Quando la politica chiede più nascite non sta chiedendo nascite in generale. Chi parla di crisi demografica parla di bambini e intanto pensa a pensioni, PIL, tenuta nazionale — e a quel punto smette di contare tutti i bambini allo stesso modo.
Nel 2024 in Italia sono nati 369.944 bambini, quasi diecimila in meno dell’anno prima, con un tasso di natalità sceso a 6,3 per mille residenti contro il 9,7 del 2008. Il calo è reale. Ma non colpisce tutti allo stesso modo: i gruppi sono tre e si muovono in direzioni diverse. I figli di due genitori italiani sono 289.183 e calano del 3,3 per cento: da soli fanno 9.765 delle 9.946 nascite perdute, cioè quasi tutto il crollo. I figli di due genitori stranieri sono 50.593 e calano dell’1,7. I figli di coppie miste sono 30.168 e sono l’unico gruppo che cresce: più 2,3 per cento.
Chi chiede figli per non essere sostituito sta chiedendo che nascano proprio quelli che stanno nascendo di meno, e l’unico gruppo in crescita è quello che quella domanda non vuole contare. Prima ancora di essere discutibile, quell’argomento non torna.
La crisi demografica non è un rifiuto di fare figli
Il dibattito è impostato come se ci fosse qualcuno da persuadere. Bonus, campagne, appelli alla responsabilità: tutti presuppongono una platea di persone che i figli potrebbero farli e hanno deciso di no.
Quella platea è piccolissima. Secondo l’ISTAT, fra chi dichiara di non voler avere figli solo il 5,5 per cento dice che non rientrano nel proprio progetto di vita, e tre su dieci ne hanno già quanti ne volevano. Tutti gli altri — il 62,2 per cento, oltre 6,6 milioni di persone — li desideravano e ci hanno rinunciato: non gente da convincere, gente che ha già provato. Sono i due terzi.
La differenza non è una sfumatura, perché cambia lo strumento. A chi non vuole si offre un incentivo; a chi ha rinunciato l’incentivo arriva dopo, quando la rinuncia è già stata fatta e in molti casi non è più reversibile. Un assegno mensile può alleggerire una decisione ancora aperta. Non riapre quella di chi ha aspettato dieci anni la condizione che non è arrivata.
È qui che la questione smette di essere tecnica e diventa una faccenda ideologica: quando i numeri dicono che il desiderio c’è e la politica continua a parlare come se mancasse, non sta più leggendo la realtà, la sta usando.
I figli si fanno dove costano meno
Se il desiderio c’è e la rinuncia arriva dopo, la domanda diventa cosa la produce. E la risposta più comune — le persone non fanno figli perché non hanno soldi — descrive male quello che i dati mostrano.
Il gradiente più netto non è quello del reddito, è quello dell’istruzione. Nel 2024, a fronte di una media nazionale di 1,18 figli per donna, le laureate e le diplomate si fermano a 1,12, mentre le donne con la licenza media arrivano a 1,59. Quarantadue per cento di differenza. E l’età al parto segue la stessa linea: 29,6 anni per chi ha il titolo più basso, 34,8 per le laureate.
Letto in fretta, sembra dare ragione a chi sostiene che a fare figli sia chi ha meno. Ma la geografia dice l’esatto contrario. Dove si è più poveri si fanno meno figli, non di più: nel 2024 il calo dei primi nati è stato dell’1,8 per cento al Nord e del 4,3 nel Mezzogiorno, e le uniche zone dove le nascite sono risalite l’anno seguente sono Bolzano, Trento e la Valle d’Aosta, cioè le più ricche del Paese. Se fosse la povertà a produrre nascite, la Basilicata e la Sardegna sarebbero piene di bambini. Hanno la fecondità più bassa d’Europa.
Reddito e istruzione si separano, e quello che resta quando si separano è il costo. Non quello di mantenere un figlio: quello di ciò che si interrompe per averlo. Chi diventa madre a trentaquattro anni ha una posizione, una progressione, una competenza esercitata da anni, e un’assenza lunga può costargliele. Chi è entrata nel lavoro a diciotto, in un impiego che non progredisce, non ha una posizione da perdere. L’ISTAT lo scrive esattamente così: la maggiore istruzione e la partecipazione femminile al lavoro fanno crescere i costi opportunità della maternità.
Il conto poi lo paga una persona sola. Nelle coppie in cui lavorano entrambi, il lavoro familiare resta diviso in modo asimmetrico nel 68,9 per cento dei casi, e nel Mezzogiorno nel 76,2. Non è un ordine che qualcuno impone: sono automatismi rimasti in circolo molto dopo le forme che li avevano prodotti. E quella persona sta dentro un perimetro corto, perché tutto ciò che a uno sconosciuto non si chiede ricade sempre sulle stesse.
Chiedere figli per il welfare è presentare una fattura
Un sistema pensionistico a ripartizione non accantona: quello che si versa oggi paga gli assegni di oggi, e senza abbastanza persone che entrano nel mercato del lavoro le promesse fatte non si onorano. Chi si allarma per la tenuta dei conti non sta inventando un problema, e non lo fa in malafede. Sono numeri veri.
Solo che quelle promesse hanno una data e una firma. Nel dicembre del 1973 il governo Rumor approva il DPR 1092, che riconosce la pensione al dipendente pubblico dopo vent’anni di servizio, ridotti di cinque per le lavoratrici coniugate o con figli a carico. In concreto: quattordici anni, sei mesi e un giorno per le donne sposate o con figli, diciannove anni e mezzo per gli uomini. Il meccanismo resta in vigore fino al 1992, ne usufruiscono 424.802 persone, e centinaia di migliaia di dipendenti pubblici escono dal lavoro poco sopra i trent’anni con un assegno da incassare per il resto della vita.
Quegli assegni si pagano ancora: più di sette miliardi l’anno. Per avere un termine di paragone, introdurre un congedo di paternità retribuito e universale ne costerebbe uno e mezzo.
Chi chiede figli per il welfare non sta difendendo la vita. Sta presentando una fattura, e la intesta a chi nel 1973 non era ancora nato. Non serve immaginare malafede: nel 1973 quel conto lo vedevano in pochi, ed era una promessa fatta in buona fede a persone che avevano lavorato in condizioni peggiori delle nostre. Il punto è che oggi si vede, e la domanda viene rivolta lo stesso a chi la fattura la sta pagando.
La parte del problema di cui non si discute mai
C’è un pezzo del calo su cui nessuna politica può fare niente, e non compare quasi mai nel dibattito. Le nascite non dipendono solo da quanti figli fa chi potrebbe farne: dipendono anche da quante persone sono in età di farne. E quelle persone sono le generazioni nate dalla metà degli anni Settanta in poi, cioè da quando la fecondità italiana ha cominciato a scendere: sono poche perché sono figlie di poche, e nel 1995 si era già scesi a 1,19 figli per donna.
L’ISTAT lo dice esplicitamente: il calo dipende dalla bassa propensione ad avere figli e insieme dalla riduzione del numero dei potenziali genitori. La seconda metà di quella frase è già scritta, ed è irreversibile: nessun bonus, nessuna campagna e nessun appello può aumentare il numero di trentenni che esistono nel 2026. Sono nati trent’anni fa, o non sono nati.
Il dibattito discute quindi con enorme intensità la parte più piccola del problema, e la discute nel modo che ha meno probabilità di funzionare: chiedendo alle persone di fare figli per ragioni che riguardano il sistema e non loro.
La domanda utile non è come convincere qualcuno ad avere figli. È chi paga il conto di quelli che nascono, e perché finora sia sempre toccato a una persona sola.

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