Illustrazione line art di una figura seduta al centro di cerchi concentrici, immagine simbolica sul condividere troppo sui social e sul pubblico che ci si immagina. Illustrazione line art di una figura seduta al centro di cerchi concentrici, immagine simbolica sul condividere troppo sui social e sul pubblico che ci si immagina.

Il piatto lo fotografavo solo se non c’era nessuno

Di solito il problema si conta in post, in ore, in foto pubblicate. Gli esperimenti dicono che a spostare tutto è un’altra cosa, e arriva prima.

Fotografare quello che si sta mangiando non toglie niente alla cena. Di condividere troppo sui social si dice soprattutto questo: che l’esperienza scivoli via mentre viene registrata. Chi ha provato a misurarlo ha trovato prima il contrario. Nel 2016 Kristin Diehl, Gal Zauberman e Alixandra Barasch hanno pubblicato tre esperimenti sul campo e sei in laboratorio: chi poteva fotografare dichiarava di aver goduto di più delle esperienze piacevoli.

Il motivo che hanno isolato è l’attenzione. Chi cerca l’inquadratura guarda più a lungo quello che ha davanti, e la guarda meglio. Per questo l’effetto si assottiglia quando l’esperienza tiene occupati già da sola, e si rovescia quando l’esperienza è sgradevole: lì guardare meglio non aiuta.

Due anni dopo gli stessi tre autori hanno rifatto l’esperimento, e il segno si è rovesciato.

Condividere troppo sui social non è una questione di quantità

Nel 2018, sul Journal of Consumer Research, Barasch, Zauberman e Diehl hanno rifatto il conto cambiando una variabile sola: perché la foto viene scattata. Due studi sul campo e tre in laboratorio, tutti con la stessa struttura: da una parte chi fotografa per tenersi il ricordo, dall’altra chi fotografa per pubblicare. Il secondo gruppo gode meno.

Quello che sale nel frattempo l’hanno misurato, e ha un nome: la preoccupazione per come si apparirà. Toglie godimento per conto suo, e ne toglie ancora abbassando il coinvolgimento, cioè intacca esattamente l’attenzione che due anni prima rendeva la foto un guadagno.

Il numero delle foto non c’entra. Il tempo passato col telefono in mano non c’entra. Non c’entra nemmeno se poi la foto viene pubblicata davvero, perché la differenza si forma prima, mentre la cena è ancora in corso. Fra i fattori che ne spostano l’entità gli autori mettono quanto una persona tenga all’opinione altrui, e quanto sia vicino il pubblico a cui sta pensando.

Il destinatario non deve esistere

Un pubblico che rovina un pomeriggio non deve essere reale. Per un periodo mi è capitato di fotografare quello che avevo nel piatto, quando il tavolo aveva lo sfondo giusto. Quelle foto non avevano una destinazione: non ho mai pubblicato niente del genere.

Succedeva a tavola, da solo. Mai in compagnia, mai con qualcuno seduto di fronte. E ogni volta, mentre lo facevo, mi sentivo uno sfigato.

So anche chi era il pubblico. Lavoro in sala, e quando vedevo un cliente fotografarsi il piatto pensavo, senza deciderlo, che fosse uno sfigato: al tavolo mi arrivava addosso il mio stesso giudizio, e me lo davo con le sue parole.

Non mi vergognavo della foto, che nessuno avrebbe visto. Mi vergognavo del gesto di prepararla, perché sapevo esattamente come si vede da fuori: l’avevo guardato per anni dalla parte del vassoio. Per occupare quella posizione non serviva un profilo, e non serviva nemmeno qualcuno che alzasse gli occhi.

Chi scrive online lo stesso meccanismo se lo ritrova in una forma più cara, dove il pubblico previsto smette di essere immaginario e diventa un lavoro chiesto insieme al primo.

L’accusa più comoda

«Condividere troppo» è una diagnosi che punta sulla quantità, e la quantità è l’unica cosa visibile da fuori. Chi la pronuncia si colloca nello stesso movimento fra quelli che non esagerano, senza dover sapere niente di quello che sta succedendo all’altro. In cambio ottiene la posizione migliore del tavolo: quella di chi guarda.

A questo punto si può obiettare che i social non c’entrino più. Se basta un pubblico immaginario, il meccanismo funzionava identico con una macchina a rullino, e allora il nome della cosa non è una piattaforma: è la vergogna, che le piattaforme le precede tutte.

La posizione di chi guarda non l’hanno inventata i social. L’hanno resa comoda da occupare sempre: un ambiente progettato la tiene aperta per definizione, anche quando dall’altra parte non c’è nessuno.

E hanno aggiunto quello che il rullino non aveva. Di un pomeriggio che non è stato registrato non resta niente da mostrare a chi domanda com’è andata, e una cosa che non si può mostrare tende a valere meno di una che si può.

Il pezzo che stai leggendo, a febbraio, faceva ai suoi lettori quello che io facevo ai clienti: decideva da fuori che chi fotografa si sta perdendo qualcosa. Lo scriveva qualcuno che in quei mesi i profili li aveva aperti.

Una domanda che ha risposta solo mentre succede

Quella ricerca non dice quale sia il pubblico peggiore, e non lo dice nessuno. Dice dove si forma la differenza: nell’intenzione, mentre la cosa è ancora in corso, prima che qualcosa venga pubblicato o non venga pubblicato.

Il che sposta l’unica leva disponibile in un punto scomodo. Non è il numero dei post, che si conta dopo. È la domanda per chi lo sto facendo, che ha una risposta solo finché sono a tavola.

Chi non se la fa non resta senza destinatario: ne prende uno qualunque. A quel punto vale la regola che tiene insieme il resto — quello che non si racconta non viene contato, a partire dalle sere in cui non c’era niente da fotografare.

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