Figura solitaria su un pontile davanti a un orizzonte aperto. Atmosfera calma e luminosa che rappresenta la solitudine fertile come spazio di maturità e chiarezza interiore. Figura solitaria su un pontile davanti a un orizzonte aperto. Atmosfera calma e luminosa che rappresenta la solitudine fertile come spazio di maturità e chiarezza interiore.

La domanda arriva sempre agli stessi

Diamo per scontato che a una vita senza coppia manchi qualcosa. Chi ha contato le ore che passiamo con altre persone ha trovato il contrario.

Chi vive da solo prima o poi deve spiegarsi. A chi vive in coppia non lo chiede nessuno. Sulla solitudine di una persona ci facciamo un’idea prima di sapere qualunque altra cosa di lei: ci basta lo stato civile, e la vita che c’è dietro la guardiamo dopo.

Nel 2016 due sociologhe americane, Natalia Sarkisian e Naomi Gerstel, hanno confrontato sposati e non sposati su due grandi indagini nazionali. Chi non si è mai sposato vede i genitori almeno una volta a settimana nel 67% dei casi; fra gli sposati la quota scende al 38% degli uomini e al 45% delle donne. Con fratelli e vicini cambiano le cifre, non la direzione. Sugli amici la distanza è la stessa: passa una serata con loro almeno un paio di volte al mese il 63% delle donne mai sposate e il 36% di quelle sposate.

Le due autrici la mettono così in conclusione: è il matrimonio a restringere i legami con la comunità.

La solitudine che si misura e quella che si attribuisce

Il primo sospetto è che il confronto sia truccato dall’età: i non sposati sono più giovani, hanno meno figli e più tempo. Sarkisian e Gerstel il conto lo rifanno mettendo a confronto persone dello stesso anno di nascita, con gli stessi figli minori, lo stesso lavoro e lo stesso reddito, e perfino a parità di distanza da genitori e fratelli. Lo scarto resta, e su fratelli e vicini si allarga.

Fra chi non si è mai sposato, il 57% delle donne e il 66% degli uomini vive con i genitori o a meno di quaranta chilometri; fra gli sposati la quota si ferma intorno a un terzo. È lì che stanno le ore.

Restano due limiti, e li dichiarano le autrici. I dati sono americani, e quelli su genitori e fratelli vengono da un’indagine dei primi anni Novanta. Soprattutto: può darsi che si sposi più facilmente chi ha già pochi legami, e allora il matrimonio non toglierebbe niente a nessuno.

Sull’Atlantic del febbraio 2025 Derek Thompson mette in fila i dati dell’American Time Use Survey: fra il 2003 e il 2023 le ore passate con altre persone sono calate di oltre un quinto. Il calo più forte riguarda proprio gli uomini che non si sono sposati: nei dati di Sarkisian e Gerstel erano il gruppo con più legami di tutti.

La domanda che arriva sempre uguale

Vivo con i miei genitori. Chi lo scopre fa una faccia, e poi arriva la domanda: e con le ragazze come fai? È una richiesta di giustificazione, e in genere la fa qualcuno che non mi ha mai chiesto quante persone vedo in una settimana. L’unica parte seria di quella domanda riguarda la notte, dove l’autonomia si misura sul corpo e non sulle idee.

L’obiezione vera me la faccio da solo: che chiami scelta una comodità. Conviene, ed è vero anche in senso economico. Ma sto con delle persone che mi piacciono, in una parte della mia vita in cui il tempo con loro è una quantità che ho imparato a contare. Prima ho vissuto da solo a Milano, in Australia, in Tunisia: non sto evitando una prova che non ho mai dato.

Quello che ho fatto per anni, invece, è stato concedere. Alla domanda rispondevo che sì, qualcosa me lo ero perso. Lo dicevo perché chiudeva la conversazione, e non l’ho mai verificato una volta.

Quello che non si racconta non viene contato

Degli altri sappiamo quello che si mostra: una vacanza, una tavolata, una casa nuova, cose che diventano contenuto senza fatica. Le ore che quella ricerca conta non si mostrano: accompagnare qualcuno, esserci di pomeriggio, occuparsi di una pratica al posto di un altro sono gesti che nessuno racconta, perché non c’è niente da raccontare.

Nella stessa ricerca, dare una mano ai genitori riguarda l’84% delle donne che non si sono mai sposate e il 68% di quelle sposate; fra gli uomini, l’82% contro il 63%. Chi viene compatito è quasi sempre chi regge.

In Italia si aggiunge una faccenda misurata: la cerchia stretta tiene, quello che si è ristretto è lo strato di mezzo, e tutto ciò che a uno sconosciuto non si chiede ricade sempre sulle stesse persone. Quelle persone abitano nella stessa casa o a pochi chilometri.

Chi deve spiegarsi, e chi no

Nessuno tiene il conto delle ore che passa con qualcuno. Lo teniamo agli altri, e lo teniamo male: guardiamo se una vita ha una forma che si riconosce da fuori, e da lì decidiamo se è piena o se le manca qualcosa.

Alla solitudine di chi quella forma ce l’ha non pensa nessuno. Agli altri la domanda arriva, e quasi tutti rispondono: ammettere una mancanza costa poco sul momento e chiude la conversazione, ma la chiude alle condizioni di chi l’ha fatta.

Non serve una risposta migliore. Serve non darla.

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