Uomo seduto in poltrona sommerso da giornali prima delle elezioni, immagine simbolica dell’indecisione e della paralisi informativa: perché non voto alle elezioni. Uomo seduto in poltrona sommerso da giornali prima delle elezioni, immagine simbolica dell’indecisione e della paralisi informativa: perché non voto alle elezioni.

L’elezione non è nata come strumento democratico

Andare alle urne è il minimo che si chieda a un cittadino. Per due secoli e mezzo chi ha inventato quel gesto lo considerava tutt’altro che democratico.

Chi ha costruito i sistemi rappresentativi moderni non pensava di costruire una democrazia, e lo metteva per iscritto. Quando mi chiedono perché non voto do quasi sempre la risposta lunga, quella sui partiti e sulla delusione; la risposta corta comincia qui. Da Aristotele a Rousseau, passando per Montesquieu, la procedura democratica per assegnare le cariche pubbliche era il sorteggio, e l’elezione veniva classificata fra i meccanismi aristocratici.

La ragione è meno pittoresca di quanto sembri. Il sorteggio dà a chiunque la stessa probabilità di governare, e questo lo rende egualitario fino all’indifferenza. L’elezione fa il contrario: chiede di scegliere, e scegliere significa preferire chi si distingue dagli altri. Manin lo chiama principio di distinzione, ed è il centro di Principi del governo rappresentativo, uscito in Francia nel 1995 e tradotto in italiano dal Mulino. La sua tesi è che i governi democratici contemporanei sono nati da un sistema che i suoi fondatori descrivevano come l’opposto della democrazia.

Non è un’osservazione da manuale di storia. Se l’elezione serve a selezionare pochi invece che a rappresentare tutti, allora buona parte di quello che chiamiamo crisi della rappresentanza — le promesse non mantenute, le decisioni prese in stanze che non si vedono, la sensazione di aver scelto qualcosa senza sceglierlo — smette di essere un guasto del meccanismo. Diventa il meccanismo che funziona come previsto.

Perché non voto: il timbro che dice una cosa sola

Ho votato due volte, a diciotto e a diciannove anni. La terza, nel 2006, alle politiche che portarono al governo Prodi, sono andato al seggio con un’idea diversa: farmi registrare e poi rifiutare la scheda, chiedendo che il rifiuto e le sue ragioni finissero a verbale. L’avevo letto su un forum che seguivo da tempo. Quel giorno in molti scrissero di averlo fatto senza problemi.

A me è stato detto di no. La tessera era già stata timbrata, la scheda non l’ho ritirata, e sono uscito senza che da nessuna parte risultasse cosa fossi andato a fare lì dentro. Ho chiesto al presidente di sezione perché non si potesse, visto che altrove si stava facendo; mi ha mandato all’ufficio elettorale del Comune. Ci sono andato la sera stessa, era aperto, e il funzionario che ho trovato mi ha spiegato che le cose lette online erano false. Ha aggiunto che di quella storia erano già stati avvisati.

È la frase che mi è rimasta, perché dice più di quanto volesse dire. Qualcuno aveva previsto che sarebbero arrivate persone a chiedere di mettere a verbale un rifiuto, e la risposta era stata preparata in anticipo: non si può. Le indicazioni del Ministero dell’Interno sono arrivate sette anni dopo, nel 2013, quando la pratica aveva cominciato a circolare abbastanza da produrre domande alle prefetture. E dicevano il contrario: il rifiuto della scheda non ha una disciplina normativa, ma non può ritenersi vietato, e il presidente può prendere a verbale la protesta dell’elettore, purché la verbalizzazione sia sintetica e non rallenti le operazioni. Vent’anni dopo la mia richiesta, l’indicazione ufficiale è ancora che dipende da chi si trova al tavolo.

Di quella sera mi resta la tessera, con il timbro di quella consultazione. È l’ultimo timbro che la tessera porta. Il timbro attesta l’esercizio del diritto di voto: registra che mi sono presentato, non cosa ho fatto. Non c’è nessun campo, su quel cartoncino o altrove, in cui potesse entrare la frase che ero andato a dire.

La parte che mi costa ammettere è che a vent’anni ero andato lì a chiedere una ricevuta. Credevo nella procedura abbastanza da volere che il mio no ci entrasse dentro, con la data e la firma di qualcuno.

L’elezione seleziona chi governa, non raccoglie quello che pensi

Un verbale di sezione registra quante persone si sono presentate, quante schede sono finite nell’urna, quante sono nulle e quante bianche. Non ha una riga per le ragioni, e non è una dimenticanza. Un sistema che dovesse raccogliere le ragioni dovrebbe poi farci qualcosa, e non c’è nessuno il cui compito sia leggerle.

Il principio di distinzione dice questo. Chiedendo di scegliere fra candidati, l’elezione produce inevitabilmente governanti che gli elettori considerano superiori a loro sotto qualche aspetto: più noti, più capaci, più simpatici, più visti in televisione. Cambia il criterio, non cambia la struttura. Il sorteggio ateniese non produceva nessuna distinzione, ed è per questo che veniva considerato lo strumento democratico, mentre l’elezione stava fra i mezzi aristocratici. Non era una preferenza per il caso: era la constatazione che scegliere significa distinguere, e distinguere è il contrario di trattare tutti allo stesso modo.

Manin ricostruisce tre momenti di questo meccanismo. Nel parlamentarismo si elegge qualcuno che si conosce di persona, o di cui si conosce la famiglia, e la fiducia nasce dai rapporti del posto. Nella democrazia dei partiti si elegge un’organizzazione: il candidato conta poco, il programma e l’apparato contano tutto, e a chi vota viene chiesta un’appartenenza. Nella democrazia del pubblico — quella in cui siamo — i partiti si sono svuotati e al loro posto è tornata la persona, ma senza il paese che la conosceva: a tenerla insieme ci sono l’immagine, la comunicazione e i sondaggi. Chi vota sceglie fra figure che gli arrivano già confezionate, e la sua reazione viene misurata da specialisti che lavorano per le figure stesse.

Da qui viene la sensazione, molto diffusa, di aver scelto qualcosa senza sceglierlo. Non è un’illusione ottica e non è nemmeno una novità recente: è il meccanismo che fa il suo mestiere. E spiega anche perché il discorso pubblico continui a essere abbondante mentre la decisione si sposta altrove: parlare non coincide più con decidere, e la parola resta a spiegare processi che non ha determinato.

Chi si presenta al seggio non sta mandando un messaggio. Sta completando un’operazione di selezione, e di quell’operazione la scheda registra l’unica cosa che sa registrare: una preferenza fra opzioni che qualcun altro ha già ristretto. Le ragioni per cui la si esprime, o per cui si vorrebbe non esprimerla, restano fuori — non per cattiva volontà di chi sta al tavolo, ma perché non esiste il posto dove metterle.

L’obiezione che mi riguarda: chi non vota è un hobbit

Jason Brennan, in Against Democracy, divide i cittadini in tre categorie. Gli hobbit sono indifferenti alla politica, non hanno opinioni stabili e ignorano i fatti che servirebbero per formarsele. Gli hooligan hanno opinioni ferme e sanno argomentarle, ma consumano informazione in modo selettivo, cercano conferme ed evitano tutto il resto, e non saprebbero esporre la tesi avversaria in modo che l’avversario la riconosca; qui dentro sta la maggior parte degli elettori abituali e dei politici. I vulcaniani ragionano sui dati e sanno esporre le tesi altrui, e siccome nessuno è privo di pregiudizi, nessuno è davvero un vulcaniano.

Il tipico non votante, scrive Brennan, è un hobbit: uno che non ha capito e nemmeno ci ha provato. Dall’esterno non ho modo di dimostrare il contrario. L’unica cosa che distingue la mia assenza da quella di chi non vota perché ha altro da fare è quello che ne dico io, e vale quanto qualsiasi autodichiarazione. È esattamente ciò che quella sera non ha trovato dove essere scritto: una differenza che non si vede da nessuna parte.

Quello che quella tripartizione dice però non si ferma a me. Se il votante medio è un hooligan e non un vulcaniano, allora il rimprovero che si fa a chi si astiene — non ti informi, non ti impegni, non partecipi — descrive due condizioni difettose e nessuna virtuosa. Chi vota non è meglio informato: è tifoso invece che distratto. E il meccanismo che abbiamo premia esattamente il tifo, perché una campagna elettorale non chiede a nessuno di cambiare idea, chiede di riconoscere i propri e di andare a contarsi.

Il che rende l’epistocrazia di Brennan meno rassicurante di come si presenta. Se il difetto sta nel modo in cui la competizione politica lavora sulle persone, restringere il diritto di voto non tocca la causa: seleziona un gruppo più istruito di tifosi e gli lascia lo stesso strumento. La domanda utile non è chi meriti di votare. È cosa stiamo chiedendo di fare a chi vota.

Perché a volte si votano i peggiori

Quello che segue non lo so dimostrare, e lo scrivo lo stesso. Immagino che una parte di chi vota figure palesemente impreparate le scelga sapendo che sono impreparate, e le voti proprio per quello. Non per errore di valutazione, non per protesta: per procurarsi in anticipo una ragione per non rispettare quello che decideranno.

Il calcolo, se è un calcolo, è impeccabile. Le regole obbligano nella misura in cui chi le scrive ha una qualche autorità per farlo, ed è anche il motivo per cui trattare ogni regola come un impedimento costa così poco. Se al posto di quel qualcuno c’è uno che dice sciocchezze in televisione, l’obbligo si scioglie da solo: la norma resta in vigore, ma disobbedirle non è più disobbedienza, è avere occhi per vedere. Non serve nemmeno decidere di violarla — basta che quando capita non ci si senta in torto. È un’assoluzione comprata prima del fatto, al prezzo di una scheda.

Nessuno la formula così, ovviamente, ed è questo che la rende efficiente. In pubblico si dice che gli altri sono peggio, o che almeno questo qui le cose le dice come stanno. Ma il vantaggio funziona anche senza essere nominato, e funziona meglio se non lo è: chi lo dichiarasse dovrebbe difenderlo, e non c’è modo.

L’obiezione seria non è che sia un’ipotesi malevola verso chi vota. È che è comoda per me: toglie di mezzo la possibilità che quelle figure siano state votate per convinzione, da persone che ci hanno pensato e che hanno ragioni loro, e mi permette di liquidare una scelta che non condivido senza prenderla sul serio.

Chi si lamenta ha già delegato

Su Facebook, anni fa, un amico scrisse che alle elezioni di quel giorno aveva vinto l’astensione. Commentai che mi sembrava una buona notizia. Un conoscente suo rispose con la frase che chiunque non voti si sente dire prima o poi: se non votate, allora non potete neanche lamentarvi.

Non risposi, e la frase mi è rimasta addosso — non per il rimprovero, ma perché è esattamente rovesciata. Lamentarsi è la prerogativa di chi ha delegato: si protesta contro qualcuno a cui si è affidato qualcosa, e la protesta è l’unico strumento che resta dopo aver consegnato la decisione. Chi ha votato ha fatto la sua parte in un’operazione di selezione, e da quel momento in poi può soltanto commentare quello che decidono gli altri. La lamentela non è il costo dell’astensione, è quello che si compra andando a votare.

Quello che accade dopo non dipende da chi non vota, ma non dipendeva da lui nemmeno prima: resta fuori dalla selezione e resta fuori da tutto il resto. Da qui non discende che astenersi sia una posizione migliore. Discende che è la stessa posizione, senza la ricevuta.

Quindi la domanda non è se andare al seggio. È dove esistano ancora decisioni su cui il proprio peso sia misurabile: assemblee di condominio, consigli d’istituto, cooperative, categorie professionali, comitati di quartiere. Posti in cui chi decide ha un nome, chi sbaglia si incontra al bar e la fiducia si ritira senza aspettare cinque anni. Non sono un sostituto della politica nazionale e non fanno le leggi. Sono i luoghi in cui la parola democrazia descrive ancora qualcosa che succede, invece di nominare un’operazione di selezione che si è portata via il nome.

Mi resta la tessera con il timbro del 2006, e non è una reliquia: è la prova di un piccolo fallimento mio, non suo. Volevo che il sistema registrasse un rifiuto ragionato, e quel campo non esisteva. La differenza fra allora e adesso è che ho smesso di chiederglielo.

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