Un uomo cammina da solo su una spiaggia deserta al tramonto, trascinandosi dietro una sedia di legno che lascia un solco nella sabbia, simbolo di esperienze formative. Un uomo cammina da solo su una spiaggia deserta al tramonto, trascinandosi dietro una sedia di legno che lascia un solco nella sabbia, simbolo di esperienze formative.

Le cose che mi hanno educato non erano quasi mai educative

Un ordine sbagliato in una sera qualunque insegna più di un corso intero, ma solo a chi ci torna sopra. E raccontarlo dopo, quando non brucia più, è già un modo per addomesticarlo.

Chi ha imparato qualcosa di serio raramente saprebbe dire chi gliel’ha insegnato. Le esperienze formative che contano davvero non arrivano quasi mai da un corso o da una lezione: sono errori, lavoro, vergogna, vita reale — cose che educano proprio perché non avevano in mente di insegnare niente.

Lavoravo in sala già da tempo, ma quella sera avevo sbagliato un ordine e me ne ero accorto troppo tardi. La sala continuava a muoversi come se nulla fosse, i clienti chiamavano e il titolare cominciava a innervosirsi, mentre io avevo quella sensazione precisa di essere rimasto indietro rispetto alla realtà. Non era successo niente di drammatico, almeno visto da fuori. Eppure, in quel momento, non potevo salvarmi con una spiegazione, con una buona intenzione o con l’idea consolante di essere comunque una persona capace. Non c’era un programma dietro quella sera, e nemmeno un volto benevolo pronto a spiegarmela.

Non credo che questo renda automaticamente buono tutto ciò che ci mette in difficoltà. Sarebbe una retorica comoda, e anche un po’ crudele. Bisogna quindi stare attenti a non confondere la formazione con il semplice fatto di aver sofferto. Resta però difficile negare che una parte importante della nostra educazione avvenga fuori dai luoghi che si presentano come educativi – dove capire una lezione non basta più.

Le esperienze formative non sembrano sempre formative

Di solito chiamiamo formative le esperienze che si presentano già con quell’etichetta: un corso, un tirocinio, qualcosa che lascia dentro un senso di crescita già pronto. Sono percorsi spesso necessari, e sarebbe stupido liquidarli solo perché la vita reale a volte insegna in modo più ruvido. Ma la formazione non passa solo da lì – da un programma, un metodo, qualcuno autorizzato a spiegare.

Molte esperienze formative, invece, non assomigliano affatto a una lezione. Non hanno l’aria nobile della crescita personale e non arrivano con il linguaggio dell’opportunità. A volte passano da un errore fatto davanti agli altri, quando chi ha sbagliato non può più sistemarlo con una spiegazione e deve restare lì, dentro la conseguenza.

L’apprendimento dall’esperienza non coincide con il semplice fatto di vivere qualcosa. Una cosa può succederci, farci male, e restare soltanto un episodio sgradevole, a meno che non torniamo sopra a ciò che è successo, capendo cosa ci ha mostrato di noi, e cambiando qualcosa nel modo in cui ci muoviamo. Formarsi comincia lì, in quel ritorno.

Il limite, allora, non è necessariamente il contrario della cura. Nessuno diventa adulto senza trovare qualcosa che non si piega: in certi momenti è proprio il limite a impedire che la vita diventi una distesa senza forma, dove ogni desiderio pretende di essere confermato e ogni frustrazione viene vissuta come un torto. Dire no è sempre stato un esercizio di autorità, ed è per questo che costa a chi lo dice: contano i limiti di cui qualcuno risponde, non quelli che arrivano da soli.

Imparare dagli errori non significa trasformarli in medaglie

Ripetiamo spesso che dagli errori si impara, ma lo diciamo quasi sempre quando l’errore è già stato assorbito in una storia più pulita. Lo raccontiamo dopo, quando possiamo dargli un senso, farlo sembrare una tappa necessaria, usarlo come prova di maturità. In quel momento non brucia più davvero, perché è già diventato materiale narrativo.

Anche raccontarlo adesso, qui, non fa eccezione. Un errore che finisce in un articolo è un errore che ho già smesso di temere — non sto negando che sia successo, sto solo ammettendo che nel momento in cui lo racconto bene, gli ho tolto la parte che faceva davvero male.

Quando accade, invece, è molto meno nobile. Un errore mostra che non eravamo pronti, che avevamo capito male, o che ci eravamo raccontati una competenza che non avevamo ancora. Imparare dagli errori non è automatico: a volte sbagliamo e basta, poi ci difendiamo, scarichiamo la colpa, minimizziamo o trasformiamo tutto in un aneddoto sopportabile. La tentazione di salvarsi in fretta è quasi sempre più forte della voglia di guardare bene cosa è successo.

C’è anche una vergogna che può servire, per quanto oggi la parola suoni quasi sempre sospetta. Non quella che schiaccia o umilia per il gusto di farlo, ma quella che per un momento ci toglie la posa. La vergogna mi ha insegnato più dell’autostima, perché mi ha costretto a vedere la distanza tra l’immagine che volevo dare e quello che in quel momento ero davvero capace di fare. L’autostima consola, a volte serve; la vergogna, quando non diventa ferita sterile, può togliere qualche illusione.

Questo però non significa rivalutare la durezza in quanto tale. Una cosa è trovare un limite che obbliga a diventare più preciso, un’altra è subire brutalità e chiamarla formazione solo perché qualcuno, prima di te, l’ha subita a sua volta. La società che non sa più distinguere forza e brutalità finisce per confondere due cose opposte: da un lato protegge troppo dove servirebbe imparare a reggere una conseguenza, dall’altro tollera ambienti dove la violenza viene mascherata da scuola di vita.

La vita reale non sostituisce il sapere, lo mette alla prova

Non basta, allora, opporre la vita reale alla scuola, come se una fosse autentica e l’altra artificiale. Ci sono lezioni che non toccano nulla e giornate storte che insegnano più di un corso intero, ma ci sono anche esperienze dure che non rendono più adulti, rendono solo più cinici. Un’esperienza diventa formativa quando lascia una forma nuova, non quando ci costringe semplicemente a sopravvivere.

Dire che molte esperienze formative arrivano fuori dai luoghi educativi non significa che la scuola, i libri o l’università non servano. Sarebbe solo un’altra semplificazione, forse più comoda perché dà alla vita reale un’innocenza che non ha. Il sapere resta necessario. Si indebolisce solo quando diventa accumulo di titoli — un modo elegante per non farsi mai toccare davvero da ciò che si studia.

Anche l’idea di formazione lungo tutto l’arco della vita dovrebbe essere presa sul serio proprio per questo: nessuna fase esaurisce ciò che possiamo capire, e ogni conoscenza prima o poi trova qualcosa che la smentisce. Non perché dobbiamo restare per sempre dentro un aggiornamento permanente, come se vivere significasse collezionare corsi, competenze e certificati.

Non è dunque questione di scegliere tra scuola e vita reale, ma di riconoscere quando il sapere resta vivo e quando, invece, scivola in burocrazia della conoscenza. Un sapere vivo non si limita a nominare le cose meglio degli altri: aiuta a stare davanti a ciò che non si controlla, a distinguere e a correggere lo sguardo. Un sapere burocratico, invece, è spesso una forma di difesa — dà parole, riferimenti, procedure che rassicurano più di quanto preparino, ma non sempre rende capaci di reggere una situazione vera.

Lo stesso vale per il conflitto. Crescere non significa eliminare ogni urto, come se una vita ben educata dovesse farsi liscia e senza attriti – né significa celebrare qualunque durezza come se fosse una scuola. In un altro articolo avevo provato a distinguere la natura della violenza umana dalla retorica comoda dell’innocenza: il conflitto appartiene alla vita, ma non per questo ogni dominio diventa inevitabile, ogni sopraffazione verità e ogni ferita carattere.

Il criterio non sta nell’esperienza, sta in quello che ne facciamo dopo

Una vera esperienza formativa non elimina il conflitto, non lo usa come scusa per giustificare tutto, e non ha bisogno di trasformare la fatica in santino. Lascia qualcosa di più scomodo: una forma diversa di responsabilità. Forse, scrivere non mi ha reso più puro, mi ha reso più responsabile. A un certo punto anche raccontare ciò che ci ha formato è un modo per rispondere di quello che abbiamo capito, non solo per salvarci da ciò che ci è successo.

Ripensando a quella sera, non credo di doverle essere grato in modo sentimentale. Non c’era nulla di bello nell’ordine sbagliato, nella fretta della sala, nel titolare che perdeva pazienza e nella sensazione di non essere abbastanza rapido, sveglio e pronto. Era solo una sera storta, una di quelle che sul momento si vorrebbe cancellare e basta.

Eppure qualcosa è rimasto. Non una lezione chiara, né una morale o una frase da portarsi dietro. Piuttosto la memoria fisica di un limite: la scoperta che non sempre ci si può spiegare, correggere l’impressione che si è data o proteggere l’immagine che si vorrebbe avere di sé. A volte bisogna restare dentro quello che si è fatto, anche quando è qualcosa di piccolo e nessuno se lo ricorderà tranne noi.

Le esperienze che contano davvero, almeno per me, non hanno lasciato una lezione: hanno tolto qualcosa all’idea infantile che si cresca solo quando qualcuno decide di insegnarci qualcosa.

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