» è la domanda comoda: chiunque può farla, e per farla non deve dimostrare niente. Le altre costano. Da dove viene la regola che stiamo applicando. Chi ha costruito il programma che dichiara artificiale un testo, e su quali scritture lo ha addestrato. E, quando si sbaglia, a chi si rivolge la persona che ne paga il prezzo.

L’ultima non ha ancora una risposta da nessuna parte. Se un rilevatore sbaglia su un tema di maturità, su una candidatura, su un pezzo consegnato a un committente, non c’è un ricorso, non c’è un onere della prova, non c’è un ufficio che debba spiegare come ci è arrivato. C’è solo una persona che deve dimostrare di aver scritto da sola una cosa che ha scritto da sola.

Le riviste, almeno, la loro regola l’hanno scritta e poi corretta pubblicamente. Hanno conservato l’autorità di dire cosa è illecito e hanno perso quella di accertarlo, quindi hanno cambiato la norma su ciò che potevano ancora chiedere: una dichiarazione. È lo stesso movimento che le istituzioni fanno con le infrastrutture tecniche da cui ormai dipendono — la firma resta pubblica, la capacità di verificare no. Fuori da quel recinto non è successo niente di simile, perché non c’è nessuno che debba rispondere di niente.

Io intanto continuo a scrivere così, e a dirlo. Non perché mi sia costruito una giustificazione solida: quando ho pubblicato un libro da solo ho scoperto che saltare chi decide non significa che nessuno decida, significa che decidi tu e ne rispondi tu. Qui è uguale. Dichiarare come lavoro non mi mette al riparo da niente e non mi assolve: mi rende soltanto la persona a cui si può chiedere conto.

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