Autopubblicare un libro non toglie di mezzo nessun intermediario: ne mette uno diverso. Nove estati di solitudine è uscito nel luglio 2025 su Amazon — 228 pagine, copertina scelta da me, prezzo deciso da me, nessuno a cui chiedere il permesso. Il giorno dopo la pubblicazione le mie possibilità di arrivare a un lettore erano identiche a quelle del giorno prima.
Per qualche giorno ho pensato che pubblicare avesse cambiato qualcosa. Avevo fatto la cosa che consideravo essenziale, scrivere una storia e arrivare all’ultima pagina, e tutto quello che veniva dopo mi sembrava una coda tecnica: caricare un file, scegliere un formato, mettere un prezzo. Le operazioni erano davvero quelle, e in mezz’ora erano fatte.
La sorpresa è arrivata dopo, e non era la fatica. Editing, copertina, impaginazione, distribuzione, e il lavoro di far sapere a qualcuno che non mi conosce che il libro esiste: sono i passaggi che una casa editrice assorbe. Quando l’editore non c’è, non spariscono: cambia chi li fa, e a quali condizioni.
Un libro non è mai stato solo il testo che contiene
Nell’immaginario che abbiamo ereditato dal Romanticismo, lo scrittore produce senso da solo e lo consegna al mondo nella sua forma più pura; tutto il resto — il lavoro editoriale, la forma dell’oggetto, il modo in cui arriva a qualcuno — è manutenzione, e può essere delegato senza che l’opera ne risenta. È un’idea comoda perché rende il mercato un’interferenza esterna invece che una condizione, ma non ha mai retto alla prova dei documenti.
Robert Darnton entrò nel 1965 negli archivi della Société typographique de Neuchâtel, cinquantamila lettere scambiate fra editori, librai, cartai, spedizionieri, contrabbandieri, carrettieri, compositori e torcolieri. Da quel materiale ricavò nel 1982 il modello che chiamò il circuito della comunicazione: un libro non è un testo che raggiunge un lettore, è una catena di persone in cui ogni anello determina il risultato di tutti gli altri, e il lettore non sta alla fine della catena ma la richiude, perché condiziona quello che l’autore scriverà dopo.
Quello che quelle lettere mostrano non è un mestiere fatto di libri, ma di tutto il resto: contrattare le forniture di carta, assumere e licenziare torcolieri, trattare con chi garantiva il passaggio della merce alla frontiera, dare istruzioni ai rappresentanti in giro per la Francia, correggere le previsioni di vendita sulla base delle lettere dei librai, pianificare quali opere altrui piratare. Darnton lo dice senza attenuazioni: era la capacità di tenere insieme quegli elementi a determinare se un editore ce la faceva o falliva (Modern Intellectual History, 4/3, 2007, p. 502). Il testo era il punto di partenza, non la variabile che decideva.
Questo è il motivo per cui l’idea che l’autenticità di un’opera dipenda dall’assenza di mediazioni è debole: una voce non si riconosce da quante mani sono rimaste fuori, ma da chi decide, taglia e firma. Ed è anche il motivo per cui il modo in cui un testo circola conta quanto quello che dice: una regola che stabilisce cosa vale e cosa no continua a essere applicata anche dopo che chi l’aveva scritta l’ha ritirata.
Il contratto che non si negozia
L’obiezione ovvia è che tutto questo valeva quando fra l’autore e il lettore c’erano sei mestieri. Oggi ce n’è uno solo, ed è una piattaforma. È vero, e non è una buona notizia.
Simone Schroff ha analizzato cosa succede all’autore quando il circuito si accorcia, e il risultato è l’opposto della promessa del self publishing. Il potere non passa dall’editore all’autore: passa dall’editore al distributore, e l’autore resta dov’era. Amazon controlla l’81% del mercato britannico degli ebook. Le royalty sono al 60 o 70%, ma scendono al 40% se si vuole la distribuzione estesa, e i termini non si negoziano: non esiste un contratto peggiore o migliore da strappare, esiste il contratto, uguale per tutti, deciso da una parte sola. Un contratto editoriale invece si discute, e chi ha un agente lo discute.
Il dato che chiude la questione riguarda la disuguaglianza. Nell’editoria tradizionale il 10% degli autori che guadagnano di più incassa il 47% di quanto viene distribuito, una concentrazione già forte. Fra chi si autopubblica, lo stesso decile superiore ne incassa il 71%. Il canale che doveva aprire il mercato lo ha reso più squilibrato del sistema che voleva sostituire.
Vale la pena guardare cosa si compra davvero. Non distribuzione: una libreria fisica quasi mai tiene a scaffale un titolo autopubblicato, e le classifiche non lo registrano. Non promozione: quella è tutta a carico di chi scrive. Quello che si ottiene caricando un file è una scheda prodotto: un indirizzo dove il libro può essere acquistato da chi già sa che esiste. È molto più di niente. È molto meno di un canale.
Il filtro che non è tenuto a dirti di no
Le copie di Nove estati di solitudine le ha vendute un ristorante. Nel posto dove lavoravo la titolare ha tenuto il libro in vista, e da lì è uscita la maggior parte della cinquantina di copie che ho venduto. Non dalla piattaforma, non dal sito, non da una libreria: da un tavolo, grazie a una persona che mi conosceva e ha deciso di fare qualcosa per me.
Nel frattempo avevo fatto la cosa che si fa. Ho scritto ai giornali locali e agli uffici cultura dei comuni in cui la storia è ambientata — comuni vicini a quello dove vivo, non l’altro capo d’Italia. Non ha risposto nessuno. Non un rifiuto, non una riga di cortesia: il silenzio, per tutti, ogni volta.
Chi ha una casa editrice dietro riceve una risposta anche quando la risposta è no. Non perché sia più bravo, ma perché la carta intestata obbliga qualcuno a decidere: aprire la mail, valutare, rispondere. Quel qualcuno è lo stesso, il libro può essere lo stesso: quello che cambia è che uno dei due arriva dentro una cornice che impone una reazione, e l’altro no.
Ed è questo il punto che il self publishing non risolve. Il filtro editoriale non è sparito insieme all’editore. È rimasto dov’era, e ha smesso di essere tenuto a formulare un rifiuto. Chi dice che l’autopubblicazione ha democratizzato l’accesso descrive la metà facile del processo. Caricare un file è alla portata di chiunque. Farsi leggere da qualcuno che non ti conosce non lo è, e non lo è diventato.
Un rifiuto è un’informazione — dice che sei stato letto, e a volte perché non è andata. Il silenzio non dice niente, e non si può nemmeno contestare, perché formalmente non è successo nulla.
Autopubblicare un libro è gratis, distribuirlo no
Pubblicare è diventato gratis. Distribuire no, ed è più concentrato di prima: un attore solo che tiene i quattro quinti di un mercato è una concentrazione che nessun editore contemporaneo si è mai avvicinato ad avere. Le due cose vengono raccontate come se fossero la stessa apertura, e sono opposte. La prima ha tolto la barriera all’ingresso, la seconda ha reso quasi irrilevante averla superata.
La conseguenza pratica la conosce chiunque abbia autopubblicato: il raggio di un libro coincide con il raggio delle persone che già conoscono chi l’ha scritto. Si allarga con una recensione, una segnalazione, un bancone — cioè con qualcuno che decide di spendere un pezzo della propria attenzione per te. Fuori da lì c’è un solo canale che funziona senza quel passaggio, e chiede una cosa precisa in cambio: trasformarsi in contenuto per essere trovati.
Questo non è un argomento contro l’autopubblicazione, ed è la ragione per cui rifarei la stessa scelta: se il sistema rischia poco, il rischio te lo prendi tu, e il libro esiste. È un argomento contro il modo in cui viene raccontata. Autopubblicando prendi in carico il lavoro dell’editore, non la sua posizione: fai le stesse cose, e le fai da uno che nessuno è obbligato ad ascoltare.
La distanza fra un manoscritto e un libro non è tecnica. È la differenza fra chi riceve una risposta e chi riceve silenzio.

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